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Quelle forze speciali britanniche da un mese in Siria e il piano per far cadere Assad

Ci sarebbe un gruppo delle forze speciali britanniche in Siria. Da esattamente un mese. Da quando, il 26 maggio, gli uomini super-addestrati di Sua Maestà avrebbero attraversato il confine che separa la Turchia e la carneficina a cielo aperto guidata da Bashar Assad.

Per ora il condizionale è d’obbligo. Ma più fonti d’intelligence – poi riprese dagl’israeliani – danno per certo l’ingresso nel Paese dei britannici. E confermano che ci sarebbero già stati scontri a fuoco tra le forze speciali inglesi e i lealisti a pochi metri dalla sede delle Guardie presidenziali, fuori Damasco.

Di più: secondo i bene informati di Ankara e Parigi, gli uomini addestrati di Sua Maestà avrebbero da giorni preso il comando di alcuni gruppi ribelli locali, coordinando gli attacchi e dicendo loro cosa fare e come farlo. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sarebbe quello di evitare ulteriore spargimento di sangue e, soprattutto, di far cadere Assad rompendo il cordone militare che lo difende, senza richiedere un intervento armato esplicito occidentale.

Le forze speciali britanniche in Afghanistan

Le voci, a dire il vero si rincorrono. Altre fonti, provenienti stavolta dai Paesi del Golfo arabo, rivelano che la truppa britannica avrebbe anche il compito di creare una sorta di zona di sicurezza, un’area cuscinetto, lungo il confine turco-siriano per accogliere profughi in fuga dalle città sotto bombardamento. Nelle settimane successive, e con l’intervento di altre forze occidentali, queste zone di sicurezza dovrebbero aumentare nel resto del Paese.

Il successo o meno di quest’incursione, tutta da verificare, dipenderà però dal ruolo di Russia, Iran e Hezbollah (Libano). Non è un mistero che il caccia turco sia stato abbattuto dalla contraerea siriana utilizzando armi russe (i missili Pantsur-1) e non è nemmeno un mistero che Mosca non veda di buon occhio una presenza occidentale in Siria. Il presidente Vladimir Putin l’ha ripetuto anche in questi giorni, nella sua visita ufficiale in Israele: “Non tollereremo un intervento militare in Siria e faremmo di tutto per evitarlo”, ha detto Putin.

Più o meno le stesse parole del regime iraniano. E negli stessi giorni in cui, da più parti, viene data per certa la transazione armi-soldi sull’asse Beirut-Damasco. Assad avrebbe chiesto di rafforzare il suo arsenale non solo ai russi – di cui si fida fino a un certo punto –, ma anche ai miliziani sciiti di Hezbollah, la vera forza militare del Libano.

Intanto tutto da decifrare il ruolo d’Israele. Lo Stato ebraico – in altre faccende affaccendato: Gaza, Iran, proteste sociali interne – ha iniziato lentamente ad accodarsi ai Paesi occidentali che propendono per fare cadere Assad il prima possibile. Ma non è ancora sufficiente a portare Gerusalemme a impegnarsi in prima fila nella disputa. Del resto c’è ancora un’area, il Golan, che Israele sta in tutti i modi cercando di sorvegliare. Per ora, nel mondo, resta l’unica area a fare il tifo per il presidente siriano. E questo per lo Stato ebraico può trasformarsi anche in focolaio terroristico che si andrebbe così a saldare con i miliziani di Hezbollah – a poche decine di chilometri di distanza – e quelli di Hamas nella Striscia di Gaza.

© Leonard Berberi

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Ecco le esercitazioni Nato-Paesi arabi al confine siriano. “Ma non sono prove di guerra contro Damasco”

Hanno iniziato a fare le cose in grande. Con gli Usa a comandare tutta l’operazione. E che operazione. «La più grande esercitazione militare in Medio Oriente dell’ultimo decennio», l’ha definita il generale americano Ken Tovo, capo della Us Special Operations Forces. E tutto a pochi chilometri dal fronte siriano. In territorio giordano.

Prove tecniche di intervento armato. O, come preferiscono i paesi partecipanti, «war games», giochi di guerra. Come anticipato da Falafel Cafè qualche giorno fa citando fonti israeliane. Non fonti a caso, visto che l’irritazione d’Israele è forte per l’esclusione alle esercitazioni.

E comunque. Dodicimila uomini, tanti Paesi (Bahrein, Egitto, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Pakistan) e l’ok della Nato, se è vero che ci sono anche militari francesi, spagnoli e italiani. «Ieri abbiamo iniziato ad applicare le capacità sviluppate la scorsa settimana in uno scenario di guerra “irregolare” e dureranno ancora un altro paio di giorni», ha spiegato il generale americano.

Il generale americano Ken Tovo (a sinistra) insieme al collega giordano Awni El-Edwan (foto di Majed Jaber / Reuters)

A cosa servono queste esercitazioni lo spiega – con tanta diplomazia – il militare americano stesso. «Quello che vogliamo comunicare con queste esercitazioni è che abbiamo creato un gruppo con i partner più adatti della regione e del mondo per affrontare al meglio le sfide del futuro». A Gerusalemme qualcuno ha colto un duplice segnale: il primo, gli Usa vogliono risolvere la questione siriana prima delle elezioni americane. Il secondo: l’amministrazione Obama vuole rassicurare Israele sul fatto di avere tanti alleati al suo fianco in ottica anti-iraniana, ma anche che Gerusalemme non deve scalpitare. Non prima delle elezioni americanedelprossimo autunno, almeno.

E però, il collega giordano di Ken Tovo ha un po’ tirato il freno a mano sul senso delle esercitazioni. «Nessun soldato di quest’iniziativa sarà usato per interventi al nord (al confine con la Siria, nda)», ha precisato il maggiore Awni El-Edwan. «Le esercitazioni non sono collegate in nessun modo a qualche evento del mondo reale, tantomeno con la Siria. Rispettiamo la sovranità siriana». Una precisazione che non precisa, secondo qualcuno. Ma che, anzi, pare dire esattamente il contrario di quel è che stato affermato da el-Edwan.

© Leonard Berberi

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ANALISI / Quei dodicimila uomini della Nato e dei Paesi arabi pronti a invadere la Siria

Ufficialmente si tratta soltanto di un’esercitazione. Ufficiosamente, fanno trapelare da Gerusalemme, «siamo di fronte a una delle ultime tappe prima dell’intervento armato contro la Siria di Bashar Assad». Intervento che, per ora, dovrebbe avere come base di partenza un contingente di 12 mila soldati, di almeno diciassette nazionalità – dai Paesi membri della Nato agli Usa, dall’Arabia Saudita al Qatar –, e che in questi giorni si trovano ammassati lungo il confine sirio-giordano.

Il motivo ufficiale, appunto, è un’esercitazione su larga scala – nome in codice: «Leone ardente» – che dovrebbe iniziare il 15 maggio e durare una decina di giorni. Si tratta di soldati scelti, specializzati in interventi in zone di guerra particolarmente difficili e mutevoli. A gestire tutta l’operazione la Us Special Operations Command Central. Insomma: gli Stati Uniti.

Fuoco e macerie dopo l’attentato a Damasco

Elemento non insignificante. Secondo l’intelligence israeliana è il segno che Amman ha deciso di dare appoggio logistico a tutta la «coalizione di volenterosi» intenzionata a cacciare il dittatore Assad dalla Siria. Secondo elemento, non meno importante: «In questo modo – analizzano gli esperti del Mossad – gli Usa lanciano un messaggio sia ai russi, ora protettori del regime di Damasco, sia a quei Paesi europei e arabi che denunciano da mesi il lassismo americano sulla questione siriana». E ancora: non sono ormai un segreto le continue e insistenti telefonate dell’amministrazione Obama al presidente del Libano, Suleiman, perché faccia il possibile per interrompere il continuo flusso di armi da Hezbollah al regime siriano facendo così rispettare la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che vieta qualsiasi traffico militare sull’asse Beirut-Damasco.

Ma c’è di più. Il numero – dodicimila – non sarebbe stato scelto a seconda della disponibilità dei singoli Paesi partecipanti. Sarebbe il «contingente minimo» per entrare in sicurezza in territorio siriano, sbaragliare l’esercito di fedeli di Assad e cercare di puntare verso Damasco. Con l’aiuto, s’intende, di droni e caccia militari che, dal cielo, dovrebbero mettere fuori uso le postazioni militari della Siria.

L’intervento dei volontari subito dopo la doppia esplosione a Damasco lo scorso 10 maggio

La doppia esplosione del 10 maggio che ha provocato una cinquantina di morti nella capitale è sì un attentato, ma di quelli che il Mossad chiama «controllato». Da Gerusalemme, infatti, sostengono che a provocare la deflagrazione sarebbe stato un manipolo di ribelli siriani, aiutato da elementi dei servizi segreti giordani e dei Paesi del Golfo, con lo scopo di destabilizzare di più il regime e – soprattutto – di costringere Assad a richiamare le truppe d’elite della Guardia presidenziale nella capitale in difesa dei palazzi governativi, ma lasciando così il resto del Paese senza militari fedeli al regime. Cosa che, secondo più di un informatore, sarebbe stata effettivamente fatta.

In parallelo, però, Damasco avrebbe accettato l’aiuto dell’intelligence iraniana. Teheran avrebbe proposto al regime di Assad di dotare quasi tutte le vie principali della capitale di telecamere di sicurezza estremamente sofisticate. Non solo per rendere più efficace il controllo della città, ma anche per costringere i ribelli ad avere meno libertà di movimento. Soprattutto: per non farsi sfuggire le mosse degli osservatori delle Nazioni unite.

Intanto una mossa decisiva per lo scacchiere mediorientale arriva direttamente da Mosca. Il nuovo presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo iraniano Mahmoud Ahmadinejad si sono messi d’accordo per rafforzare la cooperazione tra i due paesi nel corso di un colloquio telefonico. A dirlo è stato lo stesso Cremlino che ha anche precisato che «l’iniziativa della telefonata è stata presa da Teheran».

© Leonard Berberi

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