attualità

Il bimbo del campo di sterminio nel documentario di Hitchcock

Bambini sopravvissuti all'Olocausto nel campo di contramento di Bergen-Belsen sorridono alla cinepresa. Il fermo immagine appartiene al documentario sui campi di sterminio montato con l'auto di Alfred Hitchcock (da Imperial War Museum)

Bambini sopravvissuti all’Olocausto nel campo di contramento di Bergen-Belsen sorridono alla cinepresa. Il fermo immagine appartiene al documentario sui campi di sterminio montato con l’auto di Alfred Hitchcock (da Imperial War Museum)

A ottantadue anni – e 9.343 chilometri di distanza – settimana scorsa ha fatto il solito da un po’ di tempo a questa parte: accendere il computer, aprire la cartella dei preferiti sul suo browser, cliccare «Times of Israel» e leggere le notizie sullo Stato ebraico, sul nuovo governo Netanyahu e sulla vita quotidiana in Medio Oriente. Poi a un certo punto ha voluto saperne di più di un articolo che conteneva le parole «Hitchcock», «70 anni» e «Olocausto».

Pochi secondi dopo era lì a piangere davanti al monitor del pc. Da solo. A scoperchiare un passato che non passa. E che gli ha ricordato di aver avuto al suo fianco suo fratello, compagno di sventura che ha deciso di lasciare questa terra un anno e mezzo fa. «Quello sono io. Ecco quello, quello con il cappellino scuro. E il giovanotto dietro di me è Michael, mio fratello».

Yehuda Danzig, nella sua casa di Toronto, in Canada, non ci poteva credere. Su quella pagina web di Times of Israel c’era lui, suo fratello e altri giovanissimi di cui non ricorda né nome, né destino. Tutti dietro il filo spinato del campo di concentramento di Bergen-Belsen poco dopo la liberazione nell’aprile 1945. L’immagine è tratta da «German Concentration Camps Factual Survey» (Indagine fattuale sui campi di concentramento tedeschi) un documentario supervisionato nientemeno che da Alfred Hitchcock, mai ultimato per tutta una serie di motivi e rimasto sepolto per settant’anni negli archivi dell’Imperial War Museum di Londra.

Yehud Danzig nel fermo immagine del documentario sui campi di concentramento e, di fianco, com'è oggi. Dietro Yehuda, con il cappello di colore chiaro, c'è il fratello Michael

Yehud Danzig nel fermo immagine del documentario sui campi di concentramento e, di fianco, com’è oggi. Dietro Yehuda, con il cappello di colore chiaro, c’è il fratello Michael

Yehuda – che al tempo aveva 12 anni – non sapeva nemmeno di essere stato immortalato sulla pellicola. Aveva deciso da tempo che era venuto il momento di non riprendere in mano quel passato. Da quando, negli anni Cinquanta, aveva passato un decennio a vagare tra Regno Unito, Canada, Israele e poi aveva deciso che doveva starsene alla larga, quindi meglio Toronto, il Canada e migliaia di chilometri di acqua a separare dall’Europa.

Originario di Zlate Moravece, ex Cecoslovacchia – ricorda lui a Times of Israel – Yehuda era stato portato al campo di concentramento alla fine dell’estate del 1944 con la nuova moglie del papà, due fratelli e una sorella. Il padre era stato portato in un altro campo, dove morirà poco dopo. «C’erano morti ovunque, la gente veniva uccisa in modo brutale», racconta. «Non avevamo nulla da mangiare o da bere, eravamo ricoperti di pidocchi, avevamo il tifo e sembravamo degli zombie».

Poi Yehuda si svegliò con gli altri, era il 15 aprile 1945, e un soldato spiegò a lui, a tutti, che erano liberi. Lo fece in inglese. «Non avevamo la minima idea di cosa ci avesse appena detto», sorride l’82enne. «Poi qualcuno capì che nessuno di noi sapeva l’inglese e ci disse quelle parole in tedesco». Due settimane – dopo essere stati rifocillati dagli Alleati – Yehuda ricorda di essere stato ripreso da una videocamera.

Passato un mese il giovane cerca di riprendere – con la matrigna e i fratelli – la sua vita nel villaggio di origine, ma non era rimasto praticamente nessuno. In contemporanea Alfred Hitchcock viene chiamato a Londra dal suo amico-produttore Sidney Bernstein per dare una mano nel montaggio delle scene filmate dagli operatori militari inglesi, americani e sovietici in undici diversi campi di concentramento, compresi Bergen-Belsen, Buchenwald, Dachau, Ebensee, Mauthausen e Majdanek.

Intanto passano gli anni. Yehuda finisce in Canada con il fratello Michael e nel 1958 sposa Etty, la sua attuale moglie che gli ha dato due figli. «Mio marito non ha mai parlato dell’Olocausto – dice lei – fino a quando i figli non sono diventati adulti».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

IL DOCUMENTO / Quel timido comunicato congiunto di fronte alla “macelleria” di Hitler

Gli ebrei internati nel campo di concentramento di Buchenwald. La struttura è stata liberata il 16 aprile 1945. Nella seconda fila, la settima persona da sinistra è Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986

Gli ebrei internati nel campo di concentramento di Buchenwald. La struttura è stata liberata il 16 aprile 1945. Nella seconda fila, la settima persona da sinistra è Elie Wiesel, premio Nobel per la pace nel 1986

Era oggi. Era settantuno anni fa. Ne sarebbero passati molti altri di mesi. Ne sarebbero morti altri milioni. Prima che, all’improvviso, il mondo si accorgesse che qualcosa, nel cuore dell’Europa, era successo. Prima che scoprisse – o ammettesse, in alcuni casi – che oltre il muro di casa era andata in scena la «premiata macelleria umana» di Adolf Hitler e dei suoi seguaci. Con la complicità, i silenzi, l’imbarazzo e l’impotenza di molti. Tanti. Troppi.

Eppure che qualcosa stava accadendo lo si era intuito più di due anni prima della liberazione del campo di Auschwitz il 27 gennaio 1945. Basta riprendersi i lanci d’agenzia dell’epoca. Uno, in particolare. È datato 18 dicembre 1942. È la dichiarazione congiunta rilasciata da Washington, Londra e Mosca. E spiega, alla lettera, che molti Paesi sapevano esattamente cosa stava succedendo.

Scrive il comunicato: «All’attenzione dei governi di Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia, Unione sovietica, Regno Unito, Stati Uniti, Jugoslavia e del Comitato nazionale francese sono arrivate diverse comunicazioni da tutta Europa che le autorità tedesche – non contente di negare i diritti umani più elementari alle persone di razza ebraica in tutti i territori in cui è stata resa operativa la loro legge barbara – stanno portando avanti il piano di Hitler di sterminare il popolo ebraico in Europa».

«Gli ebrei sono stati portati via dalle loro case in tutti i Paesi occupati e sono stati trasferiti in condizioni spaventose, orrende e brutali verso l’Europa orientale. In Polonia, che è ormai diventata la macelleria ufficiale dei nazisti, i ghetti costruiti dall’invasore tedesco vengono svuotati di tutti gli ebrei, ad eccezione dei lavoratori altamente qualificati e necessari per le industrie belliche».

E ancora. «Nessuno di quelli portati via si è mai rifatto vivo. I normodotati stanno lentamente morendo di fatica nei campi di lavoro. Gli infermi vengono lasciati morire di fame o sono massacrati deliberatamente in esecuzioni di massa. Il numero di queste sanguinose crudeltà è stimato in molte centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini del tutto innocenti».

Quindi la richiesta, formale. «I governi di cui sopra e il Comitato nazionale francese condannano nei termini più forti possibili questa politica bestiale di sterminio a sangue freddo. Essi dichiarano che questo tipo di eventi può soltanto rafforzare la determinazione di tutti i popoli che amano la libertà di rovesciare la barbara tirannia hitleriana».

© Leonard Berberi

> Il lancio stampa è stato recuperato dagli archivi della Jewish Telegraphic Agency
> La foto è contenuta qui (National Archives americani)

Standard
cultura

“La fabbrica dei fantasmi”, otto voci e un Olocausto

C’è la mamma. Si preoccupa, lei, delle incombenze di casa. E di mettere a posto – nel lavoro e nella vita – la figlia e il figlio. C’è il militare. Si preoccupa, lui, di rispettare il più possibile alla lettera gli ordini calati dall’alto. Così, senza filtri. Senza una ragione. Ma con un obiettivo. Una soluzione. Finale. C’è il ragazzo. Un po’ così. Ma l’unico, terribilmente l’unico, a vedere quello che tutti gli altri non possono vedere. Non vogliono vedere.

Poi c’è la figlia. Giovane. Con la testa già verso il fidanzato da favola, il matrimonio da favola, la vita da favola. L’esistenza – per lei, per tutti – prenderà un’altra piega. C’è il colluso. Ancorato, nel bel mezzo della disperazione, a un pragmatismo mortale. E il Rosso. Che sembra aver trovato, nel puzzo di campagna, la sua dimensione. C’è pure il fantasma. E l’amico del fantasma. Morti viventi, prima. Morti veri, poi.

E infine c’è quella fabbrica. Costruita nel cuore della notte e nel cuore della foresta. Tirata su in modo che nessuno possa vedere cosa si produce dentro. Sorvegliata per tenere tutti a larga. Ché quella non è una vera fabbrica. È un buco nero. È la morte dell’uomo. È il nulla.

L’Olocausto visto dall’altra parte. Dal fronte di chi – e sono stati in tanti – per un pizzico di lavoro non ha voluto vedere. Non ha voluto sentire. Non ha voluto pensare e vivere. Dal fronte di chi vedeva la Morte lavorare giorno dopo giorno. Di chi alla Morte portava il pane e le donne. E lavava e stirava la divisa. Di chi poteva sentire il puzzo di bruciato, ma preferiva sopportare.

C’è tutto questo nel libro di Francesca Bettelli «La fabbrica dei fantasmi» (Gaffi Editore, 130 pagine, 10 euro). C’è la storia di un villaggio (non sapremo mai quale) che vive e lavora come se nulla fosse a pochi passi da un campo di concentramento. Perché questo è stato l’Olocausto. Un ammasso di individui che per mesi, per anni, ha vissuto vite parallele, sospese. Che da un giorno all’altro si son visti sparire il vicino di casa lì da decenni. Per poi non farsi domande. Nemmeno una.

Il libro «corale» di Francesca Bettelli non ricorre a frasi ad effetto. Non strizza l’occhio alla prosa aggraziata. E nemmeno alla pancia – sensibile – di chi si ricorda degli oltre 6 milioni di ebrei sterminati nei lager. Semplicemente racconta. Immagina. Riporta. Sintetizza. Del resto, di fronte all’Orrore umano, non c’è bisogno di fantasia. È successo tutto per davvero.

«Quando saremo all’altro mondo – scrive nell’ultima pagina la Bettelli, riprendendo una frase di Simon Wiesenthal – e incontreremo i milioni di ebrei sterminati nei campi nazisti ed essi ci chiederanno cosa abbiamo fatto noi che siamo sopravvissuti, io risponderò: “Io non ho dimenticato”».

© Leonard Berberi

Standard