economia, politica

Israele, sulle nuove banconote il veto del figlio di Begin

Sarà che è un ministro senza portafoglio. Sarà che non gli andava di vedere la figura del padre passare di mano in mano per essere scambiata, stropicciata, strappata, usata per pagare le prestazioni sessuali. Sarà per tutto questo, ma al governo Netanyahu hanno un problema in più. Piccolo problema, paragonato agli altri che chiamano ai confini. Però comunque un grattacapo ulteriore.

Benny Begin, ministro della Scienza, ha detto no alla produzione di nuove banconote dello Shekel con l’immagine del papà, Menachem Begin. C’è un piccolo particolare: il veto è arrivato dopo che il premier Netanyahu aveva autorizzato il governatore della Banca d’Israele, Stanley Fisher, a stampare nuovi tagli con i volti di importanti leader tra cui Yitzhak Rabin, Shai Agnon e il poeta Rachel. E Menachem Begin.

Il premier Netamyahu e, alle spalle, il ministro della Scienza Benny Begin

Chi ha assistito alla riunione di chiarimento parla di momenti di vera e propria commedia. Con da un lato il primo ministro Netanyahu, spalleggiato da Stanley Fisher. E dall’altro il figlio a capo di un ministero «senza portafoglio». In mezzo l’ex premier Menachem. «La nostra famiglia si oppone decisamente alla utilizzazione del volto di mio padre sulle banconote», ha detto Benny Begin durante la seduta del consiglio dei ministri.

A quel punto, scrivono i cronisti israeliani, il premier sarebbe rimasto a bocca aperta. Ed è sbottato. «Ma non potevate dire prima che siete contrati?», ha chiesto al suo ministro. «L’abbiamo fatto già sei mesi fa, ma evidentemente nessuno ci ha ascoltati», ha replicato Benny Begin. «Scopro solo adesso che la Banca centrale ha continuato a lavorare come se nulla fosse». A quel punto Netanyahu ha chiesto al governatore Fisher di rinviare ogni decisione sulle nuove banconote.

E dire che il governo israeliano pensava di rendergli onore. Pensava di ricordarlo in un modo degno questo premio Nobel per la Pace nel 1978. Ed è per questo che avevano messo a punto tutto: il taglio, l’immagine, la frase di commemorazione, la tonalità di colori. Solo che non aveva fatto i conti con la famiglia. E con il figlio, ministro «senza portafoglio».

© Leonard Berberi

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In dieci anni

Meno uniti. Più razzisti. Disillusi dalla politica. Ma più vicini alla nazione. E alla religione. In una parola: pessimisti. Ecco il volto di Israele nel periodo 2000-2009.

I dati del sondaggio pubblicati dall’Istituto Rafi Smith / Yedioth Ahronoth non lasciano dubbi a interpretazioni. Sono stati dieci anni con poche luci e tante, troppe ombre. L’oro alle Olimpiadi di Atene e il Nobel da una parte. Le bombe, i kamikaze, la sindrome da accerchiamento dall’altra.

Meno uniti. Il 69% degli israeliani intervistati (ebrei, musulmani, di nuova e vecchia generazione, di destra e di sinistra, religiosi e non) ritiene che la società è meno unita di dieci anni prima. Anche se il 34% si sente più vicino all’idea di nazione. Chi è attaccato di più alle istituzioni del Paese sono i nuovi immigrati.

Più razzisti. Quasi un israeliano su due (47%) pensa che la società sia diventata più razzista nei confronti delle minoranze presenti sul territorio. A sostenere questa tesi sono ex elettori della sinistra progressista, con un basso tenore di vita e un’istruzione basilare.

Vicini alla religione. Il dato è contrastante: chi è sempre stato alla larga dalla religione, in questi dieci anni s’è allontanato ancora di più. Ma le persone religiose, nel periodo 2000-2009 si sono avvicinate ancora di più ai precetti ebraici (o musulmani). Una società centrifuga.

Verso destra. E’ uno dei dati più significativi. Peraltro già emerso nelle analisi post-elezioni. L’82% degli israeliani si colloca nella fascia destra dello spazio politico e risponde che rispetto al decennio precedente si è “spostato di molto verso destra”. Soltanto due su cento pensano di essere transitati a sinistra.

Poca fiducia. Troppe campagne elettorali. Troppe elezioni. Troppi politici coinvolti in scandali e casi di corruzione. Alla fine, il dato ne risente: il 67% ripone meno fiducia nelle istituzioni del Paese.

Ci sarà la pace. Forse. Trentacinque israeliani su cento pensano che ci sarà un accordo di pace con uno dei vicini nei prossimi anni. Ma i restanti la pensano in modo contrario. Diverso, invece, il dato per quanto riguarda la composizione araba: per il 61% ci sarà la pace e per il 43 che ci sarà più sicurezza nel Paese.

p.s. Falafel Cafè vi augura buon anno e, soprattutto, tanta serenità. A domani, con il primo post del 2010 (l.b.)

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