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L’Egitto e l’accusa a Israele: “State rubando i nostri calciatori”

Ci mancava pure il calcio. La cosa, a dire il vero, farebbe sorridere. Non qui, però. Non in questo pezzo di terra – tra Egitto e Israele – dove tutto è politica, tutto è diplomazia, tutto è sfida. E dove i rapporti di buon vicinato durati decenni ora si son tradotti in una diffidenza reciproca.

Scordatevi il trattato di pace che regola i rapporti tra Il Cairo e Gerusalemme. Qui si parla del rettangolo verde, tutto erba e gesso e reti e bandierine e calciatori e palloni e tifo. Perché l’accusa, per chi la fa, è forte. E rischia di compromettere quel poco di stabilità ch’è rimasto in zona. Ecco, dicono molti parlamentari egiziani che «Israele ci sta rubando i talenti del calcio locale».

Il primo esempio che viene fatto è quello di Mahmoud Abbas. Talento egiziano, soltanto omonimo del presidente dell’Autorità nazionale palestinese. Abbas (nella foto sopra) gioca nell’Hapoel Tel Aviv e di tornare al Cairo pare non avere voglia. Né per viverci. Né per impegnarsi con la maglia bianca-rossa-nera del suo Paese. Abbas non è da solo. Insieme a lui ci sono anche George Imses (del Bnei Yehuda) e altri colleghi-connazionali del Bnei Sakhnin. Tutti nomi (circa 150), tutti esempi, che gl’egiziani usano per denunciare la vicenda. Pazienza se poi molti di questi hanno soltanto lontane origini del Cairo o di Alessandria.

Tifo e nazionalismo. Sulla questione, in un Paese dove il mese scorso sono morti oltre 70 tifosi nello stadio di Port Said, ecco, sulla questione è intervenuto anche Ahmed Ismail, capo della Difesa e della sicurezza nazionale egiziana. Ismail ha consigliato di «verificare attentamente» se Israele sta facendo una campagna acquisti «dei nostri talenti per portare le proprie squadre a brillare nelle competizioni internazionali». Intanto Mohammed Hafez, numero uno del Comitato parlamentare per la gioventù e lo sport ha già fatto appello ai calciatori connazionali di mollare i campi israeliani e tornare a far brillare quelli egiziani. Ha anche promesso che questi «incidenti inaccettabili» non si verificheranno più.

© Leonard Berberi

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L’Alta Corte d’Israele: ok alla legge che vieta la cittadinanza e la residenza dei palestinesi sposati con gli israeliani

È finita sei a cinque. Ma quell’unico voto di scarto rischia di decidere il futuro di un Paese sempre più in bilico tra tradizione e modernità. E di sancire una vera e propria cesura con il vicino palestinese. Perché poi, alla fin fine, il discorso per la prima volta cambia prospettiva. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», scrivono i giudici. Togati di una democrazia, non di una dittatura.

E allora. La Corte Suprema di Gerusalemme ha approvato la scorsa notte una contrastata legge che dal 2003 nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per gli sposi palestinesi di cittadini israeliani. In una fase successiva, la legge è stata estesa anche ai coniugi di cittadini israeliani originari da paesi “ostili” ad Israele.

Quella legge – approvata con carattere provvisorio quando nello Stato andava in scena un’ondata di attentati terroristici palestinesi – era stata denunciata come discriminatoria da esponenti della popolazione araba in Israele e da organizzazioni per i diritti civili.

I giudici della Corte Suprema d'Israele (foto di Noam Moskowitz / Ynet)

Bisogna ammetterlo: quella della Corte Suprema non è stata una decisione facile. I giudici hanno dovuto valutare sia i principi di carattere generale, come la garanzia dei diritti civili alla minoranza araba in Israele (circa il 20% della popolazione), sia la sicurezza nazionale. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», ha stabilito nella sua sentenza il giudice Asher Grunis, sintetizzando il parere di sei giudici della Corte Suprema. Di tutt’altra opinione la presidentessa della Corte Suprema, Dorit Beinish, che si è però trovata in minoranza.

«E’ stata una delle decisioni più importanti mai prese dalla Corte Suprema», hanno scritto molti commentatori. E hanno fatto notare la sconfitta della Beinish. Non a caso. Perché nell’evidenziare la minoranza (risicata), gli analisti tornano su quella che è diventata la questione essenziale dello Stato ebraico: la laicità delle istituzioni. «I giudici si stanno piegando alle pressioni nazionaliste che arrivano dalla Knesset (il parlamento)», hanno detto alcuni. Mentre dal mondo arabo arriva una condanna senza repliche: «Questa è una decisione che non ha eguali in alcun Paese democratico al mondo», hanno detto alcuni tra gli esponenti più importanti.

© Leonard Berberi

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Cori razzisti dalle tribune, penalizzato il Beitar Jerusalem

Piovono cori razzisti e penalizzazioni nel campionato di calcio israeliano. Il fattaccio è successo a Gerusalemme. Dove la commissione disciplinare della Federcalcio israeliana ha inflitto due punti di penalizzazione al Beitar Jerusalem (già in difficoltà tra scandali e una classifica che la vede in zona retrocessione), per le imprecazione razziste rivolte il mese scorso da suoi tifosi a un giocatore avversario.

Scrive la sentenza della Federcalcio: «La dirigenza del Beitar non ha fatto sforzi appropriati per combattere i cori dei tifosi e si è rassegnato ad accettarli». E ancora: «I supporter della squadra di Gerusalemme hanno rumoreggiato, fischiato e insultato ogni volta che l’attaccante dell’Hapoel Tel Aviv, Toto Tamuz, nazionale israeliano ma nigeriano di nascita, toccava palla».

Tifosi del Beitar Jerusalem

Il Beitar è la «bestia nera» per le sanzioni del calcio israeliano. Dal 2005, è stato punito numerose volte con penalizzazioni in classifica, ammende e partite a porte chiuse. Legato alla destra politica israeliana, il Beitar Jerusalem è l’unico club dello Stato ebraico a non aver mai ingaggiato giocatori arabi. È stato anche il più ricco fino a quattro anni fa, quando il suo finanziatore, il miliardario di origine russa Arkady Gaydamak, ha stretto i cordoni della borsa, pur continuando a esserne proprietario. Un personaggio, Gaydamak, che negli ultimi mesi è finito invischiato in più di qualche inchiesta della magistratura israeliana per possibile riciclaggio di denaro e contatti con la mafia russa, sempre più pericolosa nello Stato ebraico.

Il Beitar è quattordicesimo nella classifica della massima divisione israeliana (che ne ha 16 di squadre, di cui tre retrocedono). La penalizzazione lo fa scendere a quota 15 (in 19 partite), a pari punti con l’Ironi Rishon Lezion.

© L.B.

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