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La gaffe del diplomatico iraniano seduto sul posto riservato a Israele

Più della diplomazia, poté la fatica. E quella voglia incredibile di sedersi da qualche parte. E così finisce che quel posto in realtà sia quello riservato al nemico numero uno dello Stato che rappresenti. Poi basta che qualche delegato presente al momento scatti una foto storica e il gioco è fatto. La polemica è servita. Per non parlare dell’imbarazzo.

I fatti. In uno dei tanti vertici all’Agenzia internazionale dell’energia atomica è presente anche Ali Ashgar Soltanieh, il delegato iraniano permanente dell’Aiea. Al margine di un lungo incontro che ha avuto luogo a fine settembre, Soltanieh si mette a discutere con il collega irlandese, Paese che presiede il comitato di sicurezza dell’Agenzia, e cubano. Complice la fatica, l’esponente iraniano si siede di fianco. Ignorando il cartellino con la scritta “Israel”. Non è il solo. Perché anche gli uomini dietro, entrambi iraniani, non notano che quel posto è stato riservato in precedenza allo Stato ebraico. O, come preferiscono chiamarlo dalle parti di Teheran, l’«entità sionista».

Qualcuno non ci pensa su un secondo e scatta una foto con un telefonino. La invia a Colum Lynch, curatore del blog «Turtle bay» dove il giornalista scrive dei lavori delle Nazioni Unite per conto di Foreign Policy. E da lì la notizia esplode. In Israele i giornali hanno ironizzato sulla scena. «Ma come, dite che non esistiamo e poi vi sedete sulle nostre sedie?», scrivono alcuni quotidiani. Dall’Iran, invece, non è arrivata nessuna reazione. Anche se qualcuno scommette che Soltanieh, da sei anni inviato all’Aiea, rischi il posto. E tutto per una semplice distrazione. E una foto. E il web.

Leonard Berberi

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La solitudine di Israele

Nel tardo pomeriggio di ieri è arrivato il chiarimento di Ankara: con Israele tagliamo i cordoni sì, ma solo quelli militari e diplomatici. Gli altri, quelli economici, restano così come sono. Del resto, chi è quel pazzo disposto di questi tempi a buttare al vento almeno quattro miliardi di interscambi commerciali all’anno?

E allora. Turchia e Israele ai ferri corti. Ormai è ufficiale. Del resto l’andazzo di Erdogan (foto sopra, a destra Netanyahu), sempre più leader islamico indiscutibile del Medio Oriente, è questo da mesi. A prescindere dagli incidente a bordo della nave Mavi Marmara dell’anno scorso al largo di Gaza. La nuova linea diplomatica di Ankara – stando ai bene informati – sarebbe stata decisa già nel 2009. Quando in un colloquio riservato il premier turco avrebbe fatto capire che gli equilibri dell’area sarebbero cambiati presto e che bisognava riposizionarsi nello scacchiere. «Israele non potrà godere più di tanto dell’appoggio americano, visto il declino della potenza», avrebbe detto Erdogan ad alcuni dei suoi. «L’Iran sarà sempre più debole a livello internazionale e le pressioni palestinesi per il riconoscimento di un vero e proprio Stato sui confini del 1967 usciranno dai confini locali». Certo non avrebbe previsto il crollo dell’Egitto, Erdogan. Ma avrebbe dato per certo una rivolta contro Assad in Siria.

Un premier turco lungimirante? Forse. Anche se i primi passi concreti sono arrivati solo in queste settimane. Recapitando un messaggio devastante per Israele: attenti, ora siete soli. E infatti a Tel Aviv come a Gerusalemme si parla soprattutto di questo: dell’isolamento. Politico, sì. Militare, soprattutto. Perché la Turchia non era solo un partner strategico. Era una pedina importante che permetteva di stare sicuri sia dal Libano (intendi: Hezbollah) che dalla Siria e dalla Striscia di Gaza (leggi: Hamas).

Gli analisti israeliani ritengono esagerate le reazioni di Tayyip Recep Erdogan dopo le mancate scuse dello Stato ebraico dolo il blitz sulla Freedom Flottiglia. «A meno che – è il ragionamento di alcuni di loro – questa delle scuse ufficiali non sia soltanto una… scusa». Un motivo per staccarsi da un alleato che, nell’area, è sempre più scomodo per i turchi. C’è poi chi, come Dan Margalit – ormai l’unico portavoce del premier israeliano sulla stampa – scrive sul quotidiano nazionalista free press “Israle ha-Yom” (Israele Oggi) che «Erdogan soffre della malattia mentale dell’antisemitismo». E ancora: «Il premier turco coltiva ambizioni neo-imperiali islamico-ottomane con lo scopo di conquistare il primato nel mondo arabo a spese di noi ebrei».

A livello ufficiale, dalle parti di Gerusalemme, la linea è solo una: «A Erdogan non si risponde». Poi, come sempre è successo in questo governo Netanyahu un po’ allo sbando in fatto di politica estera, ecco poi è successo che un ministro, Yisrael Katz (Trasporti), abbia detto – «a titolo personale» – che «le scuse per la questione della Flottiglia restano fuori discussione: la Turchia le lega a una revoca del blocco navale di Gaza che aprirebbe la porta ai traffici di armi di Hamas».

Certo, sostengono gli stessi analisti, Gerusalemme ha fatto la sua parte. La diplomazia «a trazione nazionalista» del premiere Benjamin Netanyahu «ha fallito in lungo e in largo», dice chi queste cose le segue da tempo. E alla fine il nome al centro, oltre a quello del premier, è sempre il solito: Avigdor Lieberman (dietro al premier, nella foto poco sopra). Il ministro degli Esteri, il responsabile delle relazioni con il resto del mondo, non ha mai nascosto il suo volto nazionalista. Che fosse con i musulmani o con gli ebrei. Gl’imbarazzi, ecco, non sono mancati nemmeno quelli. Il fatto è che dopo un po’ le cancellerie di stanza a Tel Aviv hanno smesso di chiamare lui, «Yvette» Lieberman. Qualche ambasciatore occidentale non ha più alzato la cornetta. Qualcun altro ha preferito parlarne direttamente con il premier.

Ora arriva la prova decisiva, quella del 20 settembre. Quando i vertici palestinesi si dovrebbero rivolgere all’Onu per chiedere il riconoscimento dei diritti di sovranità di uno Stato di Palestinese indipendente, con Gerusalemme Est capitale e con i confini esistenti prima della Guerra dei Sei Giorni del 1967. L’Anp dice che avrà il sì di almeno 140 Paesi. Difficilmente il voto porterà subito alla creazione dell’autorità indipendente, ma è anche vero che sono numeri che ormai pesano. E che l’amministrazione Usa non è più in grado di ignorare. Soprattutto alla luce della crisi tra Israele e Turchia.

Non che il resto non conti nulla. Nel nuovo scenario – quello dell’isolamento politico-diplomatico israeliano – fanno ancora più paura i confini per nulla sicuri con l’Egitto lungo il Sinai, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e quelle fazioni radicali che premono lungo il confine con la Siria, nell’Altura del Golan, in un Paese ormai allo sbando. La sindrome dell’accerchiamento – temuta, prospettata, studiata ed evitata per decenni – rischia di diventare qualcosa di più concreto. E i venti di guerra qualcosa di più di uno scenario da guerrafondai. Basta leggere le reazioni ufficiali del governo di Cipro (membro Ue): «Il nostro Paese farà di tutto per fermare la guerrafondaia Turchia». Li han chiamati proprio così, i turchi: «guerrafondai». Certo, la scusa ufficiale era la minaccia di Ankara di rivedere certi progetti di ricerca di risorse di gas naturale dopo la rottura con Israele. Ma il messaggio di fondo puntava chiaramente ad altro: a salvaguardare il fragile equilibrio dell’isola. E dell’area. Anche a costo di una spedizione militare. Trascinando così l’intera Europa. Che, a dire il vero, sembra dormire.

Leonard Berberi

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Golan, scontri e vittime sul confine israelo-siriano

Cambia – di poco – il nome, restano i morti. Anzi: si aggiungono. Un’altra domenica di sangue ha segnato questa primavera mediorientale. Nell’anniversario della “Naqsa” – la sconfitta degli eserciti arabi nella “Guerra dei sei giorni” del 1967 – dimostranti siriani e palestinesi si sono lanciati all’assalto dei reticolati di frontiera presidiati dall’esercito israeliano sulle alture occupate del Golan, nel nord-est dello Stato ebraico.

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Torna la violenza di Hamas: decine di razzi contro Israele e botte ai giornalisti stranieri

Gli effetti di uno dei razzi sparati dai miliziani di Hamas sul suolo israeliano (foto Roee Idan)

È stata una giornata di guerra. Non solo in Libia. Ma anche a Gaza. Un sabato di mortai, attacchi aerei, vittime e minacce ai giornalisti. Dopo giorni di proclami ieri dalla Striscia è partita una lunga serie di attacchi contro il fronte israeliano. Almeno cinquanta proiettili di mortaio sono stati sparati dai miliziani di Hamas verso la parte meridionale del deserto del Negev. Colpi quasi tutti andati a vuoto. Tranne uno, finito sulla comunità agricola di Pithat Shalom: due persone sono rimaste ferite e una casa ha subito danni.

A quel punto la replica dell’esercito israeliano non s’è fatta attendere. Carri armati e artiglieria di terra sono entrati in azione sul confine sud-orientale della Striscia di Gaza. Poi è stata la volta di un paio di incursioni aeree. Secondo fonti mediche, cinque miliziani e un bambino palestinese sarebbero rimasti feriti. L’esercito israeliano ha anche comunicato di aver ucciso due terroristi posizionati lungo la frontiera.

Il premier Benjamin Netanyahu ha definito «molto grave» quest’ultima violazione della tregua di fatto in vigore teoricamente dalla fine dell’offensiva “Piombo Fuso” di due anni fa e ha fatto intendere ulteriori ritorsioni, ribadendo di essere deciso a «proteggere i cittadini israeliani con tutti i mezzi necessari».

Uno dei palestinesi feriti dal raid israeliano di sabato mattina viene portato in ospedale per le prime cure (foto Associated Press)

Meno diplomatico il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (partito di estrema destra). Da sempre contrario a qualunque concessione negoziale nei confronti dei palestinesi, ha inviato una protesta formale alle Nazioni Unite e ha scritto che «gli attacchi odierni, avvenuti mentre si discute di riconciliazione fra l’Autorità nazionale palestinese e Hamas, dimostrano come il sostegno internazionale che i palestinesi chiedono sarebbe nei fatti sostegno a uno Stato terrorista».

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Le tensioni continuano anche all’interno della parte politica palestinese. Come confermano la parole di Sami Abu Zuhri. Il portavoce dell’ala dura di Gaza è tornato ieri a scagliarsi contro Fatah, il partito di Abu Mazen rimasto in sella nella sola Cisgiordania dopo la sanguinosa presa del potere di Hamas nella Striscia nel 2007. Zuhri ha avvertito che l’annunciata visita conciliatoria di Abu Mazen a Gaza non potrà esserci prima del rilascio di «tutti i prigionieri politici» detenuti in Cisgiordania. E ha accusato Fatah d’aver «sobillato da Ramallah» i giovani protagonisti di alcuni insoliti raduni “non autorizzati” promossi in settimana a Gaza per invocare l’unità nazionale e protestare contro la divisione tra fazioni.

Raduni che la forza pubblica di Hamas ha disperso con la violenza. E dei quali i miliziani islamici non hanno gradito neppure la copertura mediatica, come testimoniano le irruzioni compiute sabato mattina nelle sedi di Gaza City della tv dell’agenzia internazionale Reuters e d’un service locale che fornisce assistenza video all’agenzia americana Associated Press. I miliziani – una decina in tutto – hanno sequestrato le telecamere, hanno picchiato un giornalista, minacciato gli altri e hanno finito il loro raid con il pestaggio di due operatori palestinesi.

© Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 69

Impiegati drusi residenti nel villaggio di Majdal Shams, nelle alture del Golan (nord d'Israele), lavorano su un nastro automatico che confeziona le mele coltivate nel territorio conteso. Il frutto sarà venduto nei mercatini siriani dopo aver passato il valico di Quneitra, grazie a un accordo tra Israele e la Croce Rossa internazionale. Nel 2011 saranno esportate circa 12mila tonnellate di mele, il triplo di cinque anni fa, quando fu permesso per la prima volta il commercio (foto di Atef Safadi / Epa)

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Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 2

Quello che preoccupa di più di Lieberman è il suo ruolo nel Paese e nel mondo. «Molti esperti sono preoccupati per la sua gestione degli Esteri», continua Eldar. «Il capo di “Israel Beitenu” non ha mai partecipato a un incontro con la controparte palestinese per risolvere la questione decennale tra i due popoli. Una cosa che hanno sempre fatto tutti i precedenti di Lieberman da un quarto di secolo a questa parte».

Certo, qualche missione Lieberman l’ha pure fatta. Negli ultimi mesi è stato spesso in America Latina. Ha incontrato i massimi rappresentanti di Brasile e Argentina. Da questi paesi, con una voce trionfante, ha sempre dichiarato che «L’America del Sud è con lo Stato ebraico d’Israele».

Solo che, sarà pure un caso, ma qualche settimana fa proprio Brasile e Argentina sono stati i primi paesi sudamericani a riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese con i confini – che Israele nega – del 1967. Dopo di loro, è stato il turno di Bolivia ed Ecuador. Mentre venerdì e sabato, a cavallo tra il 2010 e il 2011, il presidente palestinese Abu Mazen poserà la prima pietra della prima ambasciata dell’Anp in Brasile.

«Lieberman dovrà andare fino alle Isole Fiji per trovare qualcuno d’accordo, tra le altre cose, con il suo piano di organizzazione dei confini israelo-palestinese», ha scritto ancora il commentatore di Haaretz.

Un’altra questione scottante è quella della rappresentanza israeliana alle Nazioni Unite. Dall’estate scorsa lo Stato ebraico è senza un vero e proprio ambasciatore. Lieberman e Netanyahu non riescono a mettersi d’accordo sulla nomina. Il primo vorrebbe mandare uno dei suoi, così da preservare la linea della fermezza in ambito internazionale. Il secondo, invece, vorrebbe nominare un personaggio di spicco della diplomazia mondiale e, possibilmente, lungimirante. Da allora, a New York, c’è un diplomatico pro tempore che, scrive Haaretz, «non ha le competenze per svolgere alla perfezione quel lavoro».

E lui, Lieberman, come si giustifica? Il ministro non lo fa. Anzi, fa orecchie da mercante di fronte alle critiche che gli arrivano da destra e da sinistra (e anche dal suo stesso partito). Ma ci tiene a ricordare ai commentatori (e all’elettorato) che da quando c’è lui a occupare il posto di ministro degli Esteri, «il sistema delle relazioni con il mondo è cambiato». «Abbiamo nuovi e più affidabili alleati», ha sempre detto Lieberman, «paesi come la Russia e l’India, continenti come l’Africa e regioni come l’Europa dell’Est. Paesi che non ci volteranno le spalle, come hanno fatto alcuni nostri alleati storici». (seconda e ultima parte; la puntata precedente la trovate nel post del 29 dicembre 2010)

Leonard Berberi

Leggi la puntata precedente: Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

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Gli ebrei libici chiedono 400 milioni di euro a Gheddafi e Berlusconi. L’Italia dice sì

I conti con il passato si fanno abbastanza presto. Per quel che hanno combinato Mussolini e Gheddafi in Libia il risarcimento ha già un prezzo stabilito: 400 milioni di dollari. E mentre il secondo è vivo e vegeto e quindi può rispondere a titolo personale (si fa per dire), il prima è morto e sepolto. Così tocca a chi oggi tiene le redini del Belpaese rispondere – economicamente, s’intende – alle richieste di risarcimento.

Dicono i bene informati che qualche settimana fa, alla sede americana delle Nazioni Unite, c’è stato un incontro segreto «franco, cordiale e costruttivo». Seduti a un tavolo c’erano un fidato collaboratore di Gheddafi, un paio di parlamentari italiani e alcuni avvocati. Italia e Libia sono chiamati a rispondere di quello che hanno fatto agli ebrei nello Stato nordafricano. Perché, è l’accusa, sia i primi che i secondi hanno maltrattato la popolazione ebraica. «L’Italia, durante il colonialismo, ha mandato nei campi di concentramento molti ebrei. La Libia, salito Gheddafi al potere, li ha cacciati quasi tutti dal Paese (oltre 120 mila)».

Muammar Gheddafi e Silvio Berlusconi (foto Afp)

A gestire la battaglia legale è stato chiamato Alan Gershon. Non è un legale qualsiasi Gershon. Fino a oggi è stato l’unico avvocato ad aver costretto Gheddafi a sborsare dei soldi per la strage di Lockerbie del 1988, dove l’esplosione dell’aereo Pan Am 103 ha provocato la morte di duecentosettanta persone.

Gershon è assistito dall’ex deputato israeliano David Mena e da un team di colleghi italiani che stanno lavorando sulla disputa per il risarcimento dei danni. Nel tavolo dei “negoziati”, data la complessità, ci sarebbero anche un ex ministro degli Esteri del nostro Paese (si fa il nome di Renato Ruggiero, ma la notizia non è confermata) e un parlamentare italiano di religione ebraica del governo Berlusconi.

Al momento la richiesta non è stata ufficializzata e nemmeno depositata presso qualche cancelleria. «Preferiremmo arrivare a un accordo con il governo libico e quello italiano senza dover ricorrere alle aule dei tribunali», ha chiarito Meir Kahlon, portavoce dell’Organizzazione internazionale degli ebrei discendenti dai libici. E rivela anche la posizione del nostro Paese: «L’ambasciatore italiano ha detto che Roma è disponibile a risarcire gli ebrei libici, ma la richiesta di accordo deve venire da Tripoli».

Da Roma, per ora, non confermano. Ma nemmeno smentiscono. Dalla Farnesina si limitano soltanto a dire che per quel che è successo in Libia deve risponderne Gheddafi.

In tutto questo, non risulta ancora chiara la divisione del risarcimento: Libia e Italia dovranno pagare 200 milioni di euro a testa? O uno dei due dovrà sborsarne di più dell’altro? Domande. Dubbi. Che a Roma, a sentire chi sta seguendo la vicenda, in questo momento provoca solo un grandissimo fastidio.

© Leonard Berberi

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