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Il rabbino: “Meglio pregare in moschea che in una stanza”

Piuttosto che una stanza, un garage o un angolo anonimo di un aeroporto meglio la moschea. Tanto Dio, pardon, Jahwe, non è che si faccia tanti problemi. Quel che conta, del gesto, è il significato che gli viene dato. Firmato: Rabbino Efrati.

E allora. Il tabù, se di questo si può parlare, è caduto con una semplice frase buttata sul web in risposta a un quesito teologico. Sul sito “Kipa” un utente-pendolare, ebreo praticante, scrive: «La maggior parte delle volte il volo è la mattina presto, ma nonostante abbia tutto il necessario non sempre ho il tempo di finire la preghiera». «Quando decido di pregare in aeroporto – continua il fedele – non riesco a dedicare il massimo del mio spirito a Dio: il posto spesso è scomodo e gli sguardi dei passeggeri mi distraggono. Che fare?».

La risposta, arrivata nel giro di pochi giorni, l’ha data il rabbino Baruch Efrati. «Alcuni scali europei e asiatici hanno al loro interno delle vere e proprie moschee», scrive il religioso. «Sono luoghi di solito vuoti e buoni per recarsi e pregare».

Certo, non è la soluzione perfetta, «ma sono sempre meglio di altri luoghi provvisori», aggiunge il rabbino. Del resto «agli ebrei non è proibito pregare in una moschea (a parte per quelli che appartengono alla dottrina Ran)». Attenzione, però: gli ebrei possono rivolgersi a Dio da una moschea, ma non da una chiesa cristiana. Quest’ultima sì che è vietata.

Leonard Berberi

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E i libanesi costruiscono la copia della Cupola della Roccia (con i soldi iraniani)

La copia della Cupola della Roccia costruita tra Libano e Israele (a sinistra, foto Reuters) e quella vera di Gerusalemme

La replica esatta della Cupola della Roccia, quella che si trova subito sopra il Muro del pianto a Gerusalemme, l’hanno costruita con i soldi iraniani. E infatti è proprio la bandiera rosso-bianco-verde che sventola sul cucuzzolo della cupola dorata.

Solo che non siamo in Iran. Ma in Libano. A circa trecento metri dal confine – sorvegliato – con Israele. Più che una provocazione, la gemella (piccola) ha il sapore dell’affronto. Soprattutto quando il 13 ottobre verrà ad inaugurarla nientemeno che Mahmoud Ahmadinejad, il presidente iraniano che non passa giorno – e incontro – senza minacciare gli ebrei o esaltare l’Olocausto.

Una costruzione – e una visita – che ha messo sull’attenti il mondo arabo in primis. Ahmadinejad non ha certo il dono della diplomazia. Ed Hezbollah non brilla per i metodi democratici e non violenti.

La moschea è stata costruita nei pressi del villaggio libanese di Maroun al-Ras. I bulldozer e i muratori hanno lavorato giorno e notte per finire l’edificio in tempo per l’arrivo di Ahmadinejad. Hanno pure costruire una sorta di promenade che dà sullo Stato ebraico. Così da consentire all’ospite di lanciare pietre contro il nemico.

A pochi passi c’è il paesino israeliano di Avivim che, per il giorno della visita, intende metter su una protesta forte nei confronti del presidente iraniano. Anche se sono in molti a sperare che questa volta Gerusalemme si metta a lanciar missili per far fuori Ahmadinejad.

L.B.

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I rabbini visitano la moschea bruciata e attaccano: “Questo è un atto vile e contro la Torah”

Il rabbino Fruman, dell'insediamento di Tekoa, visita l'interno della moschea (foto di Noam Moscowitz / Ynet)

Qualcuno le ha interpretate come le prove generali per la pace. Certo è che faceva un certo effetto vedere una delegazione di rabbini provenienti dagl’insediamenti condannare – dall’interno di un edificio religioso musulmano – la profanazione delle ultime ore ai danni di una moschea. E, soprattutto, portare sotto braccio decine di copie nuove di zecca del Corano, il libro sacro dell’Islam.

Le «prove generali» sono andate in scena ieri pomeriggio nei pressi di Betlemme. Dove, il giorno prima, la moschea di Beit Fajar era stata bruciata insieme alle copie del Corano. Le prove – stando alle forze di sicurezza palestinesi – porterebbero a un gruppo di coloni che abitano vicino all’area.

Dopo una serie di incomprensioni durate un giorno intero, la delegazione ebraica è riuscita a far visita al luogo sacro musulmano. Scortata comunque da soldati dell’esercito israeliano (che ha fermato il lancio di pietre contro le proprie pattuglie) e da poliziotti palestinesi, ma anche per nulla intimorita di dire quello che il momento chiedeva.

«Siamo qui per condividere insieme ai fratelli musulmani l’orrore che questo attacco provoca», ha detto il rabbino Brin. «E per mettere in chiaro che questo non è il modo di comportarsi che indica la Torah, perché è un gesto moralmente sbagliato e offensivo. Noi non educhiamo così i nostri figli. E anche se con alcuni seguaci abbiamo avuto qualche frizione, l’Islam non è una religione ostile».

L.B.

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Gerusalemme, villa bin Laden vendesi (ma solo a Osama)

L'articolo pubblicato su Ma'ariv venerdì scorso (Falafel Cafè)

Villa bin Laden in vendita. In mezzo a Shuafat, nord di Gerusalemme, da tutti considerato un campo profughi, anche se è una normale cittadina. La notizia, pubblicata per prima dal quotidiano Ma’ariv nell’edizione di venerdì, scrive anche che il proprietario – l’avvocato arabo-israeliano Mueen Khouri – ha posto una unica condizione: la costruzione – ora disabitata – deve essere venduta solo a Osama bin Laden in persona, «ovunque egli sia».

«Voglio che sia Osama a comprarla – ha detto Khouri – perché un tempo apparteneva alla sua famiglia». Nel 1940, quando l’area era sotto la giurisdizione giordana, Mohammed bin Laden – il papà del terrorista più ricercato al mondo – decise di comprarsi questa villetta (due piani, 16 camere da letto, 10 bagni e circa 700 metri quadrati di giardino) a meno di sette chilometri di macchina dalla moschea di Al-Aqsa e del Muro del Pianto.

In uno dei due piani ci abitava il clan dei bin Laden. Nell’altro tutta la servitù. Osama, ancora lontano dai suoi propositi di morte e terrore, ci passò qualche mese nel 1960. Dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), quando Shuafat e altre aree di Gerusalemme Est passarono sotto il controllo israeliano, la famiglia abbandonò la villa. Negli anni, prima che l’avvocato Khouri l’acquistasse nel 1994, l’edificio è stato usato per ospitare la rappresentanza diplomatica spagnola.

«Non mi fa paura e non mi crea problemi che Osama bin Laden sia considerato il terrorista più pericoloso», ha detto Khouri a Ma’ariv. «Sono convinto che il capo di Al-Qaeda sia solo vittima della mala-giustizia e che sia innocente».

Lui, Osama, non s’è ancora fatto avanti. Del resto sono anni che non si fa vivo. Ma Mueen Khouri spera di contattarlo. E magari, già che c’è, di offrirsi pure come avvocato difensore di fronte al mondo.

Leonard Berberi

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Postcards from Middle East / 62

Una donna palestinese prega al Monte del Tempio, di fronte alla moschea di al-Aqsa a Gerusalemme, in occasione del giorno di preghiera per il Ramadan, il mese sacro musulmano. L'esercito israeliano ha allentato i controlli di sicurezza, consentendo l'ingresso nell'area a molti più palestinesi del solito (Mahfouz Abu Turk / Epa)

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Francia, immobiliarista ebreo paga la ricostruzione di una moschea

Da un punto di vista economico non è stato un grande affare. Ma l’immobiliarista Robert Harush aveva un altro obiettivo: dare una mano al dialogo israelo-palestinese. Come? Pagando i lavori di ricostruzione di una moschea in Francia.

Nato ad Ashqelon, città israeliana spesso colpita dai razzi di Hamas, Robert è un 58enne di religione ebraica che ha fatto affari nel settore immobiliare europeo. Nel 2006, mentre Israele lanciava l’operazione “Piombo Fuso” su Gaza, lui era lì, ad Ashqelon. E ci è rimasto anche quando un razzo gli è caduto a poche decine di metri da casa.

Ma quando il sindaco del paesino di Montereau (a cento chilometri da Parigi), gli ha detto di non avere i soldi per la ristrutturazione di una moschea, Robert Harush non ha esitato un attimo e ha pagato tutti i lavori. «La gente era sbalordita – ricorda l’immobiliarista –. Si chiedeva cosa c’entrasse un ebreo con la moschea. La realtà è che dobbiamo smetterla con l’odio. È venuto il tempo di costruire la Pace».

Leonard Berberi

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Lezione di democrazia

“Si tratta di una decisione razzista, forse la più grave dalla fine della seconda guerra mondiale”. “Piuttosto che confrontarsi con il contenuto delle prediche nelle moschee ha preferito concentrarsi sull’architettura”.

Svizzera rimandata in applicazione della democrazia. Ma quel che stupisce è il “docente”: Israele. I quotidiani di oggi hanno dedicato tanto spazio al referendum elvetico che boccia la costruzione di nuovi minareti. Perchè se cambia la prospettiva nella vicina Europa, il riflesso tocca direttamente anche Gerusalemme.

Haaretz e Ma’ariv non scherzano. E vanno giù duro. Dimostrando, ancora una volta, che le vere democrazie non transigono su certe regole. Anche se, com’è nel caso israeliano, il nemico che ti tiene in scacco da mezzo secolo è proprio di religione musulmana, porta lunghi vestiti e, soprattutto, prega in moschee con alti minareti.

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