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“I rapitori, le partite di calcio, i disegni”. Gilad Shalit racconta la prigionia in tv

L’arrivo in elicottero di Gilad Shalit, libero da poche ore

La pazzia. C’è stato un momento in cui, ai piani alti di Gerusalemme, più di qualcuno – un anno fa – s’è chiesto se avesse senso quello scambio appena concordato con il nemico: 1.027 carcerati palestinesi da liberare in cambio di un soldato israeliano, ostaggio da più di cinque anni nella Striscia di Gaza. Un giovane che, per le sue condizioni di detenzione, poteva aver perso la testa. E chissà cos’altro.

Un anno dopo quell’elemento viene a galla. Ma stavolta a parlarne è il diretto interessato: Gilad Shalit. Il protagonista del più drammatico – e positivo – caso di rapimento sul suolo israeliano da parte dei miliziani di Hamas s’è concesso in una lunga intervista – la prima volta – per la tv Channel 10 che verrà trasmessa i prossimi giorni.

Il soldato ha raccontato molti dettagli – anticipati in parte dal quotidiano Yedioth Ahronoth ­– sulla sua prigionia. Ha detto, Gilad, che i militanti l’hanno trattato sostanzialmente bene per la maggior parte del tempo. Ma ha anche rivelato di quando, a un certo punto, ha iniziato a pensare che non sarebbe mai stato liberato. «Pensavo di fare la fine di Ron Arad, il pilota abbattuto nel 1986 con il suo jet in Libano e non ancora tornato a casa», dice il giovane 26enne. Ma «cercavo anche di essere ottimista, mi concentravo sulle piccole, belle cose che avevo lì davanti a me».

L’incontro con papà Noam e il premier Benjamin Netanyahu (foto Idf)

I militanti, svela Gilad nell’intervista, giocavano con lui a scacchi e domino. «Mi permettevano anche di guardare le notizie sulla tv araba. È così che ho imparato anche un po’ la loro lingua». Poi dice che gli è stato data anche una radiolina. «Così potevo sentire quello che succedeva a casa mia e in ebraico».

«Spesso ho anche riso insieme ai miei rapitori», continua il soldato. «Soprattutto quando guardavamo un film o una partita di calcio». «Una volta i miliziani sono rimasti letteralmente a bocca aperta quando un israeliano, Eran Zahavi, ha fatto gol nella partita di Champions League Hapoel Tel Aviv – O. Lione. Non potevano credere che una squadra israeliana potesse giocare in quel modo. Fu una delle cose che mi aiutarono a restare sano di mente».

Un’altra cosa che, dice, l’avrebbe aiutato a non impazzire sarebbe stato anche il suo Paese. «Ho fatto spesso schizzi sulla mia città, per non dimenticarla. Anche se ho cercato sempre di nascondere quei disegni per non indispettirli». Perché la prigionia è sempre prigionia. E tempo – e modo – di tenere un diario, di quelli buoni per farci poi un libro e un film e una serie televisiva, ecco, tempo – e modo – per quello proprio non c’era. L’unica cosa che resta, ancora, un mistero è il posto in cui è stato rinchiuso.

«All’inizio – ha ricordato Gilad – è stato difficile, ma poi ho sviluppato una sorta di routine giornaliera: mi svegliavo e andavo a dormire praticamente alle stesse ore». Così, per 1.941 giorni di fila. Fino a quando non ha toccato il suolo israeliano. Fino a quando non ha abbracciato papà e mamma, i fratelli, i nonni, gli amici. Fino a quando non ha messo piede a casa sua, a Mitzpe Hila, nell’Alta Galilea. Fino a quando non s’è addormentato nel suo letto, in quella camera – la sua – che mamma Aviva aveva lasciata intatta perché, ne era convinta, «il mio Gilad prima o poi tornerà».

© Leonard Berberi

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Israele. In breve

Il presidente Shimon Peres visita Gilad Shalit
Il presidente d’Israele è andato lunedì 24 ottobre a Mitzpe Hila, il paesino al confine con il Libano, a salutare Gilad Shalit e i suoi famigliari. «Tu non hai proprio idea di quanto sia entusiasta di vederti qui, a casa tua, vivo e vegeto», sono state le prime parole del capo di Stato ultra-ottantenne al ragazzo di 25 anni. Peres ha cercato anche di incoraggiare il soldato: «Ora tutta la tua vita è davanti. Fatti forza e cerca di fare quello che non sei riuscito a fare negli ultimi anni». In mattinata, Gilad, s’è concesso una lunga corsa in bicicletta. Sorvegliato a distanza dalla polizia per evitare incontri spiacevoli o connazionali troppo entusiasti.

Lieberman: Abu Mazen è un ostacolo per i negoziati
A due giorni dalla ripresa di “colloqui di avvicinamento” fra israeliani e palestinesi, su iniziativa del Quartetto, il ministro degli esteri di Gerusalemme Avigdor Lieberman ha accusato il presidente dell’Anp Abu Mazen di rappresentare un ostacolo per la ripresa di negoziati. «Il vero ostacolo è lui», ha affermato Lieberman. «Chiunque venga al suo posto, sarà meglio. Ci dicono di continuo che Abu Mazen potrebbe ‘resituire le chiavi dell’Anp’. Allora che lo faccia, noi dobbiamo solo felicitarcene. Noi cerchiamo di mantenere la stabilità, mentre lui impedisce ogni soluzione negoziata fra noi e i palestinesi». Leader del partito di destra radicale Israel Beitenu, Lieberman ha ribadito di opporsi al congelamento dei progetti edili ebraici nei Territori, «e tanto più a Gerusalemme».

Israele-Egitto, intesa per scambio detenuti
Israele ed Egitto hanno raggiunto un accordo per uno scambio di detenuti. Lo rende noto l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. L’Egitto accetta di liberare il cittadino israelo-americano Ilan Grapel mentre Israele rimetterà in libertà a sua volta 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. In un comunicato dell’ufficio di Netanyahu si legge che l’intesa è stata raggiunta grazie anche gli sforzi di mediazione prodigati dagli Stati Uniti, mediante la loro ambasciata al Cairo. Grapel, uno studente universitario di 27 anni, è stato arrestato mesi fa al Cairo dopo che i servizi segreti egiziani lo avevano sospettato di spionaggio. Israele ha sempre negato la fondatezza di tali sospetti. Ma nel clima di apertura creato nei giorni scorsi dallo scambio di prigionieri fra Israele e Hamas (attivamente mediato dall’Egitto) Israele ha accettato di liberare in cambio di Grapel 25 cittadini egiziani, fra cui tre minorenni. La loro identità non è stata rivelata ma a quanto pare si tratta di contrabbandieri.

Gerusalemme dona al Vaticano ulivo vecchio di 400 anni
Il Governo Israeliano e il Keren Kayemeth LeIsrael (Kkl) donano al Vaticano un albero di ulivo antico di 400 anni. La cerimonia di messa a dimora dell’ulivo centenario si terrà mercoledì nel viale degli Ulivi dei giardini vaticani. In occasione della sua ultima visita in Italia, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva promesso allo Stato Vaticano la donazione di un albero antico. Mantenendo così l’impegno, il Presidente Mondiale del KKL Efi Stenzler, ha avviato i preparativi necessari per il trattamento, l’imballaggio ed il trasporto del grande albero al Vaticano. L’ulivo centenario misura 2,20 metri di larghezza e 4 metri di altezza, ed è cresciuto sulle colline di Nazareth nella parte meridionale della Bassa Galilea, luogo sacro a caro alla cristianità.

(a cura di Leonard Berberi)

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Quattro anni senza Gilad Shalit. I genitori a Bibi Netanyahu: “E’ anche il tuo prigioniero”

Il volantino per ricordare il soldato israeliano Gilad Shalit, 24 anni, rapito ormai quattro anni fa al confine con Gaza

Oh Gilad, dove sei? In quale buco oscuro di Gaza ti hanno messo? Respiri ancora? Vedi la luce del sole? Mangi? Dormi? Pensi al futuro? O la tua vita s’è fermata ormai quattro anni fa? Quattro anni che nessuno potrà mai ridarti indietro. Nemmeno con gli interessi.

Sono passati millequattrocentocinquantasei giorni dal rapimento di Gilad Shalit, il soldato israeliano che il 23 agosto compirà ventiquattro anni. Trentacinquemila ore in mano ai rapitori di Hamas. Quattro anni lontano dalla casa di Mitzpe Hila. Lontano da papà Noam e mamma Aviva. Lontano dai loro occhi. Ma non dal loro cuore. Sempre più lontano, però, dal cuore politico di Gerusalemme. Preso com’è con i problemi fuori e dentro il Paese.

Ma loro, i famigliari di Gilad, non mollano. Ogni settimana, ogni mese, ogni anno fanno sempre sentire la loro voce. A Gerusalemme, a Tel Aviv, ad Haifa. Di fronte alla casa del premier Netanyahu, così come davanti al Parlamento. Perché un rapito diventa un dead man walking quando cade nel dimenticatoio.

Per questo, in occasione del quarto anno di rapimento, i genitori si sono inventati un foglio speciale. Di quelli che la polizia rilascia in occasione di un missing person, di una persona scomparsa. Ma al posto della parola “missing” ci hanno messo “captive”, prigioniero. Sotto alla parola, la foto del soldatino Gilad. Con la sua faccia innocente. Il suo sorriso imbarazzato. Gli occhiali con la montatura tonda. Sullo sfondo montagne innevate.

«Quattro anni fa, il soldato Gilad Shalit è stato rapito – c’è scritto sotto alla foto –. L’ultima volta è stato visto controllare la frontiera dello Stato d’Israele vicino alla Striscia di Gaza. Bibi (Netanyahu, il primo ministro, nda), Gilad è il tuo prigioniero».

Le migliaia di copie dell’annuncio sono state distribuite un po’ ovunque. Nella speranza che possano smuovere le coscienze degl’israeliani. Nella speranza che questi ultimi possano aumentare la pressione sul governo perché riporti a casa il soldato Shalit. E nella speranza – sempre più remota, a dire il vero – che Bibi faccia qualcosa. Anche a costo di cedere pezzi di potere a Hamas per quanto riguarda Gaza.

Intanto loro, i genitori di Gilad, una coppia che sta dimostrando una forza  e una resistenza incredibili, hanno organizzato un grande concerto dell’Israeli Philarmonica a Kfar Aza per ricordare a tutti che il figlio è ancora prigioniero. Soprattutto: che loro figlio è ancora vivo. Almeno fino a prova contraria.

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No man left behind

Gilad Shalit

No man left behind. Nessun uomo è lasciato indietro. Ricordi Netanyahu? Te l’hanno insegnato la prima volta che hai indossato una divisa verde. E non te lo sai mai più dimenticato. Erano altri tempi, certo. Scorreva più sangue.

Ma quel motto, ancora vivo, dovrebbe – deve – valere anche oggi. Anche – e soprattutto – di fronte a Gilad Shalit. Un adolescente diventato uomo troppo in fretta. Un ragazzo che ha vissuto vent’anni in tre. E in un tugurio. Nascosto al mondo. E alla luce del sole.

Sono ore “drammatiche” per il caporale Gilad Shalit. Il ragazzo mingherlino, con gli occhiali tondi e lo sguardo da infante. Il riservista nato a Mitzpe Hila, al confine con il Libano. Un agglomerato di case sconosciuto al mondo in cui ci abitano meno di 600 persone. Aveva 19 anni e 10 mesi quand’è stato catturato dall’altra parte del Paese, al confine con Gaza.

Da lì la lunga odissea. Sua. Del padre Noam. Della madre Aviva. E di un’intera nazione che, dopo Ehud Goldwasser e Eldad Regev, vive il terzo grande trauma della sua recente storia.

Ore decisive. “Cosa deciderebbe papà Netanyahu se nelle mani degli integralisti palestinesi ci fosse suo figlio?”, si chiedeva una foto apparsa oggi su Internet. Più che una foto, un fotomontaggio. Dove il volto di Shalit prigioniero era sostituito da quello di Avner, il figlio diciottenne del primo ministro appena arruolato.

La decisione finale si gioca anche su questo. Soprattutto su questo: sulle emozioni. E su quella domanda che in tanti, a Gerusalemme come a Tel Aviv, a Haifa come Beersheba, a Eilat come a Netanya si pongono tutti: se fosse mio figlio?

La situazione. Tre ministri (Ehud Barak, Ely Ishai e Dan Meridor) vorrebbero accettare le richieste di Hamas: 980 detenuti palestinesi in cambio del fantasma Shalit. Altri tre ministri (Benny Begin, Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman), invece, sono contrari. Finito? Non proprio. Gaby Ashkenazi, capo di stato maggiore, è per lo scambio. Yuval Diskin, guida dello Shin Bet (sicurezza interna) contrario.

Parità assoluta. In tutto questo, Netanyahu prende tempo. Ora vorrebbe consultare tutti i ministri. Poi ottenere il voto del Parlamento. Perché Shalit non è più soltanto un soldato. E’ anche l’assicurazione sulla vita (politica) di Abu Mazen e di Al Fatah. Così come il punto di svolta del processo di Pace. Politica. Roba da grandi.

Per Shalit, intanto, inizia il giorno 1275. Di prigionia.

Aggiornamento del 23.12.2009: secondo un sondaggio pubblicato su Haaretz, il 52% degli israeliani si dichiara disposto a “pagare qualsiasi prezzo” pur di salvare il soldato Shalit.

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