attualità

L’accusa degli esperti militari: “Iron Dome è un fiasco, intercetta meno del 5% dei razzi del nemico”

Come funzione il sistema anti-missilistico "Iron Dome" (infografica "Daily Mirror")

Come funzione il sistema anti-missilistico “Iron Dome” (infografica “Daily Mirror”)

Una grande invenzione? «Macché, semmai è un gran fiasco». Avete presente “Iron Dome”, il sistema anti-missilistico israeliano installato un po’ ovunque nel Paese? Ecco, secondo i calcoli di uno dei massimi esperti di metodi militari di difesa, «ha un tasso di distruzione dei razzi sparati dal nemico che si aggira attorno al 5%, ma potrebbe anche registrare performance peggiori». Altro che l’84% tanto decantato dai vertici dell’esercito. Le cifre – al ribasso – sono state confermate anche da altre due ricerche, separate tra loro.

La notizia, data prima dal professore Theodore Postol e rilanciata dal quotidiano Haaretz, non è passata inosservata. E di certo aprirà una vertenza militare e politica sul sistema anti-missilistico dello Stato ebraico. Perché gli ulteriori stanziamenti di denaro sono stati decisi dopo l’annuncio proprio dell’Idf alla fine dell’operazione “Pilastro della difesa” contro la Striscia di Gaza. Ora le batterie di razzi con sensori super-intelligenti si trovano sparsi ovunque, soprattutto nelle grandi città. Ma se fossero vere le cifre fornite dal professor Postol potrebbero non servire a molto. Anche se ogni sistema costa 50 milioni di dollari. Anche se ogni razzo sparato – di tipo Tamir – sul listino tocca i 50 mila euro.

Cos’è successo allora? Perché l’esercito ha fornito cifre sballate? Semplice, dicono i tre studi: quello che abbiamo visto e sentito – grazie alle dirette tv in mezzo mondo – non erano esplosioni dovute a missili israeliani che distruggevano razzi di Hamas, ma missili israeliani di “Iron Dome” che esplodevano, da soli, in cielo. «La maggior parte delle esplosioni che abbiamo visto nei filmati», spiega Postol, «consisteva in una palla di fuoco di giorno e una nuvola di fumo la notte. Ma in caso di scontro tra due razzi dovevamo vederne due di palle di fuoco e due nuvole di fumo».

Ci sono, poi, altre cose che non convincono gli esperti. La prima: tutti i missili di “Iron Dome” seguono la stessa traiettoria. La seconda: i razzi esplodono esattamente nello stesso tempo. La terza: nella maggior parte dei casi, i missili israeliani non hanno affrontato quelli di Hamas di fronte, ma hanno effettuato un giro tale da portarli dietro all’obiettivo da colpire in volo. «Ma così – spiegano gli esperti – le probabilità di successo sono minime».

Ci sarebbe, poi, da discutere anche su altre cifre. All’inizio l’Idf ha raccontato che il tasso di successo di “Iron Dome” era del 96%. Poi quella percentuale è scesa ufficialmente all’84. Ma per quanto riguarda i danni a obiettivi civili nello Stato ebraico, sottolineano le tre ricerche, «abbiamo registrato 3.200 incidenti causati dai razzi di Hamas. Ma questo è impossibile visto che i razzi che ufficialmente hanno colpito Israele sono stati 58 o, come sostiene la Polizia, 109».

«L’operazione “Pilastro di difesa” sarà analizzata in tutti i suoi aspetti, compresa l’attività di “Iron Dome”», ha spiegato un portavoce militare. Che ci tiene a precisare una cosa: «Tutti i missili intercettati dal nostro sistema sono controllati incrociando diversi dati, da quelli dei radar alle fonti sul posto».

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Israele, muore il ragazzo colpito da un razzo di Hamas

Il pullman, nel quale si trovava Viflic, dopo lo scoppio di uno dei razzi sparati nel Negev da Hamas lo scorso 7 aprile

Non ce l’ha fatta Daniel Viflic, il ragazzo israeliano di 16 anni, colpito da un razzo sparato da Hamas nel Negev il 7 aprile scorso durante il ritorno a casa dopo una giornata di scuola. Dopo più di una settimana di cure intensive, le condizioni dell’adolescente sono peggiorate negli ultimi giorni. Viflic è morto all’ospedale universitario Soroka di Beersheba domenica 17 aprile.

Per il primario dell’ospedale c’era poco da fare già al momento dell’arrivo del giovane. Subito dopo il ricovero il cervello aveva già smesso di funzionare.

Daniel Viflic diventa così la prima vittima israeliana – negli ultimi mesi – della pioggia di missili e razzi sparati dalla Striscia di Gaza contro Israele. Una morte che il governo Netanyahu ha promesso non resterà senza impuniti. (l.b.)

Standard
attualità

L’accusa di Israele: “Missili a lunga gittata su una delle navi militari iraniane”

L’allarme l’hanno lanciato i servizi segreti israeliani. Sulla Kharg, una delle due navi militari iraniane che stanno per attraversare il canale di Suez, ci sarebbero centinaia di missili a lungo raggio per i miliziani di Hezbollah. Armi in grado di colpire Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme in pochi minuti. Senza lasciare scampo ai civili.

Il report – secondo i bene informati – si troverebbe già sul tavolo del presidente americano Obama e dei vertici militari egiziani. Gli stessi, questi ultimi, che venerdì 18 hanno dato l’ok al passaggio, dopo aver ritirato l’autorizzazione il giorno prima.

Le due navi dovrebbero approdare o a Beirut oppure in un porto siriano. Il passaggio, tutto in acque internazionali, non esclude però un blitz militare israeliano. E quel dossier sulla scrivania di Obama serve più per avere l’ok dell’amministrazione americana a un intervento al largo delle coste israeliane.

Una prima risposta – americana – l’ha data il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, P. J. Crowley: «Sono molto scettico sul fatto che le navi iraniane stiano andando in Siria solo per esercitazioni congiunte». E ancora: «Nel momento in cui queste attraverseranno Suez, a quel punto valuteremo quali sono le loro reali intenzioni». L’unica cosa che – legalmente – si possa fare è quello di metter su una squadra speciale congiunta delle Nazioni Unite per controllare, in acque internazionali, il vero carico delle navi militari. Questo in forza delle sanzioni imposte dell’Onu all’Iran.

Certo, gl’interrogativi restano. E sono tanti. Cosa stanno trasportando davvero quelle due navi? Niente, come dicono gl’iraniani, o armi, come sostengono gl’israeliani? Dove sono diretti davvero? Dove sta andando tutto quello che c’è in stiva? Nel Mossad c’è chi ha avanzato l’ipotesi che questo gesto eclatante serva anche a distrarre dall’altro fronte, quello iracheno-siriano. È in quest’area che, negli ultimi tre anni, sono passati armi e munizioni. Non solo per Hezbollah, ma anche per Hamas. Un viaggio lungo migliaia di chilometri che parte da Teheran, attraversa il confine turco-iracheno, approda in Siria, poi finisce a Beirut, nelle mani di Hezbollah.

L’unica certezza, per ora, è che quelle due navi – a meno di ripensamenti egiziani – passeranno attraverso il canale di Suez ed entreranno nel Mediterraneo. Per la prima volta dal 1979.

© Leonard Berberi

Leggi anche: Venti di guerra tra Israele e Iran. Ecco la nuova politica militare di Ahmadinejad (del 16 febbraio 2011)

Standard
attualità

Facebook fa scoprire un centro raccolta di missili nucleari. Ma Israele impone il silenzio

La base militare di S'dot Micha, in una delle poche foto sfuggite al controllo

La segretezza israeliana sulle armi atomiche (chiamate Adm) è venuta meno solo due volte. La prima, quando l’ingegnere Mordechai Vanunu spifferò a mezzo stampa che nell’impianto di Dimona si portavano avanti progetti nucleari. La seconda, quando l’ex primo ministro Ehud Olmert annunciò a tutti che sì, Israele aveva missili atomici.

Poi nulla. I giornalisti – anglosassoni, soprattutto – tentarono in tutti i modi di capire se c’erano altri impianti nucleari sparsi per lo Stato ebraico. Non avevano tenuto conto di Facebook, il social network. Perché basta collegarsi, fare un po’ di ricerche e scoprire che esiste addirittura un gruppo di ex dipendenti (chiamato la Valle di Elah) di quello che sembra essere un altro punto di raccolta di armi nucleare in Israele: S’dot Micha, vicino alla città di Beit Shemesh, a metà tra Ashdod e Gerusalemme.

Il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura all'impianto israeliano vicino a Beit Shemesh

A scrivere per prima la notizia è stato il quotidiano Yedioth Ahronoth. Poi il Jerusalem Post ha fatto ulteriori approfondimenti. E ha scoperto anche la località precisa: S’dot Micha, appunto. Solo che in virtù della legge sulla pubblica sicurezza, il giornale ha scritto la notizia, ma non ha potuto dare il nome della località.

S’dot Micha non è una località qualsiasi. È il posto dove vengono ospitati 100 postazioni di lancio e missili Gerico I, II e III, in grado di arrivare in pochi minuti in Iran. C’è chi dice che i Gerico III siano in grado di percorrere oltre 7.000 chilometri. Circa sette volte la distanza per raggiungere Teheran.

Se si passa su S’dot Micha attraverso Google Earth si vede un cumulo di case circondato da colline verdi. Ma l’immagine è truccata. Non solo perché la località è una No-fly-zone (come Dimona), ma anche perché lo stesso governo israeliano ha chiesto a tutte le società di rilevamento satellitare di non divulgare immagini reali dell’area.

«Ci sono cose che vengono tenute nascoste. Ma così noi non capiremmo. E non conosceremmo». È così che si presenta il gruppo Facebook che ha fatto saltare la copertura di S’dot Micha. Ci sono più di 200 iscritti e fino a qualche giorno fa era ancora pubblico. Poi l’accesso è diventato riservato. Proprio come tutta la questione sulla base militare.

Leonard Berberi

Standard