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Un giorno a Gerusalemme

Un giorno a Gerusalemme. Da Ovest a Est. E viceversa. Il fotografo Spencer Platt è andato in giro per conto dell’agenzia Getty Images lungo le vie della Città Santa domenica 30 novembre 2014. Ha immortalato la vita nei quartieri dove vivono gli ebrei ultraortodossi, ha fatto un salto nella parte vecchia, poi si è soffermato in quella a maggioranza araba. Ecco il fotoreportage. (l.b.)

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Postcards from Middle East / 50

Due bambini arabi aspettano che finisca la preghiera religiosa del venerdì a Gerusalemme Est. Per scongiurare scontri e manifestazioni non autorizzati sono stati schierati decine di soldati dell'esercito israeliano. Il governo Netanyahu, inoltre, ha proibito agli uomini sotto i 40 anni di entrare nell'area della moschea di Al Aqsa per la celebrazione religiosa allo scopo di evitare potenziali incidenti (Oliver Weiken / Epa)

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E Hezbollah organizza un “Jihad tour” anti-israeliano

Parola d’ordine: diversificazione. Ed ecco che, se in una mano c’è un fucile, nell’altra c’è una mappa turistica. E magari qualche album fotografico. Con le meraviglie da far vedere ai turisti. Benvenuti all’Hezbollah Tour. Una sorta di turismo in salsa jihadista. Dove si mettono in mostra i “luoghi della resistenza islamica”.

Giovani e adulti assistono alla visita guidata da esponenti di Hezbollah attraverso i luoghi dove israeliani e libanesi si sono fronteggiati per anni (foto Afp)

Erano in 500. Giovani studenti, soprattutto. Non solo musulmani. Ma anche cristiani. E qualche europeo. Tutti interessati ad assistere al tour organizzato dal movimento sciita libanese Hezbollah per festeggiare i dieci anni dal ritiro delle truppe israeliane dall’area, a pochi chilometri dal confine israelo-libanese, nei pressi del villaggio di Maroun al-Ras.

Una gita. Con tanto di workshop su come usare le armi, a stretto contatto con i miliziani del movimento libanese. Poi, tutti insieme, a bordo di undici bus, sono andati a visitare alcune “attrazioni”. Come il Castello Beaufort. Non un posto qualsiasi. Ma il quartier generale d’Israele durante l’occupazione.

“Vogliamo che i giovani familiarizzino con i successi della Resistenza e mostrare loro quanto fosse ingiusta l’occupazione israeliana e quanto gloriosa la liberazione da parte della Resistenza islamica”, ha detto Mohammed Taleb, studente 23enne, militante Hezbollah. “Ogni anno organizziamo un programma diverso”, ha detto come fosse il numero uno, il giovane.

E loro, i turisti della propaganda, come hanno reagito? Tutti, o quasi, come Rim, 19 anni e studi in farmacia: “Essere qui è travolgente. Ti senti invincibile e pronto a qualunque sacrificio per il tuo Paese”. Oppure come questo studente francese: “Sembrava di essere a Disneyland”. Quanta distanza tra mediorientali ed europei.

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“Lo spettacolo è finito”. Hamas ferma il concerto rap sulla Striscia di Gaza

Miliziani di Hamas (foto Reuters)

Avevano appena iniziato la loro performance. Tesi, entuasiasti, pieni di voglia di fare. Il teatro, un auditorium, stracolmo, la musica avviata da qualche secondo e il cuore che batte a mille. I ragazzi del gruppo  rap di Gaza, i “b Boy”, avevano appena iniziato. Ma neanche il tempo di finire la prima canzone che un gruppo di miliziani targati Hamas irrompe sul palco, ferma tutto e urla “lo spettacolo è finito”.

“Ho tentato di convincere uno dei poliziotti che il rap era dedicato al rispetto per le persone, ma lui era irremovibile e sosteneva che fosse un ballo immorale”, ha raccontato all’agenzia Reuters uno dei rapper palestinesi. Ma gli ufficiali di Hamas negano e spiegano che lo show è stato interrotto perchè gli organizzatori non avevano chiesto alla polizia il permesso di dare vita all’evento.

Sapere chi dice la verità e chi le bugie non sarebbe – in teoria – molto difficile da trovare. Ci sono delle registrazioni video, telecamere che hanno impresso su pellicola quello che è davvero successo. Peccato che – rivela il Centro palestinese per i diritti umani – la polizia abbia sequestrato tutto il materiale e arrestato per alcune ore sei membri del gruppo rap.

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In sessantadue anni

Nel 1948, quando David Ben-Gurion fondò lo Stato d’Israele, gl’israeliani nati sul suolo nazionale erano soltanto il 35%. Oggi, sessantadue anni dopo, oltre il 70% della popolazione ebraica è nata in Israele.

A rendere noto questo dato è l’Ufficio nazionale di Statistica. Che scrive anche altro. Per esempio, che gl’israeliani di religione ebraica costituiscono il 75,7% dell’intera popolazione. Seguono, a distanza, quelli musulmani (20,4%).

Aumenta anche la popolazione. Dagli 806mila nel 1948 si è passati ai 7.411.000 nel 2008 per arrivare a 7.587.000 di oggi. Con 159mila neonati in più, 37mila deceduti, 16mila immigrati che si aggiungono agli altri già presenti e 9mila nuovi israeliani.

Poi il capitolo città. Nell’era di David Ben-Gurion, solo una città – Tel Aviv-Jaffa – aveva una popolazione superiore ai 100mila residenti. Oggi, continua l’Ufficio nazionale di Statistica, le città sono diventate quattordici. Sei di queste superano i 200mila abitanti: Gerusalemme, Tel Aviv-Jaffa, Haifa, Rishon Letzion, Ashdod e Petah Tikva.

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La dura vita dei parrucchieri palestinesi

Il parrucchiere per sole donne Adnan Barakat, fotografato di fronte agli specchi della vetrina del suo negozio (foto BBC)

In tutta la Striscia di Gaza ce ne saranno cinque o sei. E avranno ancora pochi giorni a disposizione. Poi scompariranno. Dovranno spegnere i phon, buttare tinte e lacche e chiudere il negozio. Una volta per tutte. E’ il triste destino dei parrucchieri per sole donne per le vie di Gaza City e delle altre città della Striscia.

Il corrispondente della Bbc, Jon Donnison, è andato a parlarci. E ha trovato Adnan Barakat, da 25 anni al servizio della capigliatura delle donne palestinesi. Poi s’è fatto raccontare da Hatem el-Ghoul, un altro parrucchiere per sole donne, quelle volte in cui il negozio è stato attaccato con delle piccole bombe.

Il pugno duro della polizia di Hamas colpisce tutti. E la divisione tra ciò che compete alle donne e ciò che tocca agli uomini arriva fino a questo punto. Tanto da costringere i pochissimi parrucchieri palestinesi a riprogrammare il proprio futuro. Perché – ordinano i miliziani – gli uomini non potranno più tagliare i capelli delle donne.

Hatem al-Ghoul, anche lui parrucchiere per sole donne, racconta che il suo negozio è stato attaccato con esplosivo per due volte, tra il 2007 e il 2008 (foto BBC)

“Forse è meglio andare a lavorare in Somalia o Afghanistan”, racconta ironico Adnan Barakat. Poi si fa serio: “Non c’è più vita per me a Gaza”. “Se vengono e mi costringono a chiudere – continua Adnan – l’unica cosa che posso fare è starmene a casa, seduto sul divano a guardare la tv tutto il giorno. Ch’è quello che fanno i miei coetanei che il lavoro non ce l’hanno e non lo cercano nemmeno”.

Il negozio di Adnan ha pochi clienti al giorno. E al posto dei vetri ci sono degli specchi che riflettono quello che succede sulla strada.

“Sono venuti due volte nel mio negozio, tra il 2007 e il 2008, e hanno fatto esplodere due esplosivi nel cuore della notte”, racconta Hatem el-Ghoul. Non ha idea di chi possa essere stato, ma spiega che questo tipo di cose è successo soltanto ai parrucchieri per le donne, non ad altri.

Adnan e Hatem intanto continuano a tagliare. Fino a quando i miliziani non busseranno alla porta e costringeranno loro due, e gli altri tre o quattro colleghi a fare altro. Come se vent’anni fossero passati invano. Insomma, non è più tempo di tagliare i capelli, ma di tagliare la corda. E’ la teocrazia, bellezza!

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Hebron, soldati sbagliano strada e vengono picchiati

Scontri a Hebron. Una città della West Bank dove vivono 180mila palestinesi e circa 600 coloni ebrei (foto Ap)

L’incidente, alla fine, è stato solo imbarazzante. E con qualche escoriazione. Perché sarebbe bastato davvero poco per trucidare 15 soldati israeliani. Tutto per colpa di un cittadino palestinese che ha indicato loro la direzione sbagliata. Chissà se intenzionalmente o meno.

E comunque. Nel mezzo della giornata – l’ennesima, carica di tensione – a Hebron, sud della West Bank, un gruppo di militari si sta esercitando correndo in lungo e in largo per l’area cittadina. Non sono vestiti di verde, non indossano scarponi neri di pelle, non sono armati.

Ad un certo punto, si fermano a chiedere indicazioni a un anziano palestinese. Che spiega loro la direzione da prendere. Peccato che – per cause ancora da accertare – in pochi passi i soldati si siano trovati nel mezzo dell’area palestinese di Hebron. Che, in giorni normali, sarebbe indicata con cartelli e check point. Ma nelle ultime ore, da parte di Israele, c’è stata qualche apertura. Così certi check point sono venuti meno e le barriere fisiche pure.

Una volta nell’area musulmana, i soldati vengono circondati e picchiati. Finiscono tutti in ospedale – insieme a due palestinesi – e se la caveranno in pochi giorni. “Li hanno scambiati per ladri o per coloni ebrei”, racconta un residente allo Yedioth Ahronoth. “A quel punto, alcuni palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre e a pestarli”.

I coloni sono arrabbiatissimi. Un po’ per l’incidente. Un po’ – anzi, soprattutto – per il fatto che l’Esercito israeliano avrebbe “abbassato la guardia e deciso di non proteggere più gli ebrei di Hebron”, urla Baruch Marzel, uno dei più importanti attivisti di destra.

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