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«Non ha la licenza in Israele», spenta la tv palestinese

Il logo di

Il logo di “Falasteen 48” (Palestina 48), l’emittente di Ramallah rivolta agli arabo-israeliani (frame da YouTube)

Una tv palestinese per gli arabo-israeliani che trasmette nello Stato ebraico grazie ai soldi di Ramallah? No, grazie. O, meglio, mai e poi mai, come sembra abbia detto pochi giorni fa il premier Benjamin Netanyahu. Irritato, raccontano, quando gli hanno fatto vedere qualche secondo di F48, la tv generalista nuova di zecca il cui nome per esteso è «Falastine 48», Palestina 48. E dove quel numero – il 48, appunto – non è altro che l’anno della Naqba, della «catastrofe», con la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi, dopo il primo conflitto arabo-israeliano, da città e villaggi che poi diventarono parte dello Stato d’Israele.

E così, a pochi giorni dal lancio ufficiale, l’emittente nuova di zecca finanziata dall’Autorità nazionale palestinese non potrà trasmettere nel territorio israeliano. Per almeno sei mesi. «La tv non ha le autorizzazioni per essere mandata in onda nel nostro Stato», ha spiegato Gilad Erdan, ministro della Sicurezza pubblica. F48 deve chiudere, insomma. E gli arabo-israeliani, che da diverse ore si stavano sintonizzando sul canale, dovranno farne a meno.

Un momento della registrazione di un programma di

Un momento della registrazione di un programma di “F48” a Nazareth, città israeliana a maggioranza araba (foto da Haaretz)

«Non permetteremo a nessuno di danneggiare la sovranità nazionale», ha continuato ancora Erdan. «Non permetteremo a Ramallah di mettere piede nel nostro Paese». A far arrabbiare gl’israeliani, dicono i bene informati, non è stato tanto il nome. Quanto la programmazione. Approfondimenti culturali, ampio spazio alla musica araba, dibattiti sulla società. Tutti dal punto di vista palestinese. Tutti rivolti soltanto agli arabi d’Israele, 1,6 milioni di persone con passaporto dello Stato ebraico, anche se più di qualcuno si identifica con Ramallah.

Un lavoro abbastanza farraginoso quello di F48. Inizio delle trasmissioni il 18 giugno scorso – all’avvio del Ramadan –, video registrati a Nazareth e in altre località d’Israele a maggioranza araba. Poi cassette e file portati a Ramallah, il cuore politico palestinese, in Cisgiordania. Quindi la messa in onda – rivolta agli arabo-israeliani – attraverso il satellite e le frequenze già occupate da Palsat, la Palestinian satellite television.

Un programma serale di

Un programma serale di “F48”: ospite principale della serata è Mohammed Assaf (il terzo da destra, nella foto sopra), il cantante palestinese che ha vinto la seconda edizione di “Arab Idol” (frame da YouTube)

«La decisione del governo Netanyahu è assolutamente illegale», ha denunciato Riad Hassan, capo della Palestiniana Broadcasting Corporation, l’ente che decide su tv e radio in Cisgiordania per conto dell’Anp. «Porteremo il caso alla Corte Suprema». E ha ripetuto quello che aveva già detto il 17 giugno, il giorno della presentazione della tv: «Con F48 vogliamo dare voce agli arabi del 1948 perché loro possano raccontare agli arabi di tutto il mondo come vivono e cosa sopportano ogni giorno – dal punto di vista sociale, culturale ed economico – in Israele».

© Leonard Berberi

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politica

L’odissea politica di Nazareth da due mesi senza sindaco

Nazareth

Uno scorcio della città israeliana di Nazareth dove la maggioranza è araba

L’unica cosa certa è che non sarà di religione ebraica. Poi, ovvio, il rapporto tra i due contendenti – uno vice dell’altro – finisce qui. Perché per il resto è ancora tanta la confusione a Nazareth. E a questo punto, forse, sarebbe il caso di chiedere l’aiuto divino. Non solo per i 17 voti (dei soldati) spariti nel nulla. E nemmeno per un’intera urna – quella dedicata alle persone con disabilità – invalidata. Preferenze mancate che avrebbero potuto incidere molto sul risultato finale.

Il fatto è che, più di due mesi dopo le elezioni municipali (22 ottobre 2013), nella cittadina israeliana a maggioranza araba, laggiù nella Galilea, non si sa ancora chi sarà il prossimo sindaco. In teoria la fascia dovrebbe andare ad Ali Salim, ricco imprenditore musulmano, che al conteggio l’ha spuntata per soli 21 voti sul rivale Ramez Jeraisy, cristiano-ortodosso, per quasi vent’anni primo cittadino della località religiosa visitata ogni anno da migliaia di stranieri, italiani soprattutto.

Ma un giudice del tribunale distrettuale, Nehama Munitz, ha deciso di ricontare le schede. E, alla fine, ha stabilito che prendendo quelle contestate il vincitore non è più Salim, ma Jeraisy. E per nove voti appena. Un risultato che il candidato musulmano non ha preso bene. E, pur essendo stato a lungo vice proprio del rivale ortodosso, ha deciso di andare fino in fondo presentando un altro ricorso. E al diavolo il passato insieme.

«Il sindaco sono e resto io», ha rivendicato Salim ai microfoni della radio militare israeliana. «E la giustizia ribalterà la decisione del giudice Munitz». Parole che cadono, appunto, due mesi dopo una tornata elettorale dove, il primo giudice interpellato, ad ottobre, invitava le parti «a rivolgersi a qualsiasi organo ufficiale, l’importante è che a rimetterci non siano i cittadini». Detto. Ma non fatto.

© Leonard Berberi

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attualità, tecnologia

E alla fine Street View arriva in Israele

E alla fine Street View arrivò in Israele. Le macchinine e i tricicli di Google dotati di fotocamere capaci di registrare immagini a 360 gradi da oggi sono in giro per le vie di Gerusalemme. Poi andranno a Tel Aviv e Jaffa, quindi ad Haifa, il Mar Morto, il cratere Ramon, Nazareth, Akko. Nel giro di pochi mesi anche Israele sarà sulla cartina di Google Maps. Ma il viaggio, nonostante i proclami, non sarà così facile.

Per dire: come si comporterà la macchinina per le vie del quartiere ultraortodosso di Mea Shearim? E come si avvicinerà a tutto il compound che riguarda il Parlamento, il palazzo del governo, il museo dello Yad Vashem e altri obiettivi sensibili? Per non parlare dei quartieri a est, quelli a maggioranza palestinese. Di risposte certe, non ne sono state date. È tutto un «rispetteremo la privacy», «faremo in modo da non urtare le sensibilità religiose e politiche di Gerusalemme», ecc.

Di certo, stando a chi questo servizio un po’ lo conosce, Street View rischia di essere preso a sassate una volta che gli ebrei ultraortodossi si accorgeranno di essere fotografati. Vai poi a spiegarglielo che i volti, ecco, quelli non si vedranno. E nemmeno le targhe delle auto. E nemmeno altre indicazioni «sensibili» per la religione e la sicurezza.

Un trionfante Nir Barkat (foto sopra), primo cittadino gerosolimitano, ha annunciato ieri – a ridosso delle antiche mura della città vecchia (e contestata) – che parte dalla «capitale d’Israele» il viaggio di Google. In sella al triciclo con la grande “G” ha detto che il servizio che sarà offerto al mondo «permetterà di incrementare i visitatori prima virtuali poi reali della città: i tesori di Gerusalemme saranno visti da chiunque».

I primi posti «coperti», nella Città Santa, saranno il mercato Mahane Yehuda e il quartiere di Ein Kerem. Si procederà a macchia di leopardo, cercando di consegnare al web il prima possibile le principali attrattività delle città – e delle località turistiche – coprendo poi le zone ancora non fotografate.

Con un occhio – grosso così – alla sicurezza. Perché la vera paura d’Israele, quella che ha bloccato il servizio Street View fino a ora, è quella di offrire ai terroristi islamici prove fotografiche, indicazioni stradali e localizzazione esatta dei punti sensibili del Paese. Non basterà quindi la semplice pecettatura di volti e altro. Google ha promesso che eliminerà tutte quelle scritte o simboli che potrebbero poi finire nei dossier dei miliziani estremisti, Hamas su tutti.

Leonard Berberi

[foto di Sebastian Scheiner / Ap – Per sapere la copertura di Street View nel mondo cliccare qui]

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attualità

Nazareth, finisce in cella il sindaco che ha “rubato il Natale” ai cristiani

Forse pensava che, nel peggiore dei casi, sarebbe andata a finire come nel film “Il Grinch”. Quello dove, dopo aver rubato il Natale a grandi e piccini, il mostriciattolo verde si convertiva allo spirito festivo. E invece la realtà è stata un’altra. Ben peggiore. Si potrebbe persino sospettare che qui c’è lo zampino di Dio. Perché, pochi giorni dopo aver vietato la pubblica esposizione degli alberi di Natale nella sua città, Shimon Gapso, il primo cittadino di Nazareth Illit (la parte alta della città a maggioranza ebraica), è stato arrestato dalla polizia, assieme al suo capo di gabinetto e a un assistente.

«L’uomo che ha rubato il Natale», come l’hanno chiamato molti cronisti, è sospettato di aver ricevuto «bustarelle» per decine di migliaia di euro da un uomo d’affari in cambio della concessione di licenze municipali.

Il sindaco Shimon Gapso dopo aver reso le sue dichiarazioni al giudice che si occupa delle indagini per corruzione (foto Ma'ariv)

Il municipio di Nazaret, in un comunicato, ha affermato che «il sindaco è convinto della sua innocenza ed è certo che la verità verrà alla luce». «Questo è un complotto nei miei confronti», ha detto il primo cittadino attraverso i suoi legali. «Mi hanno incastrato persone che non volevano che io rompessi il regime di monopolio nella gestione del mercato cittadino». Ma alcuni esponenti dell’opposizione che siedono al consiglio comunale hanno rivelato di aver trasmesso alla polizia materiale compromettente ai danni di Gapso.

Nei giorni scorsi Gapso aveva respinto respingere la richiesta della locale minoranza arabo-cristiana di esporre almeno un alberello di Natale in una piazza cittadina. In un’intervista alla radio militare il primo cittadino aveva sostenuto di essere stato eletto per garantire «il carattere ebraico di Nazareth Illit» e aveva detto di trovare fuori luogo qualsiasi ostentazione di simboli cristiani.

«Se a qualcuno non sta bene alle prossime elezioni che voti un sindaco diverso», aveva poi troncato qualsiasi accenno di critica. Ma dietro, almeno secondo il quotidiano Ma’ariv, Gapso aveva cercato di venire incontro alla popolazione cristiana locale autorizzando l’esposizione di ghirlande in un rione in prevalenza arabo della città, visitando asili-nido cristiani e distribuendo ai bambini pupazzi raffiguranti Babbo Natale. Ma forse è stato un pentimento troppo tardivo.

Leonard Berberi

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attualità

Natale, ecco le notizie da Israele e Palestina

(Reuters)

La carica dei cinquecento. Circa 500 fedeli della comunità cristiana della Striscia di Gaza, l’enclave palestinese controllata dagli islamico-radicali di Hamas, si sono messi in marcia in vista del Natale per raggiungere Betlemme, in Cisgiordania, attraverso il varco israeliano di Eretz. I fedeli potranno partecipare ai riti della Natività nella città di Gesù grazie a speciali lasciapassare concessi in occasione della festività cristiana dalle autorità israeliane, che hanno imposto ferree restrizioni lungo i confini con la Striscia fin dall’ascesa di Hamas nel 2007. Secondo le stime più generose, la presenza cristiana dell’enclave conta in totale – fra ortodossi e cattolici – circa 3.500 persone su oltre un milione e mezzo di abitanti musulmani. Si tratta di una comunità che ha subito attacchi vandalici e intimidazioni durante gli scontri del 2007 che portarono al potere Hamas e sulle cui condizioni anche oggi continua a emergere di tanto in tanto qualche segnale d’allarme. Il vertice politico di Hamas si è ripetutamente impegnato negli ultimi tempi a garantire protezione alla sparuta minoranza religiosa.

Bontà natalizia. Israele consentirà agli agricoltori e agli imprenditori palestinesi della Striscia di Gaza di esportare all’estero merci prodotte nel territorio. sarebbe la prima volta dal giugno 2007. È quanto riferisce la radio militare israeliana, precisando che sinora era stata consentita solo l’uscita di merci prodotte nell’ambito di progetti internazionali. Da domenica nella Striscia di Gaza dovrebbe essere tutto pronto per il nuovo ritmo di esportazioni. La notizia arriva dopo che l’8 dicembre il gabinetto israeliano della sicurezza ha autorizzato un «significativo aumento» delle esportazioni dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, sulla base di un coordinamento con l’Autorità nazionale palestinese, e all’estero.

(Miriam Alster / Epa)

Turisti della natività. Tornano i turisti a Betlemme, dove in vista del Natale ormai imminente si consolidano i segnali positivi di un rilancio delle presenze di pellegrini e ospiti dopo qualche anno di relativa stasi. A confermarlo all’Ansa è il vicesindaco, George Saade. «Il periodo natalizio – spiega Saade – è cruciale per la nostra economia. Gli introiti maggiori vengono dal turismo, che noi cerchiamo di incentivare organizzando un fitto calendario di eventi». E i turisti non sembrano in effetti deludere le attese: gli hotel stanno facendo registrare in questi giorni il tutto esaurito, mentre dall’inizio del 2010 le presenze si sono attestate già a 1,1 milioni, un 20% in più rispetto al 2009. Non manca tuttavia il problema delle limitazioni di accesso. Israele ha annunciato la concessione di alcune migliaia di permessi speciali per il Natale, destinati in particolare a favorire lo spostamento interno ai Territori – e fra Betlemme e Gerusalemme – dei fedeli arabo-cristiani. Per il vicesindaco tuttavia non basta.

Numeri cristiani. Sono 153.200 i cristiani (2% della popolazione) registrati all’anagrafe israeliana per questo 2010. Il dato è stato reso noto dall’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme. Tra questi, poco più dell’80% sono arabo-israeliani e la maggior parte è arrivata dalle ex repubbliche sovietiche negli anni Novanta grazie alla “legge sul ritorno”. Nazareth è la città dove si concentra la maggior parte (22.300 persone), seguita da Haifa (13.700) e Gerusalemme (11.500).

(Leonard Berberi / Agenzie)

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attualità, economia

Israele, il nord è a maggioranza araba

Nazareth, una delle città israeliane a maggioranza araba

Nel 2030 – tra vent’anni esatti – un quarto di Israele sarà abitato dagli arabi. A scriverlo è l’Ufficio centrale di statistica di Gerusalemme che certifica un’altra realtà: gli arabi sono maggioranza nel nord del Paese (53%), ad esclusione di Haifa. Alla fine del 2008, erano stati registrati 1,5 milioni di arabi sul suolo israeliano. Diventeranno 2,4 milioni nel 2030.

Nel bollettino ufficiale (qui i dati dettagliati nell’articolo dello Yedioth Ahronoth), l’Ufficio centrale di statistica registra che l’aspettativa di vita è differente per arabi ed ebrei. Questi ultimi vivono di più: 79,9 anni contro 75,9 per gli uomini, 82,7 anni contro 79,7 per le donne.

Nello specifico delle città, il 31% dei residenti a Gerusalemme è arabo, il 24% ad Haifa, il 16% nel sud del Paese e soltanto l1% a Tel Aviv. Nazareth, Umm al-Fahm, Baqa-Jatt, Tayibe, Rahat, Shaghur e Shfaram le città a maggioranza araba.

Infine, il reddito: la media degli introiti di un cittadino arabo – nel 2008 – è stata di 1606 euro. Quella degli ebrei 2.789 euro. (leonard berberi)

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attualità, politica

Lo scambio

Il deserto del Negev

Eppure si muove. Almeno sul fronte diplomatico. Perché l’ultima proposta per risolvere la questione israelo-palestinese viene dal vice primo ministro di Gerusalemme Danny Ayalon. Di cosa si tratta? Di uno scambio. Fra gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e città e villaggi arabi che si trovano sul suolo israeliano.

«Gli arabo israeliani non perderanno nulla unendosi allo stato palestinese”, ha dichiarato Ayalon al quotidiano arabo-londinese al-Sharq al-Awsat. “Perché invece di offrire ai palestinesi terre disabitate nel Negev, gli offriamo una terra piena di abitanti, che non dovranno lasciare le loro case”.

Il vice premier, esponente del partito di destra Yisrael Beiteinu del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, ha spiegato di riferirsi al gruppo di città e villaggi arabi nell’area indicata in Israele come la regione del Triangolo, in quanto contigua al confine con la Cisgiordania. Ad esclusione di Nazareth.

E il mondo arabo? Tace. O s’arrabbia. Come il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi. “Non siamo pezzi di una scacchiera da spostare a piacimento”, ha replicato durissimo.

Leonard Berberi

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