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I filopalestinesi e l’accusa alle giornaliste del New York Times in Israele: “Sono di parte”

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

«Sono ebrei». «Hanno figli che indossano la divisa militare israeliana». «Sono sposati con opinionisti filosionisti». E allora, proprio perché hanno queste «caratteristiche», «non devono occuparsi di Medio Oriente», «non devono scrivere» su quello che succede tra Israele e Palestina, tra Israele e Gaza, tra Israele e Libano, tra Israele e mondo arabo. Perché, ecco, «sono di parte».

Se c’è mestiere più contorto è quello del corrispondente dallo Stato ebraico per i quotidiani occidentali. Soprattutto se il tuo lavoro finisce sul New York Times, uno dei giornali più letti e prestigiosi al mondo. C’è un nutrito gruppo di cronisti palestinesi, di blogger arabi influenti, di siti web che non fanno altro che spulciare riga per riga quello che scrivi. Pronti – al minimo errore, alla prima parola percepita al di sopra le righe, alla prima frase che suoni vagamente contraria al mondo arabofono – ecco, pronti a puntare il dito e dire «ecco, vi abbiamo smascherati, siete tutti al servizio della propaganda sionista».

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Altrimenti non avrebbe senso questa caccia alle streghe che si scatena puntualmente contro certi giornalisti stranieri mandati a occuparsi di faccende mediorientali. Altrimenti non si spiegherebbe la foto del figlio di Isabel Kershner, presa da Facebook e pubblicata da Mondoweiss – uno dei siti più letti tra i palestinesi e i filo palestinesi di tutto il mondo – in cui questo giovanotto è nella sua divisa verdognola dell’Idf, l’esercito israeliano, assieme ai suoi commilitoni.

Per dimostrare cosa? Per sostenere che, ecco, questa Kershner qui – quando scrive sul New York Times – forse non è così obiettiva. Insomma, chi si azzarderebbe a dire le cose come stanno, ragionano i filo palestinesi, «se ha un figlio che potrebbe essere mandato a morte sicura in qualche combattimento appena la mamma si mette a raccontare cose brutte sugl’israeliani?».

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Le accuse, nemmeno tanto velate, sono però prese sul serio dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Perché la domanda – al di là degli aspetti di «colore» – è maledettamente seria: può un giornalista essere obiettivo se ha un minimo di legame con una delle due parti in causa? Sì, secondo il New York Times. Che però chiede ai suoi la massima trasparenza e di fare un passo indietro nel momenti in cui si presenta anche l’ombra del conflitto d’interessi.

Nel caso di Isabel Kershner, collaboratrice – non dipendente – del quotidiano americano, il putiferio è scoppiato quando quelli di Mondoweiss si sono ricordati di un libro uscito nel 2005 e firmato dal marito della giornalista, Hirsh Goodman (noto filoisraeliano). L’uomo scriveva di avere due figli, di 7 e 10 anni. Così, nell’anno 2014, e con la prole in perfetta salute, i blogger filo palestinesi hanno spulciato i social network fino a rintracciare il profilo del figlio, ora 20enne, della coppia Kershner-Goodman. Eccolo là il giovane, con la sua divisa.

Jodi Rudoren, capo dell'ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Apriti cielo. E via con le accuse di parzialità. Lettere al New York Times. Domande alla diretta interessata. Che risponde. «Sì, è vero, ho un figlio di 20 anni che sta facendo il servizio militare obbligatorio come tutti i cittadini israeliani. L’altro, 17enne, è ancora al liceo». «Ma è vero che suo figlio ha combattuto nell’ultimo scontro a Gaza, l’estate scorsa?», chiedono ancora quelli di Mondoweiss. «Se ci fosse stata l’ombra del conflitto d’interessi ovviamente non avrei coperto un certo avvenimento», chiarisce Kershner. «Questa è la politica di tutti i corrispondenti del quotidiano, non solo qui, ma anche a Washington e Mosca».

Non contenti quelli di Mondoweiss scrivono a Joe Kahn e Michael Slackman, rispettivamente caporedattore e vice caporedattore degli Esteri per il New York Times. A rispondere è il numero uno della redazione. «Teniamo sempre conto dei legami personali e famigliari dei nostri giornalisti quando assegniamo loro un articolo», premette. «E questo avviene senza eccezioni. Ma chiediamo ai nostri reporter – a prescindere dal loro orientamento – di attenersi ai più alti standard di oggettività quando scrivono per noi». Per questo «nessun nostro corrispondente – durante la guerra a Gaza – ha scritto in conflitto d’interessi. Questo succederà anche in futuro».

Contenti della risposta? Mica tanto. Perché poi, nello stesso post, gli autori di Mondoweiss spostano l’attenzione verso Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza sempre per il New York Times. «Ma la Rudoren ha figli ancora troppo piccoli per fare il servizio militare», scrivono quelli di Mondoweiss. E se non c’è quindi conflitto d’interesse in questo senso, il blog ricorda che anche lei – oltre al passaporto americano – è ebrea e israeliana.

© Leonard Berberi

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E Mohammed sparì dalla classifica dei nomi dei neonati israeliani

Bimbi nati da poco in Israele nell'ultimo anno (foto di Tzvika Tishler/Ynet)

Bimbi nati da poco in Israele nell’ultimo anno (foto di Tzvika Tishler/Ynet)

E Mohammed dov’è? Ok, molti neonati li hanno chiamati – e sono soltanto i «primi» dieci, anzi dieci sui primi dodici – Yosef (o Yusef), Daniel, Uri, Itai, Omer, Adam, Noam, Ariel, Eitan, David. Ma Mohammed (Maometto in italiano, come il profeta dell’Islam) dov’è? Perché non compare nella lista? Eppure, cifre alla mano, è il nome più dato nell’ultimo anno in Israele. Per non parlare di Ahmed, che dovrebbe stare al nono gradino, lì tra Noam e Ariel. Scomparso pure lui.

«Psst! Il nome più popolare tra i neonati in Israele è in realtà Mohammed», titola – senza giri di parole – il quotidiano israeliano (di sinistra) Haaretz. E in un commento parla di «un’altra forma di razzismo che in Israele è stata istituzionalizzata». Ed è proprio da qui che scoppia il putiferio. «Si è trattato di una via di mezzo tra un errore e un malinteso», assicura l’Autorità per la popolazione, l’immigrazione e le frontiere, l’ente governativo che ha stilato la classifica. «L’elenco considera soltanto i nomi ebraici per la ricorrenza del Rosh Hashana, il capodanno ebraico».

«Ma quale errore? Ma quale malinteso? Questo è l’ennesimo esempio di quanto 1,4 milioni di arabo-israeliani siano in realtà “invisibili” per l’autorità centrale», attaccano le organizzazioni che si battono per la tutela dei diritti di un 20% della popolazione, gli arabo-israeliani appunto. Mentre il New York Times parla di «conspicuous absence», di mancanza evidente in una classifica pubblicata sempre poche ore prima del nuovo anno ebraico.

Una famiglia israeliana di religione ebraica al Sacher Park di Gerusalemme (foto di Marc Israel Sellem / The Jerusalem Post)

Una famiglia israeliana di religione ebraica al Sacher Park di Gerusalemme (foto di Marc Israel Sellem / The Jerusalem Post)

«Gli arabi – ricorda il quotidiano americano – sono stati nel Parlamento israeliano sin dalle origini, dal 1949. Ma da allora soltanto uno è stato ministro». Tutti gli altri deputati e basta. Non che la cosa, nel resto delle istituzioni sia diversa. Prendiamo per esempio i media elettronici. «In televisione se vediamo le prime serate di Canale 1, Canale 2, Canale 10 non vediamo arabi alla conduzione», denuncia Hassan Jabareen, direttore di Adaleh, organizzazione a tutela degli arabo-israeliani.

«Ciascuno di questi canali ha pure gli esperti in affari arabi – continua Jabareen –, ma nessuno di questo lo è davvero, sono ebrei pure loro. Il risultato è che l’unico messaggio dato agli israeliani è questo: gli arabi sono degli estranei, per questo ci serve un mediatore tra noi e loro». «Forse era meglio mettere un asterisco in fondo – ragiona Sabine Haddad, portavoce dell’Autorità – e spiegare che i nomi arabi erano stati lasciati fuori».

Preso il calendario ebraico, nell’ultimo anno sono nati 176.230 bambini: 90.646 maschi, 85.584 femmine. I nuovi Mohammed sono 1.986, i Yosef (o Yusef) 1.173, i Daniel 1.088 e gli Uri («luce mia», in ebraico) 1.071. Tra le femmine i dieci più registrati sono stati: Tamar, Noa, Shira, Adele, Talia, Yael, Leanne, Miriam, Maya, Avigail. La popolazione complessiva, poi, sfiora i 9 milioni di abitanti, 8.904.373 per la precisione. Mohammed compresi.

© Leonard Berberi

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E Netanyahu sbottò contro gli Usa: decidiamo noi se e quando attaccare l’Iran

«Con tutto il rispetto, voi non siete a un tiro ti schioppo dal vostro peggior nemico e dalle sue bombe atomiche. Decidiamo noi quando, come e chi attaccare. Soprattutto quando è in gioco l’esistenza stessa d’Israele». Raccontano che a un certo punto Benjamin Netanyahu, premier d’Israele, non ce l’ha fatta più. E così, dopo due ore di colloquio drammatico con il consigliere americano della Sicurezza nazionale Tom Donilon, ha sbottato. E ha annunciato quel che da giorni si sapeva e si diceva tra i corridoi del governo: Israele continua a considerare gli Usa come partner strategico di primo livello, ma ora quel che conta è annientare il pericolo iraniano. Con o senza le bombe. Con o senza gli americani e la comunità internazionale.

«Siamo stanchi di questi continui tira e molla americani», avrebbe detto Netanyahu all’interlocutore diretto della Casa Bianca. «Non è questione di diplomazia: qui o l’Iran smette con il suo programma nucleare e le minacce nei nostri confronti o non potremo far altro che intervenire militarmente». A quel punto, stando ai pochi presenti, il consigliere Donilon avrebbe accennato un sorriso, avrebbe stretto la mano al primo ministro e se ne sarebbe tornato dritto a Tel Aviv a riferire tutto a Washington.

L’incontro è avvenuto la sera di domenica 19 febbraio. Due ore di colloquio «burrascoso» tra l’emissario di Obama e – per dirla con un consigliere americano – «un acrimonioso Netanyahu». La notizia, a dire il vero, è filtrata prima a Washington. Poi è rimbalzata a Gerusalemme. Dove, però, l’ufficio stampa del premier dello Stato ebraico ha smentito il faccia a faccia sia mai avvenuto.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ap)

Secondo l’indiscrezione, l’amministrazione americana starebbe puntando su una «soluzione condivisa della crisi». Niente attacco militare, colloqui sempre più serrati (magari in un posto “neutro” come Istanbul), serie di sanzioni e magari anche qualche concessione. Una politica di «appeasement» che non sarebbe affatto piaciuta a Netanyahu. Tanto che il premier israeliano avrebbe tirato in ballo la Seconda guerra mondiale, l’atteggiamento «accomodante» di Regno Unito e Francia prima dello scoppio del conflitto e «le conseguenze catastrofiche, guarda caso, per il popolo ebraico». «Mentre voi prendete tempo – avrebbe urlato il primo ministro al consigliere americano – a Teheran continuano a fare quel che gli pare».

Per Netanyahu sono due i problemi da risolvere al più presto: l’arricchimento dell’uranio per mano iraniana  «dal 20%, come minimo, fino al 90%» e il trasferimento del materiale nei depositi sotterranei (soprattutto nei pressi di Fardu, a pochi chilometri da Qom). «Non possiamo permettere che Teheran arricchisca e nasconda il suo uranio, per questo è valida qualsiasi opzione, anche quella militare», avrebbe continuato Netanyahu. Che, a questo punto, avrebbe anche puntato il dito contro gli Usa e la loro speranza «vana» di fermare «i progetti folli degl’iraniani». «Anche se dovessimo sederci a un tavolo, la Repubblica islamica userà il tempo per lavorare ancora di più per costruire la bomba atomica».

Il giorno dopo, lunedì 20 febbraio, il consigliere Donilon ha incontrato il ministro della Difesa Ehud Barak. Di certo non una colomba, secondo i bene informati. Se è vero che, da un mese a questa parte, sarebbe il più grande sostenitore – all’interno del governo – dell’opzione militare contro l’Iran. Anche a Barak Donilon avrebbe ripetuto le stesse cose dette a Netanyahu. Mentre il ministro della Difesa ha ricordato – con fastidio – «l’operazione mediatica americana volta a farci desistere dall’intervenire contro Teheran».

Il consigliere della sicurezza nazionale americana, Tom Donilon nello studio Ovale. Di spalle, il presidente Usa Barack Obama

Ecco, a proposito di informazione statunitense. È vero quel che dice il ministro Barak: negli Usa c’è un gran vociare di giornalisti, analisti ed esperti militari. La maggior parte spinge per la carota, piuttosto che per il bastone. Alla Cnn, il generale Martin Dempsey, il numero uno delle forze armate americane, ha detto che, «Israele ha sì la capacità di colpire l’Iran, ma – nello scenario più ottimistico – può rallentare i lavori sull’uranio fino a un massimo di due anni. E, francamente, ritengo che certi obiettivi militari dello Stato ebraico siano fuori dalla portata delle armi a disposizione». Mentre sul New York Times certi esperti mettono in dubbio la capacità dei jet israeliani «di raggiungere l’Iran senza dover richiedere un’operazione delicatissima come quella del rifornimento in volo». Insomma: secondo gli americani Israele non avrebbe la capacità di far male alla Repubblica islamica.

Sullo sfondo dei colloqui falliti tra Usa e Israele, si muovono tre fronti, altrettanto interessanti. Il primo, già in atto, è quella degl’ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale dell’energia atomica): gli emissari sono sbarcati a Teheran con l’obiettivo di «chiarire le “zone d’ombra” del programma nucleare iraniano e i suoi obiettivi». È il secondo tentativo in meno di un mese. Gli esperti chiederanno anche di sentire gli scienziati che compaiono in una lista di nomi arrivata all’Aiea e che occuperebbero posizioni importanti all’interno del progetto atomico.

Il secondo fronte è quello russo. Da un lato il generale russo Nikolai Makarov ha detto che un eventuale attacco israeliano contro l’Iran «non potrà che avvenire con il coordinamento di alcuni governi». E la decisione, sull’intervento militare, «sarà fatta entro l’estate». Poco dopo, la Russia ha richiamato in patria – e senza dare spiegazioni – la portaerei “Ammiraglio Kutznetsov”, ancorata al porto siriano di Tartus.

Il terzo fronte è quello iraniano. Da un lato, il Paese ha sollecitato domenica «una rapida ripresa delle trattative sul nucleare con l’Occidente». Dall’altro, ha annunciato il blocco delle forniture di petrolio alla Gran Bretagna e alla Francia dopo il voto europeo sulle sanzioni. Non solo. Ha minacciato di tagliare i rifornimenti anche a Italia, Spagna e Grecia. Secondo i calcoli dell’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2011 il 13% del petrolio arrivato nel nostro Paese era “made in Iran”.

© Leonard Berberi

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attualità, tecnologia

Israele sborsa tremila dollari per comprare l’account Twitter “@israel”

Lui dice che la cifra finale «conteneva cinque zeri». Loro, invece, negano e rivelano di aver sborsato solo 3.000 dollari. E tutto per un account Twitter @israel. Usato pochissimo dal primo. Ritenuto strategico dai secondi, soprattutto per rilanciare l’immagine del paese via Internet.

Lui si chiama Israel Melendéz. È uno spagnolo – anche se oggi vive a Miami – noto alle cronache e alla rete per la sua serie di siti web a luci rosse. Loro sono i funzionari del ministero degli Esteri dello Stato d’Israele che hanno fatto di tutto per essere gli unici ad avere la dicitura @israel. L’account Twitter – il principale sito di microblogging – era stato aperto da Israel, il porno-impresario, nel 2007. Soprattutto per capire i gusti del pubblico. «Ma poi l’ho abbandonato», ha detto lui. «Ricevevo un sacco di adesioni, di insulti e di attacchi perché pensavano fosse quello dello Stato ebraico».

Il "cinguettio" di Israel Melendéz in cui annuncia di averlo venduto allo Stato israeliano (foto tratta dal sito spagnolo Pùblico)

Ha scritto il giornale spagnolo Pùblico (ripreso – nell’ordine – dal New York Times e dall’israeliano Haaretz) che il governo di Gerusalemme ha sborsato tremila dollari per far “morire” l’account. Il titolare, però, dice che la transazione conteneva cinque zeri. E cioè dai centomila dollari in su. «La cifra pubblicata sugli organi d’informazione spagnola è decisamente esagerata», ha smentito Chaim Shacham, direttore dell’ufficio “Informazione e Internet” del ministero degli Esteri israeliano.

Un account, @israel, che nella guerra mediatica che si sta combattendo sulla Rete risultava un avamposto importante. Perché oltre ai proiettili, anche 140 caratteri sparati sul web possono risultare determinanti nella sfida contro i detrattori.

Leonard Berberi

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cultura

Ritorno alle origini

Bono, ex cantante degli U2

Un festival dell’arte. Che celebri l’origine delle tre religioni abramiche: Giudaismo, Cristianesimo e Islam. Firmato: Bono.

La proposta arriva dalle pagine del New York Times che dedica uno spazio importante alle “10 idee che renderebbe interessante il prossimo decennio”. Tra queste, appunto, quella del cantante irlandese ed ex leader degli U2.

Un festival di Abramo, dunque. “Da tenere ogni anno in un posto diverso – scrive Bono -. Ovviamente Gerusalemme come prima tappa sarebbe la migliore scelta possibile”. Il motivo è semplice: “Durante gli anni della guerra irlandese – continua il cantante – un migliaio di band punk-rock nacquero in tutto il Paese. E gli storici sono concordi nel dire che furono gli artisti, non i politici, a riportarci alla pace aprendo uno spazio dov’era possibile dialogare gli uni con gli altri”.

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