fuori contesto

Sei anni dopo

Sei anni (e un giorno) fa aprivo questo blog. Senza volerlo, ma solo per fare un compito. E il compito – di uno dei miei tutor alla Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” di Milano – era quello di pensare a un tema, avviare uno spazio web e scrivere post che non oscillassero dalle riflessioni sulla vita e la morte per arrivare all’insostenibile leggerezza dell’essere koala in un albero che un nuovo piano urbanistico australiano voleva abbattere. Ma di buttar giù righe, giornalistiche, su quel tema che si era pensato.

A chi in questi anni mi ha chiesto perché un albanese (ora anche italiano) ha deciso di aprirsi un blog che parla d’israeliani e palestinesi, un pizzico del Medio Oriente, in generale di cose che dividono sempre e uniscono mai non solo i diretti interessati, ma pure chi guarda a migliaia di chilometri di distanza, ecco, a chi mi ha fatto quella domanda ho sempre dato una risposta: questo blog, questi argomenti, sono per me la migliore palestra giornalistica. Perché non c’è tema più difficile, più intricato, più politicamente e socialmente sensibile del rapporto tra israeliani e palestinesi, ebrei e arabi.

Per questo il blog è ancora qui. Sei anni (e un giorno) dopo.

Leo

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attualità

Il flash mob nel cuore di Milano: «Né con Bibi, né con Hamas, ma per la pace»

I partecipanti alla manifestazione di ieri, giovedì 24 luglio, in piazza San Carlo, Milano (foto di Davide Dana)

I partecipanti alla manifestazione di ieri, giovedì 24 luglio, in piazza San Carlo, Milano (foto di Davide Dana, via Twitter)

«Né con Bibi (il diminutivo del premier Benjamin Netanyahu, nda), né con Hamas, ma per la pace», c’è scritto in alcuni cartelli. «Basta antisemitismo in Europa. Uniti contro il razzismo, uniti per la pace», recita un altro, scritto a mano e con un pennarello. «Non esiste una via per la pace, la pace è la via», annuncia un altro. Mentre poco più in là una quindicina di persone con le bandiere palestinesi urla «assassini» e «Palestina libera».

La comunità ebraica di Milano e l’associazione «Amici di Israele» scendono in piazza San Carlo, nel cuore del capoluogo lombardo, nel tardo pomeriggio di giovedì. Decine di persone lì, a due passi dal Duomo, per un «flash mob pro Israele, pro Pace, contro il razzismo e l’antisemitismo che sta crescendo in Europa e, soprattutto, contro il terrorismo».

Bandiere d'Israele ieri in piazza San Carlo (foto di Simona Voglino)

Bandiere d’Israele ieri in piazza San Carlo (foto di Simona Voglino)

«Il problema di questo conflitto è Hamas, non sono i palestinesi – spiega il presidente della comunità ebraica milanese, Walker Meghnagi –. Questa è una manifestazione pacifica, perché noi vogliamo che Israele esista, che il popolo israeliano esista in pace col popolo palestinese, non con Hamas».

La bandiera di Israele, esposta nell'ambito di Expo 2015, imbrattata di vernice color rosso sangue (foto di Javier Jiménez, via Twitter)

La bandiera di Israele, esposta nell’ambito di Expo 2015, imbrattata di vernice color rosso sangue (foto di Javier Jiménez, via Twitter)

«Sono unilateralmente contro il terrorismo – aggiunge Roberto Maroni, governatore della Regione Lombardia – e quindi sono unilateralmente contro Hamas e unilateralmente per il diritto di Israele non solo di esistere ma anche di svilupparsi nella pace».

Parole che, qualche metro più in là, si dissolvono in una bandiera d’Israele – esposta assieme a quelle degli altri Paesi partecipanti a Expo 2015 – che qualcuno ha deciso di imbrattare con la vernice rossa sangue per protestare contro l’incursione dell’esercito dello Stato ebraico nella Striscia di Gaza per fermare i razzi di Hamas.

© Leonard Berberi

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attualità

“Unexpected Israel”, tutti i timori sulla manifestazione

Lo scenario peggiore è già stato immaginato da giorni. Prevede l’assalto alle strutture che ospiteranno “Unexpected Israel” in piazza Duomo da più punti: da piazza Cordusio, da Corso Vittorio Emanuele II, dalla Galleria, da Piazza Fontana, da via Marconi. E ancora: attacchi spontanei e isolati nelle altre sedi cittadine della manifestazione e alle quindici “torrette” installate in centro dove scorreranno le immagini d’Israele.

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attualità, economia, politica, sport

Peres fa litigare Real Madrid e Barcellona. E a Tel Aviv attivista gay nominato giudice

Real Madrid e Barcellona litigano per “colpa” di Simon Peres
Una certa tensione si è creata fra la dirigenza del Real Madrid e quella del Barcellona ai margini di una visita ufficiale che il capo dello Stato israeliano Shimon Peres si accinge a compiere in Spagna. Secondo il quotidiano israeliano “Maariv”, Peres – che si reca domani a Madrid per celebrare solennemente il 25/mo anniversario dei rapporti diplomatici fra i due Paesi – ha chiesto di incontrare illustri esponenti del calcio locale. Il suo interesse deriva anche dalla convinzione che il calcio possa unire israeliani e palestinesi. Da anni, infatti, il centro “Peres per la pace” si prodiga ad organizzare allenamenti congiunti e partite fra giovani atleti delle due parti. Peres, prosegue il giornale, ha ottenuto senza difficoltà un incontro con l’allenatore Josè Mourinho e, sembra, anche con Cristiano Ronaldo. Ma quando ha chiesto di includere nella sua breve visita a Madrid anche un colloquio con la star del Barcellona Lionel Messi «le sopracciglia dei madrileni – scrive Maariv – si sono inarcate in un gesto di disapprovazione». Malgrado l’età avanzata, il presidente israeliano non si è perso d’animo e ha esplorato la possibilità di compiere lui stesso una puntata in elicottero a Barcellona, oppure di chiedere a Messi di raggiungerlo a Madrid. Ma questi progetti, finora, non sembrano realizzabili. In una nota l’ufficio di Peres ha precisato che l’intenzione di incontrare Messi ed il presidente del Barcellona resta comunque sul tavolo: «se non in questa, magari in una occasione futura». (Ansa)

Il confine israelo-egiziani (foto Associated Press)

Rapiti tre soldati egiziani al confine con lo Stato ebraico
Uomini mascherati hanno rapito tre soldati egiziani messi a guardia di una parte della frontiera con Israele, nella penisola del Sinai. Lo hanno resto noto i vertici militari del Cairo che hanno anche spiegato che i rapitori – tutti armati – sono arrivati a bordo di tre macchine, nella giornata di sabato, e hanno costretto i tre soldati ad entrare in macchina. La vicenda pare sia legata allo scontro armato che ha visto protagonisti trafficanti di droga (verso Israele) e soldati egiziani. Per ora non è giunta nessuna rivendicazione. (Ap)

Nominato giudice un esponente della comunità gay
La comunità gay in Israele ha accolto con soddisfazione la nomina di uno dei suoi esponenti di spicco, l’avvocato Dori Spivak (42 anni), alla carica di giudice nel Tribunale del lavoro di Tel Aviv. Secondo la stampa, si tratta di un precedente significativo per il Paese. Spivak è da molti anni uno dei protagonisti della lotta di omosessuali e lesbiche per l’emancipazione sociale. Nel 1997 si impose alla attenzione pubblica quando di fronte alla Corte Suprema si impegnò in un confronto con il ministro dell’istruzione Zevulun Hammer (del Partito Nazional-Religioso) per costringere una televisione pubblica a trasmettere un programma sulla omosessualità giovanile. Nel 2004, inoltre, vinse un’altra battaglia giudiziaria quando ottenne il riconoscimento del diritto all’eredità per le coppie riconosciute di omosessuali e lesbiche. (Ansa)

Yussuf al-Kardawi, discusso leader religioso della corrente sunnita, non ha mai nascosto il suo apprezzamento per il martirio contro gli interessi occidentiali e israeliani (foto di Graeme Robertson / Getty Images)

Gaza, Hamas invita nella Striscia lo sceicco al-Kardawi
Lo sceicco Yussuf al-Kardawi, una delle più stimate autorità nel mondo islamico (almeno nella corrente sunnita) è stato invitato da Hamas a compiere una visita a Gaza, dopo che ieri ha arringato una folla straripante nella piazza Tahrir del Cairo. Fonti locali riferiscono che quelle immagini hanno emozionato il capo dell’esecutivo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, il quale ha subito telefonato ad al-Kardawi per chiedergli di compiere una visita nella Striscia. Secondo le fonti è possibile che essa abbia luogo, anche se finora i suoi tempi non sono stati fissati. Esponente di primo piano dei Fratelli Musulmani, al-Kardawi era stato costretto ad abbandonare l’Egitto trenta anni fa e vi aveva fatto ritorno per una breve visita solo lo scorso dicembre, ospite della Moschea al-Azhar. Il discorso dell’influente leader religioso nella piazza Tahrir è stato seguito con preoccupazione da alcuni mass media israeliani i quali hanno rilevato che nei primi anni dell’ intifada al-Kardawi giustificò il ricorso dei palestinesi a ‘bombe-umanè che seminarono la morte nelle città israeliane ed incoraggiò gli attivisti della rivolta a condurre una lotta senza quartiere e ad oltranza contro gli ebrei in quanto tali. (Ansa)

Turismo, nel 2010 balzo del 32% dei turisti italiani
In un anno sono stati il 32% in più gli italiani che hanno scelto Israele per le vacanze. Nel 2010 sono partiti 157.000 turisti e l’Ufficio nazionale israeliano del turismo è sicuro che il numero raggiungerà i 180.000 nel 2011. Grande soddisfazione allo stand di Israele alla Bit, sistemato, senza tenere conto della collocazione geografica come per quasi tutti gli altri stati, in una postazione tra Portogallo e Polonia. «Abbiamo sentito qualche malcontento dagli altri paesi – dicono i tour operator israeliani – ma da noi sta andando anche meglio degli anni scorsi». «Siamo l’unica democrazia del vicino oriente – aggiungono -, certo quello che sta accadendo nei paesi nordafricani potrebbe danneggiare anche noi, anche perché chi arriva da lontano magari non fa tanta differenza». «Il ministero israeliano del turismo ha deciso di investire oltre 3 miliardi e mezzo di euro nel turismo – spiega Tzui Lotan, direttore dell’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo -. Un grande sforzo che dovrebbe portare all’arrivo di 4 milioni di turisti e a 15.000 nuovi posti di lavoro». Tra le proposte portate alla Bit per attirare gli italiani ci sono soprattutto i percorsi religiosi e i pellegrinaggi. (Ansa)

(a cura di leonard berberi)

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attualità

Israele prepara nel 2011 un grande evento all’ombra della Madonnina

Una «grande manifestazione fuori dai confini nella seconda metà del 2011». Un «maxi evento culturale e scientifico della durata di dieci giorni». Una rassegna delle eccellenze israeliane. Tutto per la prima volta. Non a Gerusalemme o Tel Aviv. Ma a Milano.

L’ambizione è tanta. I progetti interessanti. E ad inaugurare l’evento – che avrà luogo in piazza del Duomo e in alcuni teatri meneghini – ci dovrebbe essere addirittura il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Non risparmia proprio nulla l’ambasciatore dello Stato ebraico a Roma Gideon Meir. E davanti al governatore della regione Lombardia, Roberto Formigoni, ha presentato il suo progetto: 2,5 milioni di euro di investimenti, una collaborazione stretta con il manager di McKinsey, Yoram Gutgeld, e decine di migliaia di visitatori

«Vogliamo promuovere gli scambi culturali e scientifici tra Tel Aviv e Milano, anche in vista di Expo 2015», ha detto Meir a Formigoni. «L’obiettivo è quello dare un’immagine di Israele diversa da quella di Stato interessato da una situazione di conflitto», ha aggiunto Gutgeld. «È la prima volta che Israele promuove una rassegna di questo tipo nel mondo».

Piazza del Duomo ospiterà un padiglione di 900 metri quadrati di plexiglass e all’interno saranno presentate le punte di eccellenza della tecnologia israeliana. Nell’arco dei dieci giorni Milano sarà interessata da eventi culturali come un concerto di Noa, una mostra a Palazzo Reale o a Palazzo Litta, un’installazione tra piazza Duomo e piazza Castello, una serie di incontri con i principali scrittori israeliani, una mostra di design e quattro eventi realizzati con la Camera di commercio sul tema dell’acqua. Il tutto sperando che sia una festa. E non, come già qualcuno ha iniziato a dire, l’ennesimo evento che finisce in rissa politica. E fisica.

Leonard Berberi

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attualità, politica

E nell’incontro milanese restano le distanze tra israeliani e palestinesi

Le distanze restano. E non è servita nemmeno una tavolata – con i sindaci di alcune città israeliane e palestinesi – a colmare almeno di poco il vuoto che, ancora oggi, c’è tra Stato ebraico e Cisgiordania. Per non parlare dell’ex primo cittadino di Gaza City. Ospite del convegno, è stato costretto a dare forfait: le autorità israeliane non gli hanno dato l’ok per raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv, quelle di Hamas non l’hanno fatto passare per l’Egitto.

E insomma. Tavolata particolare quella organizzata ieri dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio oriente) in mezzo agli affreschi della sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano. Tanto pubblico – soprattutto anziani, a dire il vero –, qualche kefiah e, per una volta, israeliani e palestinesi seduti vicini. “Sindaci per la pace” – il titolo dell’iniziativa – prevede dibattiti tra quattordici sindaci ebrei e musulmani. «Perché la pace – dicono quelli del Cipmo – va costruita anche dal basso, dalle singole comunità».

L'incontro del Cipmo con i sindaci israeliani e palestinesi alla sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano (foto di Leonard Berberi / Falafe Cafè)

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, all’inizio dell’incontro non nasconde un po’ d’emozione. Ma poi inizia a indossare i panni della lady di ferro versione meneghina. Ricorda il gemellaggio con Tel Aviv, anticipa che chiederà a Barenboim di riportare nel capoluogo lombardo la storica banda mista, sottolinea che «quello della pace è un processo lungo e difficile». Quindi si butta in una crociata sulla sicurezza delle città che, a un certo punto, un anziano signore si chiede se stia parlando della sicurezza delle due popolazioni in conflitto o di uno dei punti della sua prossima campagna elettorale per la rielezione. Nel tavolo dei relatori, il sindaco israeliano di Rishon Lezion si mostra perplesso. Quello palestinese (ma cristiano) di Beit Sahour (a pochi chilometri da Betlemme) sbuffa.

«Ci vuole molto coraggio per fa la pace», dice Hani Naji Hayek, il sindaco di Beit Sahour. «Dobbiamo cercare anche di evitare gli estremismi, per puntare sul dialogo e, soprattutto, sul rispetto reciproco». Il primo cittadino, per dieci minuti buoni, dice cose pacate. Poi, verso la fine, punta il dito contro Israele: «Devono smetterla con gl’insediamenti, devono rispettare i diritti degli altri e devono permettere ai palestinesi di farsi il loro Stato».

Dov Zur, sindaco di Rishon Lezion, una delle città più grandi di Israele (oltre 220mila abitanti), cerca di essere più diplomatico. «In un conflitto, ogni parte preferisce guardare alle differenze piuttosto che alle cose comuni con il “nemico”», dice. «Tra noi e palestinesi le distanze restano enormi, ma se sapremo trovare il nostro minimo comun denominatore allora ci avvicineremo sempre di più alla vera pace».

E gl’insediamenti? «Bisogna congelare il prima possibile le nuove costruzioni ebraiche in Cisgiordania», dice il primo cittadino di Rishon a Falafel Cafè. «Secondo me il blocco dovrebbe durare almeno sei mesi, così da far capire ai palestinesi che vogliamo davvero arrivare a una soluzione condivisa del conflitto». Netanyahu dice che una delle condizioni per la pace è il riconoscimento da parte dei palestinesi dello Stato ebraico. Il sindaco ci pensa qualche secondo. Poi dice: «Onestamente penso che sia una richiesta un po’ insensata. Che c’importa del riconoscimento palestinese? A noi ci riconosce già tutto il mondo democratico».

Fuori da Palazzo Marino, all’ingresso della Galleria e di fronte alla Scala le cose non cambiano. I vari sindaci israeliani sono tutti da una parte. Quelli palestinesi a un metro di distanza. Si sfiorano, incrociano gli sguardi. Ma poi nessuno rivolge la parola all’altro. Così, per almeno un’ora. Così per decenni.

© Leonard Berberi

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intervista

Stefano Jesurum: «Essere un ebreo di sinistra? Un casino»

Stefano Jesurum (foto tratta dal sito http://www.terrasanta.pagiop.net)

Se provate a parlare d’Israele con Stefano Jesurum – «qui in Italia l’accento è sulla e» – e se provate a chiedergli cosa rappresenti quel pezzo di terra martoriato da decenni, rischiate di finire travolti dalla passione di quest’uomo per il Medio oriente. Tanto che, per fare un solo esempio, non si capisce fino a che punto il suo bere con gusto il succo di pompelmo sia un puro desiderio personale o il riflesso inconscio di un innamoramento per tutto quello che la Terra Santa porta in grembo. Agrumi compresi.

Milanese, cinquantanove anni, Stefano Jesurum si presenta puntualissimo all’incontro in piazza San Babila. Camicia a maniche corte e barba incolta, il giornalista si esprime con la voce e, soprattutto, con i suoi occhi azzurri. Allo Stato ebraico ha dedicato un libro, che è anche una dichiarazione d’amore: Israele, nonostante tutto.

Laureato in Filosofia alla Statale («Ma con una tesi di storia sul sindacato dei ferrovieri»), Stefano inizia a fare il giornalista a 21 anni scrivendo per Pubblicità domani, «una rivista che non esiste più», per poi trasferirsi nel capoluogo toscano a gestire Il Nuovo di Firenze. L’esperienza però non lo entusiasma e dopo qualche mese ritorna a Milano dove, con un contratto di sostituzione, scrive per la cronaca cittadina del Giorno. Poi il salto alla redazione milanese dell’appena nata Repubblica – «grazie al mio capo Gianni Locatelli», ci tiene a precisare –, il passaggio all’Europeo (interrotto da un anno a Oggi), quindi la rivista Sette/Magazine/di nuovo Sette del Corsera e oggi al primo piano di via Solferino. Quello, per intenderci, dove si trovano i capi e il direttore.

Con lui dovremmo parlare di Israele. Ma alla fine, dopo un ora di domande, risposte e considerazioni, si finisce per parlare anche di altro. Di politica. Di letteratura. Della sinistra italiana. Di questo Paese. E, soprattutto, di giornalismo.

Ed è qui che Stefano tocca subito il cuore del discorso. «Appartengo all’ultima generazione di giornalisti vecchio stile», dice. «Quella generazione che aveva a che fare con la macchina da scrivere e non con il computer, con il piombo e non con la stampa digitale». Poi è arrivato Internet. E a quel punto «il giornalismo è diventato un altro mestiere». Perché l’accesso alle troppe versioni di uno stesso fatto ha finito con il «deresponsabilizzare il cronista» e perché lo porta a «fare un viaggio virtuale via web, mentre la mia generazione andava realmente nei posti di cui scriveva, consumava realmente le suola delle scarpe».

La cover del suo libro “Israele nonostante tutto”

E la sorte del giornale di carta? «Non credo morirà», risponde sicuro. «È vero che Internet ha sottratto lettori ai quotidiani, ma è anche vero che le ultime grandi inchieste – come quella del Washington Post – sono arrivate da un cartaceo. Il web impone tempi rapidi. La carta ti permette di approfondire l’argomento». La soluzione, per Stefano, è proprio questa: lasciare al sito Internet della testata l’aggiornamento e affidare le inchieste alla carta.

«Ammetto che gli articoli ormai li passo solo al pc», racconta il giornalista. Che poi un po’ si irrigidisce e dice: «Però non ho mai letto e mai leggerò in vita mia un e-book, un libro digitale. Non mi priverò mai della gioia di sfogliare un libro, di leggerlo sotto l’ombrellone o in un parco». A proposito di libri, Stefano rivela di essere un po’ «monomaniaco». «Per deformazione ormai leggo molta letteratura israeliana, della diaspora ebraica e qualcosa di narrativa e saggistica mediorientale».

Le risposte «rilassate» finiscono presto. Giusto il tempo di introdurre il binomio Israele-informazione. È qui che Stefano mette da parte l’aplomb e sputa qualche rospo. L’informazione italiana sulla crisi israelo-palestinese? «Buona parte segue schemi ideologici per cui o si sta con gl’israeliani, qualsiasi bischerata facciano, o con i palestinesi, qualsiasi bischerata facciano». La “Freedom Flotilla”, secondo lui, è solo l’ultimo esempio. «Che Israele abbia fatto un gigantesco errore politico e d’intelligence è fuori discussione», ammette. «Ma non capisco perché si parla di pacifisti quando a bordo c’erano uomini armati e, soprattutto, un certo Hilarion Capucci». Hilarion Capucci è un ex monsignore con un passato chiacchierato in Medio oriente. Nel 1974 venne arrestato e imprigionato per aver fornito armi e munizioni ai gruppi armati palestinesi approfittando del suo status diplomatico. Condannato a 12 anni di galera, ne sconta solo uno dopo l’intervento energico del Vaticano.

Hilarion Capucci a bordo della Mavi Marmara, la nave che ha tentato di rompere il blocco sulla Striscia di Gaza

In Israele, invece, l’informazione segue un percorso tutto suo, analizza Stefano. «I giornali israeliani criticano l’establishment di Gerusalemme più di quanto si faccia fuori dal paese», dice. «Giornali come Haaretz pubblicano notizie così serie che altrove sarebbe impensabile. Basti pensare all’Italia: stiamo ancora qui a cercare informazioni, dopo decenni, sulla Strage di Bologna». «Del resto Israele è una normale democrazia». E qui la provocazione è d’obbligo: democrazia sì, ma che non esita a usare la mannaia della censura militare sulle notizie per “motivi di sicurezza interna”. «Vero – concorda Stefano –, ma bisogna tenere sempre presente che si tratta di un paese in guerra da 62 anni».

E l’Italia come si comporta con Gerusalemme? «Questo è un Paese dove al corteo del 1° Maggio si sfila con le bandiere della Palestina e si urla contro Israele», spiega. «Gli stessi personaggi che ignorano che nello Stato ebraico esiste una Sinistra bene organizzata». Con un distinguo: «C’è tutta una fetta della sinistra italiana – come il presidente Napolitano – che da anni lavora per il dialogo tra i due popoli in conflitto».

A proposito di simpatie politiche, com’è essere un ebreo di sinistra? «Un casino!». «Si finisce con il prendere schiaffi sempre: sia in piazza – dai simpatizzanti italiani di sinistra – sia in tempio, dove mi danno del collaborazionista». Il «tempio» è la sinagoga, anche se lo scrittore ammette di non andarci molto spesso. «Ci tengo però a precisare che sono prima di tutto un ebreo, poi un giornalista, quindi un uomo di sinistra».

L’atteggiamento cordiale del primo ministro Silvio Berlusconi nei confronti d’Israele non lo convince più di tanto. «Il premier si muove così per un semplice calcolo politico, per questioni di scacchiera internazionale», ragiona. «Uno che abbraccia gli ebrei e poi ospita a casa sua Gheddafi, che gli ebrei li ha cacciati dalla Libia, non può essere considerato amico di Gerusalemme». Diverso, invece, il discorso per il presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il suo mi sembra un percorso di crescita umana vero».

Il premier israeliano, Netanyahu, insieme a quello italiano, Berlusconi

E il Muro, cosa rappresenta? Lui risponde subito riferendosi alla barriera di separazione costruita da Israele per evitare gli attacchi palestinesi. «È un male necessario e temporaneo», dice. «È come quando in una famiglia una coppia si separa perché poi possa di nuovo tornare a parlare». La soluzione dell’area, poi, a sentire il giornalista, sembra sia soltanto una: «Due popoli e due Stati. Un’opzione politicamente giusta e anche una salvezza per Israele».

A proposito di Israele, cosa rappresenta per lui? Stefano mordicchia le nocche delle mani. Aspetta qualche secondo. Chiede un numero di fax al quale mandarmi la risposta. Cosa che succederà un paio d’ore dopo l’incontro. È la copia di pagina 196, l’ultima del suo libro Israele, nonostante tutto. Sono evidenziate le tre righe finali. Che costituiscono anche la risposta. «Per me Israele è la passione che non svanisce: perché questa terra è come una donna messa dapprima su un piedistallo e poi tradita, persa e riconquistata, disprezzata e poi ancora una volta amata».

© Leonard Berberi

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