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I droni israeliani contro l’Iran e quell’incidente alla centrale nucleare di Bushehr

Alla fine i protagonisti sono sempre gli stessi. Israele da un lato. L’Iran dall’altro. In mezzo l’Azerbaigian. Ed è soltanto da questo trio – secondo gli analisti – che passerà l’eventuale conflitto tra Gerusalemme e Teheran. Tra l’«unica democrazia in Medio oriente» e la «Repubblica islamica».

E ora, passata la sbornia su Gaza, raffreddati gli animi dopo il voto dell’Onu sullo status della Palestina, archiviata – per il momento – la «pratica Barak», il premier israeliano Benjamin Netanyahu può cercare di muoversi sul fronte iraniano. Soprattutto per guadagnare consensi. Le elezioni politiche del 22 gennaio sono alle porte. E la popolarità è calata di un bel po’.

Il drone israeliano di ultima generazione Eitan - Heron TP (foto Tsahi Ben-Ami / Flash 90)

Il drone israeliano di ultima generazione Eitan – Heron TP (foto Tsahi Ben-Ami / Flash 90)

Per questo, nel mezzo di una tregua con Hamas che regge – nonostante il secondo morto palestinese sulla Striscia di Gaza dal cessate il fuoco – ha destato non poco scalpore la notizia riportata dal quotidiano britannico «Sunday Times». «Lo Stato ebraico ha schierato droni “Heron” in Azerbaigian per distruggere i missili balistici iraniani ancora prima che siano lanciati», scrive il giornalista Uzi Mahnaimi. Che aggiunge: «Grazie a un grande radar americano installato nel deserto del Negev, nella base di Nevatim, nell’eventualità di un attacco iraniano le forze armate di Tel Aviv hanno un preavviso di soli 13 minuti prima che il missile lanciato si abbatta sul suolo israeliano. L’obiettivo è annientarli non appena i satelliti o i droni rivelassero le fasi preparatorie al lancio come il riscaldamento dei motori. L’Heron è in grado di volare per 7.400 km e di restare in aria per oltre 70 ore e può essere armato con missili di fabbricazione Usa, Hellfire».

Israele si prepara alla guerra? Non è detto. Non ora, almeno. Anche perché – come spiega a Falafel Cafè un esperto militare di Gerusalemme – «i droni israeliani, gli “Heron” di tipo TP II sono stati portati in Azerbaigian già da marzo-aprile scorso». «I nostri mezzi senza pilota sono stati fatti arrivare nel Paese caucasico con gli stessi aerei militari che hanno portato gli altri dodici droni venduti al governo azero per 1,6 miliardi di dollari», spiega ancora.

E allora perché la notizia viene rilanciata soltanto ora sui media internazionali. Secondo l’esperto militare c’è una motivazione politica e una militare. Quella politica «punta a galvanizzare l’elettorato di centro-destra in Israele, uscito sconfitto nel giro di poche settimane sia dalla “campagna di Gaza” sia dal voto del Onu sulla sorte della Palestina».

L'impianto nucleare iraniano di Bushehr (foto Vahid Salemi / Ap)

L’impianto nucleare iraniano di Bushehr (foto Vahid Salemi / Ap)

La motivazione militare, invece, è decisamente più seria. E ha a che fare, ancora una volta, con i piani atomici iraniani. «A metà ottobre la centrale nucleare di Bushehr è stata spenta con procedura d’urgenza per alcuni giorni», racconta la fonte. Permolte ore nessuno ha capito perché. A Teheran hanno fatto circolare la voce di un altro Stuxnet, un altro virus informatico israelo-americano che avrebbe poi bloccato i sistemi di sicurezza dell’impianto.

«Ma la verità è che gli esperti iraniani hanno ordinato lo spegnimento perché l’intera struttura rischiava di esplodere», spiega l’esperto. Che chiarisce: «Dell’incidente erano informati i russi e soprattutto quelli dell’autorità per l’energia nucleare Rosatom, perché i tecnici che hanno costruito l’impianto di Bushehr vengono proprio da lì». Secondo le informazioni raccolte dall’intelligence israeliana pare che fossero saltati alcuni bulloni – che pesano chili e chili – posizionati sotto le celle combustibili del reattore.

«Nel giro di poche ore sono state rimosse tutte e 163 le barre di combustibile», continua l’esperto, «l’impianto è stato revisionato da un team russo che però non ha ancora capito come potrebbe essere successo. Ma mentre resta il giallo, tutte e 163 le barre di combustibile sono state riposizionate al loro posto pochissimi giorni fa». Se la centrale fosse esplosa – ragiona la fonte – «sarebbero morti milioni di iraniani».

© Leonard Berberi

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Le guerra all’Iran e lo scenario degli israeliani: 30 giorni di conflitto, almeno 500 vittime civili e tre fronti pericolosi

Trenta giorni di conflitto. Più di un fronte sul quale combattere. Almeno 500 morti. Ma prima di tutto questo ci sono i tasselli burocratici da riempire. Nuove figure istituzionali da creare. E preparativi da ultimare. Ché alla fine, tra i falchi di governo, l’obiettivo è sempre quello: annichilire la potenza nucleare di Teheran. Magari già in autunno. Quest’autunno.

C’è un continuo rumoreggiare a Gerusalemme come a Tel Aviv. L’esecutivo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu sta arrivando a quello che gli esperti chiamano «punto di non ritorno». E a farlo intendere, sulle colonne del quotidiano ebraico Ma’ariv, è anche l’ex generale Matan Vilnai, prossimo ambasciatore in Cina. Vilnai ha spiegato che «il conflitto con l’Iran durerà probabilmente un mese, avrà più di un fronte caldo e nelle città israeliane la replica dell’artiglieria di Teheran potrebbe provocare almeno 500 vittime, qualcosa meno o qualcosa di più».

Non sono farneticazioni. Vilnai conosce bene le dinamiche che portano lo Stato ebraico a organizzare una guerra. Lui c’era quando s’è deciso, nel 2006, di annientare le basi di Hezbollah in Libano. C’era quando è stata pianificata l’operazione Piombo Fuso a Gaza. Per questo, pur raccontando cose gravissime e allarmanti, mantiene sempre una calma che rende ancora più preoccupante la realtà delle prossime settimane.

Dice, infatti, Vilnai che «non c’è spazio per l’isteria collettiva: Israele è preparata a ogni evenienza come non mai». Non replica alle parole di Leon Panetta, segretario della Difesa Usa, che ha bollato come illazioni le indiscrezioni su un bombardamento certo di Gerusalemme contro i siti nucleari della Repubblica islamica.

«Per noi stanno lavorando gli esperti migliori», rassicura. E nel farlo spiega anche i fronti del conflitto: uno è quello, ovviamente, iraniano. L’altro è quello libanese, dove i militanti sciiti di Hezbollah – da sempre filo-Teheran – potrebbero lanciare i loro razzi contro lo Stato ebraico. Il terzo fronte, non a sorpresa, è quello della Striscia di Gaza, dove il braccio armato di Hamas – in rotta con la parte diplomatica della fazione – non vede l’ora di sferrare un attacco ai confini israeliani.

Non spiega di più, Vilnai. Ma una cosa ci tiene a precisarla e a dirla alla popolazione: «Come i giapponesi sanno di dover convivere con i terremoti, così anche gl’israeliani devono capire e accettare di vivere con il rischio di venire bombardati».

Israele ha fretta. Israele ha paura. Israele è preoccupata. Entro novembre – secondo gli esperti dell’intelligence ebraica – l’Iran avrà arricchito grandi quantità di uranio al 20%, il minimo sindacale per costruire poi testate nucleari sporche. E a dare ragione ai timori israeliani c’è il blitz di una novantina di agenti federali tedeschi mercoledì 15 agosto in alcune case di Amburgo, Oldenburg e Weimar. Azione speciale nel quale sono stati arrestati un cittadino con passaporto della Germania e altri tre con doppia cittadinanza tedesca e iraniana perché sospettati di aver esportato in Iran valvole per la costruzione di un reattore nucleare, violando così l’embargo in vigore. I sospetti – Rudolf M., Kianzad Ka., Gholamali Ka. e Hamid Kh. – tra il 2010 e il 2011 avrebbero fornito le componenti a Teheran servendosi di compagnie di faccia in Turchia e Azerbaigian in cambio di milioni di euro.

Dagli Usa, intanto, arrivano voci che sanno di smentita delle capacità israeliane di affrontare una guerra. Interpellato sulla possibilità di un conflitto in Medio Oriente, il generale Martin Dempsey ha detto che, secondo le informazioni in suo possesso, «Israele può certamente ritardare il programma nucleare iraniano, ma non può fermare le sue capacità» di produrre la bomba atomica.

Giudizio non nuovo, per gl’israeliani. Che fanno intendere di non aver detto proprio tutto agli americano e, nel frattempo, vanno avanti per la loro strada. Martedì 14 agosto è stata ufficializzata la nomina a ministro del Fronte interno di Avi Dichter. Deputato ed ex capo dello Shin Bet (il servizio di sicurezza interno d’Israele), Dichter è membro di Kadima, partito ora all’opposizione e che dovrà lasciare. Da mesi ha assunto toni da «falco» sul dossier Iran e nel nuovo incarico – in caso di guerra a Teheran – avrà uno dei ruoli chiave: dipenderà sì dal ministro dell’Interno, Ehud Barak – altro «falco» – e dovrà gestire il coordinamento della difesa interna, punto debole dello Stato ebraico, vista l’esposizione proprio a più fronti pericolosi.

E l’Iran? Dalla capitale bollano le parole di guerra israeliane come un bluff, «l’ennesimo» bluff. «Non prendiamo sul serio le loro minacce», ha detto Ramin Mehmanparast, portavoce del ministero degli Esteri. «Da settimane e mesi assistiamo puntualmente a minacce di questo tipo che poi si rivelano senza fondamento».

© Leonard Berberi

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Washington e Gerusalemme ancora divise sul “dossier Iran”

Le divergenze, su cosa fare con l’Iran, ci sono, eccome. E si vedono. Così, salvo sorprese dell’ultimo minuto, l’incontro del 5 marzo tra il premier dello Stato ebraico, Benjamin Netanyahu, e il presidente Usa, Barack Obama, finirà in un nulla di fatto.

Un’anticipazione è arrivata mercoledì 29 febbraio. A Washington, Ehud Barak, ministro israeliano della Difesa, ha cercato di «preparare il terreno» per un accordo tra i due Paesi. Ma niente. Al di là degl’intenti e delle foto di circostanza, il segretario americano della Difesa Leon Panetta, ha sintetizzato a Barak quel che Obama dirà a Netanyahu: gli Usa non approvano l’intervento israeliano sul suolo iraniano. «Qualsiasi azione militare dello Stato ebraico contro Teheran non farà altro che minacciare la fragile stabilità dell’intera area e rischia di mettere a repentaglio tutto il personale americano presente in Afghanistan e Iraq, due Paesi che confinano con l’Iran». «Il nostro approccio è quello di perseguire in qualsiasi modo la via diplomatica per risolvere la questione nucleare con la Repubblica islamica», ha chiarito Jay Carney, portavoce della Casa Bianca.

E allora, ancora prima dell’incontro ufficiale che potrebbe cambiare le sorti dell’area, Washington fa già intuire di aver deciso di respingere i due punti chiave del colloquio richiesti esplicitamente da Gerusalemme. Il primo: gli Usa non hanno nessuna intenzione di fissare una «linea rossa» al programma atomico iraniano. «Linea rossa» che, se attraversata, farebbe scattare immediatamente l’intervento militare contro Teheran. L’orientamento della Casa Bianca, sarebbe, come lo spiega più di un analista, «quello delle tante linee rosse».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama (Reuters)

Il secondo punto respinto da Obama riguarderebbe i piani d’intervento. Gl’israeliani continuano a sostenere che per quanto riguarda il dossier iraniano «sul tavolo si trovano tutte le opzioni, compresa quella militare». Washington ritiene l’ingresso in campo dell’esercito un’alternativa da non percorrere in questo momento (lì, come in Siria, del resto), proprio per salvaguardare anche gl’interessi a stelle e strisce ed evitare di far scoppiare l’area. E quindi in caso di attacco militare israeliano, difficilmente gli Usa si esporrebbero in prima linea. L’unica cosa che Washington potrebbe fare per Israele è quella di mettere a disposizione dei caccia militari dello Stato ebraico i mezzi per il rifornimento aereo. «C’è ancora tempo e spazio per la diplomazia», è il ragionamento degli americani. E se tutto questo non basterà, si potrà pensare alle sanzioni. Cosa, quest’ultima, che Netanyahu ritiene non serva a nulla. Obama vuole vedere prima cosa esce dall’incontro tra i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (più la Germania) e l’Iran che si svolgerà ad aprile a Istanbul.

Sullo sfondo ci sono le parole – fatte arrivare a Obama – che sarebbero state pronunciate dal premier israeliano Netanyahu in una riunione ristretta del governo a Gerusalemme: «Se il presidente americano non ci appoggia può scordarsi l’appoggio dell’Aipac (il più potente gruppo di pressione a Washington e fortemente filo-israeliano) alle prossime elezioni».

Non si ricordava un momento di tensione dal maggio dello scorso anno. In quell’occasione, Netanyahu andò a far visita a Obama per cercare di risolvere la questione dello Stato palestinese, delle colonie in Cisgiordania. Ma non ci fu nulla da fare. Gli Usa restarono sulle proprie posizioni. Israele pure. E così «Bibi» se ne tornò a casa con un alleato storico sì, ma sempre meno propenso ad assecondare le richieste dello Stato ebraico.

© Leonard Berberi

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Gli Usa, Israele e quel rapporto “speciale” con i mujaheddin iraniani

Operazioni segrete e spettacolari. Alleanze strategiche con i mujaheddin. Ingresso nei paesi nemici con passaporti americani e britannici. Telefonate roventi da un capo all’altro del mondo. Minacce. Piccole ritorsioni. Tentativi per far saltare la copertura agli agenti in servizio. C’è ormai di tutto nel lungo e corposo dossier Israele-Iran. Con storie e personaggi ed enigmi che ormai si estendono da Washington a Baku, da Londra a Gerusalemme, da Teheran a Parigi.

Insomma, materiale per un film. E che film. Soltanto che qui, all’ombra si muovono personaggi mai sentiti prima, sigle quasi sconosciute al pubblico occidentale. Vengono fuori accordi «al limite» da parte israeliana pura di sconfiggere il «Satana» Iran, pur di scrollarsi di dosso quello che, oggi, appare come il pericolo più grande per l’esistenza stessa dello Stato ebraico.

Ma prima di entrare nel dettaglio, una precisazione. Non è facile, per chi segue queste vicende per lavoro (e passione), trovare un filo conduttore logico, in modo da poter scartare quella che è una «polpetta avvelenata» da quella che non lo è. Ora più che mai, c’è in giro tutta una rete di personaggi, appartenenti a questo o a quel istituto di analisi geopolitica, che in realtà è qualcuno che ha più di un piede in qualche ufficio locale dei servizi segreti. Personaggi che, tutto d’un tratto, si fanno prendere dalla voglia di dire qualcosa – meglio: di sussurrare – anche al più giovane giornalista. Tutto questo per anticiparvi che più i venti di guerra si faranno potenti, più sentirete/leggere tutto e il contrario di tutto. Stavolta non si farà eccezione.

E allora. Il materiale per un film, dicevamo. La pellicola, per rimanere in tema, potremmo farla partire il 12 novembre 2011. Quando Modarres (o Sajad, secondo altri, nella foto sopra), una base militare iraniana viene distrutta da una (o due) esplosioni che scuotono anche la capitale Teheran, distante circa 40 chilometri. Muoiono, ufficialmente, 17 soldati. Anche se un’altra contabilità di vittime militari ne registra 40. Tra questi, c’è sicuramente il generale Hassan Tehrani Moqaddam, direttore della struttura e personaggio chiave della corsa agli armamenti della Repubblica islamica.

Quella di Modarres-Sajad non è una base qualsiasi. Secondo l’Intelligence israeliana qui si trova la maggior parte dei missili Shehaab-3 (“Meteora”, in persiano), quelli in grado di percorrere fino a 1.280-1.300 chilometri e quindi di minacciare il territorio ebraico, e anche i terra-terra Zelzal-2 (“Terremoto”). Sempre qui si troverebbe anche il laboratorio che ha dato vita agli Shehaab-4, missili ancora più potenti, in grado – secondo la difesa iraniana – «di arrivare nello spazio». Potenzialmente, in grado di raggiungere qualsiasi nazione sulla Terra.

Non era mai successo prima una cosa del genere a una base militare iraniana così sorvegliata. C’è chi ha parlato di «incidente», ma indagini successive dimostrano che a provocare l’esplosione sarebbero stati i membri del Mek in collaborazione con il Mossad. E qui, per la prima volta, entra in scena la formazione paramilitare «Mujahadeen al-Khalq» (Mek). Si tratta di una organizzazione di esuli iraniani che si batte contro le Guardie della rivoluzione che governano nel Paese. Esistono dal 1965 e hanno due basi operative: Parigi (sede “diplomatica”) e Camp Ashraf, in Iraq, la sede “militare”, dove si formano squadriglie, dove si allenano, dove pianificano le mosse anti-Teheran. Dal 2001, il gruppo ha rinunciato alla violenza e s’è unito al Consiglio nazionale di resistenza iraniana. Ma non hai mai di fatto smesso con le armi, per ora con un solo obiettivo: riportare la Repubblica islamica nelle mani del popolo.

Ecco, dice più d’uno, che «il lavoro fatto a Modarres-Sajad è quello tipico del Mek, stavolta con un appoggio logistico non indifferente del Mossad». La voce, sempre smentita ovviamente dagl’israeliani, è stata confermata però in una recente intervista esclusiva a Brian Williams, sulla Nbc americana, da due alti funzionari militari Usa. Insomma, sostengono le fonti che sì, «il servizio segreto israeliano ha reclutato, preparato, dotato e diretto una campagna di attacchi terroristici domestici in Iran, contro esponenti del programma nucleare locale e ricorrendo al “personale” del Mek». Gli stessi esponenti dei Mujahadeen al-Khalq sarebbero attivi anche negli omicidi mirati, gli autori materiali delle esplosioni nelle auto e nelle moto guidate da scienziati di Teheran.

La collaborazione Mossad-Mek pare vada avanti da mesi. Gli Usa hanno ammesso di sapere della collaborazione, ma hanno anche precisato di non avere nulla a che fare con questa scia di sangue. Nemmeno gl’iraniani si mostrano molto sorpresi. «Sappiamo che Israele sta pagando i mujaheddin e che alcuni di questi stanno passando informazioni agli agenti ebrei. Sappiamo anche che il Mossad sta addestrando molti membri del Mek».

In realtà, come dimostrato dalle foto e dai molti convegni fatti negli Stati Uniti, quelli del Mek – pur essendo ufficialmente nella lista del terrore del Dipartimento di Stato Usa – godono di un vasto appoggio politico-diplomatico proprio tra molti americani. Basti sapere che dall’ambasciatore all’Onu John Bolton all’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, dal generale Wesley Clark ad Howard Dean, decine di personaggi influenti hanno chiesto al presidente Obama di cancellare il Mek dalla lista nera.

Non solo. Già nel 2009, in un seminario chiamato “Which path for Persia?” (Quale percorso per la Persia?) a Brooking Institute fu proposto – esplicitamente – di «armare, in maniera completa, addestrare e sostenere i Mek» per favorire la loro campagna contro l’Iran. Scrisse la relazione finale del think tank americano: «Un movimento di opposizione di lunga data al regime iraniano e il resoconto degli attacchi riusciti e delle operazioni di raccolta di informazioni di intelligence contro il regime, lo rendono meritevole del sostegno degli Stati Uniti» (clicca qui per il leggere il documento completo). L’anno prima, una firma del giornalismo, Seymour Hersh, si era spinto oltre, sostenendo che «negli ultimi anni il gruppo (il Mek) ha ricevuto armi e informazioni d’intelligence, direttamente o indirettamente, dagli Usa».

Dunque, quelli del Mek non sono solo «burattini» mossi da Israele, ma anche – forse – dall’amministrazione Obama. Non sorprendono, allora, le visite «segrete» del numero uno del Mossad, Tamir Pardo, tra gennaio e febbraio di quest’anno. Secondo il «Daily Beast» Pardo sarebbe andato in America «per capire come reagirebbero gli americano di fronte a un attacco dello Stato ebraico sul suolo iraniano». Ma nello stesso tempo, gl’israeliani avrebbero anche smesso di passare informazioni riservate ai colleghi statunitensi. Certo è che nelle ultime settimane c’è un po’ di nervosismo tra Cia e Mossad: sarebbero stati scoperti altri 007 israeliani in possesso di passaporti stranieri, britannici e americani, soprattutto.

In tutto questo, l’agenzia stampa iraniana di Stato, l’Irna, ha raccontato della lavata di capo fatta all’ambasciatore dell’Azerbaigian a Teheran dopo che è venuta fuori la notizia di un passaggio fin troppo facile di agenti del Mossad dalla capitale azera all’Iran. Secondo l’Irna, «il ministro iraniano degli Esteri ha inviato una nota di protesta a Javanshir Akhundov, ambasciatore dell’Azerbaigian, chiedendo la fine immediata delle operazioni anti-iraniane del Mossad sul suolo della Repubblica islamica».

Sul piano militare due sono le novità sul fronte di Teheran. Da un lato, l’allarme lanciato dal vice ammiraglio Usa Mark Fox, comandante della flotta operativa nel Golfo Persico: «L’Iran sta preparando le imbarcazioni in modo da essere usate anche per gli attacchi suicidi». E ancora: la Repubblica islamica «ha aumentato il numero dei sottomarini (dieci, secondo l’ultima contabilità) e delle navi veloci nei pressi dello Stretto di Hormuz. Alcune di queste possono essere adattate a modalità di attacco suicida, del resto il Paese ha un vasto repertorio di mine». L’altra novità è quella relativa all’esplosione dell’auto della moglie di uno dei diplomatici israeliani all’ambasciata di Nuova Delhi, in India, e l’attentato sventato a Tbilisi – in Georgia – sempre contro la cancelleria israeliana nel Paese. Solo un ferito, per ora, ma l’allerta è al livello massimo.

Infine, il capitolo «Atarodi». Lo scorso fine gennaio uno scienziato iraniano esperto in microchip, Seyed Mojtaba Atarodi (foto sopra), 54 anni, è stato arrestato negli Usa per aver violato, secondo l’accusa, le leggi sulle esportazioni di materiale sensibile. Atarodi è professore all’Università di tecnologia Sharif, a Teheran ed è stato già arrestato a Los Angeles il 7 dicembre 2011. Ma fino ad ora le prove contro di lui, così come la vera accusa restano secretate.

© Leonard Berberi
(2 – fine)

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Così Israele, Iran e Stati Uniti corrono verso la guerra

Il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama (Reuters)

Il momento è arrivato? Di certo si sa che l’anno, il 2012, sembra essere quello «giusto». Perché di una cosa sono convinti tutti, israeliani e non: lo Stato ebraico lancerà il suo attacco contro l’Iran entro quest’anno. E lo si capisce, tra le tante cose, dalle reazioni stizzite del premier israeliano Benjamin Netanyahu: «Basta dire a giornalisti o alle conferenze che l’attacco a Teheran è imminente», ha sbottato contro ministri, consiglieri della sicurezza e vertici militari. Un divieto arrivato da un uomo che ha sempre strizzato l’occhio ai media per anticipare le sue mosse. Il resto è rappresentato da una miriade di informazioni, segrete o meno, pubblicate ovunque, oppure sussurrate. Alla fine si ha la sensazione che possa succedere di tutto. Ma anche che tutto continui senza che una bomba venga lanciata contro un Paese.

Certo, la guerra all’Iran non è più un tabù. Stavolta si fa sul serio. E le strade a questo punto sono soltanto due. La prima: in un crescendo di minacce e di fobie nucleari, Teheran e Gerusalemme decidono di non far scoppiare una terza guerra mondiale perché i costi umani ed economici sarebbero insopportabili. Insomma: una sorta di equilibrio del terrore, lo stesso principio che ha evitato scontri diretti durante la Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’altra strada, per ora molto più gettonata, è quella dello scontro armato. Bombardamenti contro le centrali nucleari dell’Iran, rappresaglia di Ahmadinejad, scontro in tutto il Medio Oriente, con i Paesi della Lega Araba costretti a schierarsi con gli uni o gli altri.

«Il tempo per evitare il conflitto si sta esaurendo rapidamente», ha detto il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak. E l’ha fatto in un posto-chiave per le strategie di Gerusalemme: la conferenza annuale sulla sicurezza che si svolge a Herzliya. «Dobbiamo far sì che l’Iran non arrivi al punto di non ritorno, quella fase in cui qualsiasi cosa noi facciamo, dalle bombe in giù, non servirà a niente perché il programma di arricchimento dell’uranio sarebbe in un momento troppo avanzato».

Pochi giorni dopo, sabato 11 febbraio, ci ha pensato direttamente il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad a rispondere agl’israeliani. E l’ha fatto in un momento pubblico e di visibilità mondiale: il 33esimo anniversario della Rivoluzione che ha cacciato lo scià di Persia e instaurato una dittatura religiosa. Ha detto Ahmadinejad: «Il mondo sappia che nonostante tutte le pressioni, l’Iran non arretrerà di un passo nello sviluppo del suo programma nucleare». E per quanto riguarda le sanzioni imposte da Usa e Paesi occidentali, il presidente ha aggiunto: «Tutte queste pressioni sono futili. Noi non solo ora abbiamo le conoscenze specifiche in campo nucleare, ma siamo in grado di soddisfare le nostre necessità grazie ai nostri esperti». Per poi arrivare al gran finale: «La Repubblica Islamica inaugurerà nei prossimi giorni diversi progetti nucleari molto importanti».

Il presidente iraniano Ahmadinejad (Ap)

L’Iran ha fretta. Israele pure. Gli Usa, invece, sono terrorizzati dal dover affrontare uno scontro di proporzioni mondiali. E in un momento – come quello delle elezioni presidenziali – molto delicato. Qualcosa si potrà capire dall’incontro che il premier israeliano avrà con Obama agli inizi di marzo. Secondo molti lì si deciderà cosa fare. Anche se la situazione è molto confusa, a dire il vero. Così confusa che Washington avrebbe avuto una promessa da Gerusalemme: prima di attaccare l’Iran, Israele avvertirà «con un congruo preavviso» gli Usa.

Quello che manca è l’indicazione temporale del «congruo preavviso»: di quanto si tratta? Un mese? Una settimana? O, come dicono molti giornalisti israeliani, soltanto due ore? Il tempo per non far indispettire l’alleato più prezioso, ma anche di evitargli interventi in extremis in grado di far saltare tutta la missione. Anche se alcuni funzionari americani, in visita a Gerusalemme pochi giorni fa, hanno chiaramente urlato ai loro colleghi israeliani che lo Stato ebraico «sta guardando in un modo distorto la questione iraniana».

Intanto i caccia americani si stanno facendo vedere a ogni ora del giorno, in queste ultime due settimane, nella fascia che va dal Sinai al Golfo persico. Il tutto mentre tre ispettori dell’Aiea, a fine gennaio, sono andati a far visita agl’impianti nucleari iraniani. Ma una volta nell’ex Persia non solo sono stati tenuti alla larga dai centri di arricchimento, non hanno potuto nemmeno parlare con Mohsen Fakhrizadeh, uno sconosciuto esponente delle Guardie rivoluzionarie, sulla cinquantina d’anni d’età, l’eminenza grigia – secondo molti – del programma nucleare iraniano. Insomma: un disastro. Perché – dicono gli analisti israeliani – «se non parla Fakhrizadeh non lo faranno nemmeno i circa 600 scienziati alle sue dipendenze. E quindi non potremmo mai sapere nulla di dove stia andando il programma nucleare di Teheran».

Il villaggio di Fardu, dove si troverebbero i depositi sotteranei di uranio arricchitto (foto da Google Maps)

Le poche informazioni disponibili in mano all’intelligence israeliana dicono che le centrifughe avanzate e le scorte di uranio arricchito si troverebbero quasi tutte sottoterra, nei laboratori sorvegliati 24 ore su 24 di Fardu, nei pressi della città di Qom. I bunker sono impenetrabili: le bombe Usa non ci arrivano così in profondità e gl’israeliani non hanno ancora missili in grado di farlo. È questa la «zona d’immunità» di cui ha parlato nella conferenza di Herzliya il ministro Barak. Una zona che è impossibile da distruggere. A meno di un’invasione militare via terra con uomini e mezzi.

Ma Israele teme un attacco a sorpresa. Razzi nucleari, e non solo, in grado di distruggere tutte le installazioni militari sparse per il Paese. Ali Reza Forghani, capo del team strategico del leader supremo, Ali Khamenei, il 5 febbraio è stato fin troppo esplicito: «Ci servono soltanto nove minuti per spazzare via Israele». È chiaro che per distruggere lo Stato ebraico «in nove minuti» c’è bisogno soltanto di una bomba nucleare. E del resto in un documento si dice esplicitamente che, a queste condizioni, «Teheran dovrebbe attaccare per prima».

Intanto sul fronte militare, venerdì 10 febbraio Israele e Stati Uniti hanno testato il sistema di radar di nuova generazione in grado rendere ancora più efficiente lo scudo antimissilistico dello Stato ebraico. «Una tappa ulteriore di avvicinamento verso la guerra con l’Iran», sostengono in molti. In gioco non c’è soltanto l’incolumità d’Israele, ma anche lo Stretto di Hormuz, l’area dove passa il rifornimento petrolifero di mezzo mondo.

In tutto questo Hamas torna a farsi sentire. «Non riconosceremo mai Israele», ha detto a Teheran il leader del movimento palestinese, Ismail Haniyeh. Una presenza insolita, quella di Haniyeh, perché raramente personalità straniere vengono invitate a parlare in pubblico in Iran. E comunque. Ha aggiunto poi il leader islamico di Gaza che «la lotta dei palestinesi continuerà fino alla liberazione della totalità della terra di Palestina, di Gerusalemme e il rientro di tutti i rifugiati palestinesi».

© Leonard Berberi

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