attualità

I droni israeliani contro l’Iran e quell’incidente alla centrale nucleare di Bushehr

Alla fine i protagonisti sono sempre gli stessi. Israele da un lato. L’Iran dall’altro. In mezzo l’Azerbaigian. Ed è soltanto da questo trio – secondo gli analisti – che passerà l’eventuale conflitto tra Gerusalemme e Teheran. Tra l’«unica democrazia in Medio oriente» e la «Repubblica islamica».

E ora, passata la sbornia su Gaza, raffreddati gli animi dopo il voto dell’Onu sullo status della Palestina, archiviata – per il momento – la «pratica Barak», il premier israeliano Benjamin Netanyahu può cercare di muoversi sul fronte iraniano. Soprattutto per guadagnare consensi. Le elezioni politiche del 22 gennaio sono alle porte. E la popolarità è calata di un bel po’.

Il drone israeliano di ultima generazione Eitan - Heron TP (foto Tsahi Ben-Ami / Flash 90)

Il drone israeliano di ultima generazione Eitan – Heron TP (foto Tsahi Ben-Ami / Flash 90)

Per questo, nel mezzo di una tregua con Hamas che regge – nonostante il secondo morto palestinese sulla Striscia di Gaza dal cessate il fuoco – ha destato non poco scalpore la notizia riportata dal quotidiano britannico «Sunday Times». «Lo Stato ebraico ha schierato droni “Heron” in Azerbaigian per distruggere i missili balistici iraniani ancora prima che siano lanciati», scrive il giornalista Uzi Mahnaimi. Che aggiunge: «Grazie a un grande radar americano installato nel deserto del Negev, nella base di Nevatim, nell’eventualità di un attacco iraniano le forze armate di Tel Aviv hanno un preavviso di soli 13 minuti prima che il missile lanciato si abbatta sul suolo israeliano. L’obiettivo è annientarli non appena i satelliti o i droni rivelassero le fasi preparatorie al lancio come il riscaldamento dei motori. L’Heron è in grado di volare per 7.400 km e di restare in aria per oltre 70 ore e può essere armato con missili di fabbricazione Usa, Hellfire».

Israele si prepara alla guerra? Non è detto. Non ora, almeno. Anche perché – come spiega a Falafel Cafè un esperto militare di Gerusalemme – «i droni israeliani, gli “Heron” di tipo TP II sono stati portati in Azerbaigian già da marzo-aprile scorso». «I nostri mezzi senza pilota sono stati fatti arrivare nel Paese caucasico con gli stessi aerei militari che hanno portato gli altri dodici droni venduti al governo azero per 1,6 miliardi di dollari», spiega ancora.

E allora perché la notizia viene rilanciata soltanto ora sui media internazionali. Secondo l’esperto militare c’è una motivazione politica e una militare. Quella politica «punta a galvanizzare l’elettorato di centro-destra in Israele, uscito sconfitto nel giro di poche settimane sia dalla “campagna di Gaza” sia dal voto del Onu sulla sorte della Palestina».

L'impianto nucleare iraniano di Bushehr (foto Vahid Salemi / Ap)

L’impianto nucleare iraniano di Bushehr (foto Vahid Salemi / Ap)

La motivazione militare, invece, è decisamente più seria. E ha a che fare, ancora una volta, con i piani atomici iraniani. «A metà ottobre la centrale nucleare di Bushehr è stata spenta con procedura d’urgenza per alcuni giorni», racconta la fonte. Permolte ore nessuno ha capito perché. A Teheran hanno fatto circolare la voce di un altro Stuxnet, un altro virus informatico israelo-americano che avrebbe poi bloccato i sistemi di sicurezza dell’impianto.

«Ma la verità è che gli esperti iraniani hanno ordinato lo spegnimento perché l’intera struttura rischiava di esplodere», spiega l’esperto. Che chiarisce: «Dell’incidente erano informati i russi e soprattutto quelli dell’autorità per l’energia nucleare Rosatom, perché i tecnici che hanno costruito l’impianto di Bushehr vengono proprio da lì». Secondo le informazioni raccolte dall’intelligence israeliana pare che fossero saltati alcuni bulloni – che pesano chili e chili – posizionati sotto le celle combustibili del reattore.

«Nel giro di poche ore sono state rimosse tutte e 163 le barre di combustibile», continua l’esperto, «l’impianto è stato revisionato da un team russo che però non ha ancora capito come potrebbe essere successo. Ma mentre resta il giallo, tutte e 163 le barre di combustibile sono state riposizionate al loro posto pochissimi giorni fa». Se la centrale fosse esplosa – ragiona la fonte – «sarebbero morti milioni di iraniani».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Quelle forze speciali britanniche da un mese in Siria e il piano per far cadere Assad

Ci sarebbe un gruppo delle forze speciali britanniche in Siria. Da esattamente un mese. Da quando, il 26 maggio, gli uomini super-addestrati di Sua Maestà avrebbero attraversato il confine che separa la Turchia e la carneficina a cielo aperto guidata da Bashar Assad.

Per ora il condizionale è d’obbligo. Ma più fonti d’intelligence – poi riprese dagl’israeliani – danno per certo l’ingresso nel Paese dei britannici. E confermano che ci sarebbero già stati scontri a fuoco tra le forze speciali inglesi e i lealisti a pochi metri dalla sede delle Guardie presidenziali, fuori Damasco.

Di più: secondo i bene informati di Ankara e Parigi, gli uomini addestrati di Sua Maestà avrebbero da giorni preso il comando di alcuni gruppi ribelli locali, coordinando gli attacchi e dicendo loro cosa fare e come farlo. L’obiettivo, nemmeno tanto nascosto, sarebbe quello di evitare ulteriore spargimento di sangue e, soprattutto, di far cadere Assad rompendo il cordone militare che lo difende, senza richiedere un intervento armato esplicito occidentale.

Le forze speciali britanniche in Afghanistan

Le voci, a dire il vero si rincorrono. Altre fonti, provenienti stavolta dai Paesi del Golfo arabo, rivelano che la truppa britannica avrebbe anche il compito di creare una sorta di zona di sicurezza, un’area cuscinetto, lungo il confine turco-siriano per accogliere profughi in fuga dalle città sotto bombardamento. Nelle settimane successive, e con l’intervento di altre forze occidentali, queste zone di sicurezza dovrebbero aumentare nel resto del Paese.

Il successo o meno di quest’incursione, tutta da verificare, dipenderà però dal ruolo di Russia, Iran e Hezbollah (Libano). Non è un mistero che il caccia turco sia stato abbattuto dalla contraerea siriana utilizzando armi russe (i missili Pantsur-1) e non è nemmeno un mistero che Mosca non veda di buon occhio una presenza occidentale in Siria. Il presidente Vladimir Putin l’ha ripetuto anche in questi giorni, nella sua visita ufficiale in Israele: “Non tollereremo un intervento militare in Siria e faremmo di tutto per evitarlo”, ha detto Putin.

Più o meno le stesse parole del regime iraniano. E negli stessi giorni in cui, da più parti, viene data per certa la transazione armi-soldi sull’asse Beirut-Damasco. Assad avrebbe chiesto di rafforzare il suo arsenale non solo ai russi – di cui si fida fino a un certo punto –, ma anche ai miliziani sciiti di Hezbollah, la vera forza militare del Libano.

Intanto tutto da decifrare il ruolo d’Israele. Lo Stato ebraico – in altre faccende affaccendato: Gaza, Iran, proteste sociali interne – ha iniziato lentamente ad accodarsi ai Paesi occidentali che propendono per fare cadere Assad il prima possibile. Ma non è ancora sufficiente a portare Gerusalemme a impegnarsi in prima fila nella disputa. Del resto c’è ancora un’area, il Golan, che Israele sta in tutti i modi cercando di sorvegliare. Per ora, nel mondo, resta l’unica area a fare il tifo per il presidente siriano. E questo per lo Stato ebraico può trasformarsi anche in focolaio terroristico che si andrebbe così a saldare con i miliziani di Hezbollah – a poche decine di chilometri di distanza – e quelli di Hamas nella Striscia di Gaza.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Usa-Israele, è rottura sulla questione iraniana

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Barack Obama

Da quattro giorni non si parlano. Gli uni chiedono un incontro. Gli altri non rispondono. È rottura sull’asse Washington – Gerusalemme. Quanto sia profonda, questa frattura, resta ancora da vedere. Ma è dal 25 maggio scorso che sia il premier Benjamin Netanyahu che il ministro della Difesa, Ehud Barak, dicono di no a un briefing con gli statunitensi. Da quando, proprio il 25 maggio, Wendy Sherman, sottosegretario di Stato americano, s’è vista rifiutare un incontro con i due principali sostenitori della guerra al regime degli ayatollah.

Sherman era di ritorno dall’incontro di Baghdad tra il gruppo 5+1 e l’Iran. Voleva spiegare a Netanyahu e a Barak che di progressi non ne erano stati fatti sull’arricchimento dell’uranio iraniano, ma anche dire loro che dopo tre settimane ci sarebbe stato un altro vertice – l’ennesimo, a dire il vero – a Mosca. Ma le segreterie del premier e del ministro dell’Interno hanno risposto con un laconico «non sono disponibili».

A Baghdad i diplomatici di Ahmadinejad hanno fatto sapere che non sono disponibili a fare passi indietro sui loro programmi di arricchimento dell’uranio sia al livello basso (3,5-5%) che a quello alto (20%). Non solo. Teheran ha anche detto di non aver nessuna intenzione di spegnere l’impianto nucleare di Fardu, nei pressi di Qom. Conclusioni, queste, che Wendy Sherman ha riportato al Consigliere israeliano per la sicurezza nazionale, Yaakov Amidror, e al direttore generale del ministero degli Esteri, Rafi Barak. Ma loro, il premier e il ministro che comanda l’esercito, ecco loro no. Non ne hanno voluto sapere di sentire un rappresentante americano sulla questione iraniana.

La centrale nucleare di Fardu, vicino a Qom, in Iran

A innervosire i vertici israeliani è l’inattività dell’amministrazione Obama. A Gerusalemme sono in molti a pensare che il presidente americano stia cercando di evitare il conflitto – in Iran come in Siria – per questioni puramente elettorali. Eppure qualche settimana fa il ministro Ehud Barak è stato molto chiaro con Washington: «Ogni giorno che passa senza far nulla è un passo in più verso la bomba atomica iraniana», ha detto Barak.

Fino allo scorso fine settimana questi di Barak erano avvertimenti. Da venerdì sono una certezza. Il dossier dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica scrive che da febbraio di quest’anno – quindi in circa tre mesi – l’Iran ha quasi raddoppiato le sue riserve di uranio altamente arricchito e che le centrifughe alla centrale nucleare di Fardu sono passate, nello stesso periodo di tempo, da 300 a 500.

Quel che il documento dell’Agenzia internazionale con sede a Vienna non dice sono i calcoli di produzione di uranio arricchito al 20% (utilizzato per scopi militari): a Fardu, secondo stime che girano a Gerusalemme, ogni mese vengono prodotti quasi 24 chilogrammi. A dicembre diventeranno 336 chili. E ci sono da capire quelle particelle di uranio arricchito al 27% che gli ispettori dell’Aiea hanno trovato proprio a Farduz, senza però riuscire capirne le origini.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

FOCUS / L’Iran prende tempo: “Altra sede per i negoziati nucleari”

Prendere tempo. Spostare la sede dei colloqui. Cercare di sfibrare gl’intenti interventisti d’Israele. Avvicinarsi, il più possibile, alle elezioni americane di novembre. Perché, a quel punto, sarà molto difficile per gli Usa avventurarsi in una guerra di proporzioni regionali.

I piani di Teheran, da qualche giorno, sono ormai chiarissimi. Mentre si avvicina l’estate e quando il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, ammette che «il 2012 è l’anno giusto per risolvere la questione nucleare iraniana», ecco che il regime di Ahmadinejad ha già fatto sapere di considerare fallita, prim’ancora che inizi, la due giorni di Istanbul – il 13 e il 14 aprile – di negoziati nucleari. L’ultimo tentativo prima dell’intervento militare dello Stato ebraico.

Il gioco di Ahmadinejad però irrita Washington e Gerusalemme. Perché l’obiettivo iraniano è duplice: spostare la sede verso un Paese più «amico» (si parla, nell’ordine, di Mosca, Vienna o Ginevra). E guadagnare tempo – «almeno due mesi» – dallo spostamento dei colloqui. Poi, attraverso la Russia, Teheran ha già fatto sapere di non essere disposto a dialogare «in condizioni di minaccia militare e sanzioni economiche».

Mohsen Rezaie, uno degli emissari dell’ayatollah, ha detto che «i turchi non sono riusciti a realizzare alcune delle nostre richieste». E quindi «è meglio se i colloqui si svolgono in un altro Paese amico». Non ha detto, Rezaie, quali siano state le richieste iraniane, ma non ha esitato a bocciare Istanbul come sede adeguata. Ismail Kosari, altro alto esponente di Teheran, quello che lo scorso anno disse che «bin Laden è stato un pupazzo dei Sionisti», ecco Kosari ha attaccato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. «Ankara è un servo degli Usa, è il portavoce d’Israele». Frasi dette non a caso, segnalano a Gerusalemme. Perché sia Rezaie, sia Kosari – prima di aprire bocca – «avranno avuto il via libera del leader supremo religioso, l’ayatollah Ali Khamenei».

Insomma, un pasticcio. E tanto lavoro dietro le quinte. Soprattutto sull’asse Mosca-Teheran. E proprio i russi non nascondono le loro preoccupazioni. Dopo aver cercato per mesi di calmare le acque, anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il viceministro degli Esteri di Mosca, Sergey Ryabkov, ha ammesso che «la situazione di stallo in Medio Oriente potrebbe esplodere in un’azione militare in qualsiasi momento». Di più. Sostengono i russi che «l’area è una pentola a pressione pronta a esplodere», che «è sempre più vicino il momento della conflagrazione militare». E quindi, proprio per questo, «bisognerebbe togliere il coperchio con la diplomazia».

© Leonard Berberi

Standard
attualità

Guerra di spie tra Russia e Israele

C’è una guerra di spie sull’asse Mosca – Tel Aviv. Va avanti ormai da alcuni mesi. E la cosa che più colpisce le agenzie d’intelligence di tutto il mondo è che quello che era considerato un sodalizio storico (Russia-Israele) si è disfatto senza una ragione ufficiale. Il tutto succede proprio nel momento di massima tensione tra lo Stato ebraico e l’Iran e proprio mentre Gerusalemme dice che il regime siriano di Assad (alleato dei russi) ha le ore contate.

La catena di interventi a gambatesa inizia a maggio 2011, quando il colonnello Vadim Leiderman viene espulso dalla Russia perché accusato di essere un agente al soldo d’Israele. E così, forse per rappresaglia o per altro, lo Stato ebraico caccia ad agosto l’addetto militare russo a Tel Aviv.

Vadim Leiderman, il militare israeliano espulso dalla Russia perché accusato di essere una spia

Secondo il quotidiano Ha’aretz – che cita una fonte del ministero degli Esteri israeliano – il nome del diplomatico russo è per ora sconosciuto. La parte russa ha espresso molte versioni contrastanti delle attività della presunta spia, il colonnello israeliano Leiderman. A Mosca prima hanno detto che l’uomo stava cercando di ottenere informazioni sulle forniture di armi russe nei paesi arabi. Poi però la seconda versione ha detto che il militare stava cercando di promuovere gli interessi delle compagnie di difesa israeliane nel mercato russo.

Quanto all’espulsione del rappresentante russo in Israele le notizie sono state fornite con il contagocce. L’ambasciata russa in Israele e il ministero degli Esteri israeliano hanno rifiutato di commentare la notizia. Solo che poi, nel giro di poche ore, una fonte del governo russo si sente in dovere di precisare che non si tratta dell’espulsione dell’ambasciatore Sergey Yakovlev. L’espulsione dei russi è stata tenuta segreta per non aggravare i rapporti già tesi tra i due Paesi.

Intanto a Mosca è stato mandato un nuovo addetto militare israeliano: si chiama Jacob Haviv, è un medico militare, non parla una parola di russo e, secondo gl’israeliani, comunica solo con i funzionari del ministero della Difesa e con addetti militari di altri paesi.

© Leonard Berberi

Standard