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Stampa israeliana all’attacco del governo: “Mio figlio di sei anni avrebbe fatto meglio di Netanyahu”

«Quella di ieri è stata una trappola. E Israele c’è cascata in pieno». La maggior parte dei quotidiani israeliani spiega così l’assalto alla nave turca Mavi Marmara che trasportava aiuti e pacifisti diretti alla Striscia di Gaza. Con un bilancio che, anche se non ancora confermato, parla di nove morti (la maggior parte con passaporto turco). C’è solo un giornale, il progressista Haaretz, che già nella prima pagina chiede una commissione nazionale d’inchiesta per spiegare l’accaduto e «per decidere chi deve pagare per questa decisione politica pericolosissima».

«La trappola» è il titolone di apertura dello Yedioth Ahronoth, il più venduto nel paese. «Il fallimento e l’eroismo» è la prima pagina del quotidiano Ma’ariv. Mentre il free press Israel Ha-yom (di destra e filo-governativo) mette in evidenza «il linciaggio dei soldati».

Giro d’opinioni. Molto critico Ari Shavit, giornalista di Haaretz, noto fino a non molto tempo fa per i suoi buoni rapporti con Ehud Barak (attuale ministro della Difesa) e Benjamin Netanyahu (premier): «Durante la guerra del 2006 in Libano, ho scritto che mia figlia di 15 anni avrebbe potuto prendere delle decisioni molto più sagge di quelle prese dal duo Olmert-Peretz», esordisce l’analista. «Beh, vedo che abbiamo fatto progressi: oggi è chiaro che anche mio figlio di 6 anni potrebbe fare meglio del nostro attuale governo».

Sempre su Haaretz, mano pesante sul governo anche da parte di Gideon Levi: «Se l’operazione Piombo fuso (sulla Striscia di Gaza) è stata un punto di svolta nell’atteggiamento del mondo verso di noi, questa operazione è una sorta di secondo film dell’orrore. Una saga che evidentemente continua». Senza scampo l’intervento, sullo stesso quotidiano progressista, dell’ex ministro Yossi Sarid e capo del partito di sinistra Meretz: «Il nostro governo è gestito da sette idioti». I sette componenti sono quelli che hanno deciso qualche giorno fa l’intervento sulle navi in avvicinamento alla Striscia di Gaza: Ehud Barak, Benjamin Netanyahu, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri), Eli Yishay (Shas, ultra-destra), Beni Begin e Dan Meridor, Moshe Yaalon (Likud, il partito del premier Netanyahu).

Pessimista l’analisi di Zvi Mazel, un veterano del Foreign Office e commentatore del Jerusalem Post. «Siamo di fronte a una crisi vera e diplomatica – scrive Mazel –. Nessuno ci darà una mano in questa fare delicata. Mi vengono in mente le parole della Bibbia: “Ecco un popolo che abiterà da parte, e non si acconterà fra l’altre nazioni”». L’editoriale del Jerusalem Post respinge le critiche internazionali e spiega che la reazione dell’Idf, l’esercito israeliano, sarebbe potuta essere anche peggiore.

«Con quello che è successo lunedì, Israele ormai viene dipinto come un paese che agisce in modo violento a prescindere, senza la minima lucida analisi e con una costante paura esistenziale». Queste le parole di Ofer Sela, giornalista militare per Ma’ariv.

Sever Plotsker, sulle pagine dello Yedioth Ahronoth chiede le dimissioni del ministro della Difesa, Barak (partito laburista). E nemmeno Nahum Barnea, sullo stesso giornale, fa sconti al governo. «Nonostante le conseguenze, l’operazione resta ancora la cosa più giusta che si poteva e doveva fare», scrive invece l’esperto militare dello Yedioth, Alex Fishman.

Mentre Amnon Abramowitz, commentatore politico di alto livello per l’emittente israeliana Canale 2 ha chiesto che il primo ministro Netanyahu formi subito «una coalizione governativa diversa da quella attuale. Una coalizione che sia in grado di adottare nuove politiche diplomatiche, sia a Gaza che in Cisgiordania».

© Leonard Berberi

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No man left behind

Gilad Shalit

No man left behind. Nessun uomo è lasciato indietro. Ricordi Netanyahu? Te l’hanno insegnato la prima volta che hai indossato una divisa verde. E non te lo sai mai più dimenticato. Erano altri tempi, certo. Scorreva più sangue.

Ma quel motto, ancora vivo, dovrebbe – deve – valere anche oggi. Anche – e soprattutto – di fronte a Gilad Shalit. Un adolescente diventato uomo troppo in fretta. Un ragazzo che ha vissuto vent’anni in tre. E in un tugurio. Nascosto al mondo. E alla luce del sole.

Sono ore “drammatiche” per il caporale Gilad Shalit. Il ragazzo mingherlino, con gli occhiali tondi e lo sguardo da infante. Il riservista nato a Mitzpe Hila, al confine con il Libano. Un agglomerato di case sconosciuto al mondo in cui ci abitano meno di 600 persone. Aveva 19 anni e 10 mesi quand’è stato catturato dall’altra parte del Paese, al confine con Gaza.

Da lì la lunga odissea. Sua. Del padre Noam. Della madre Aviva. E di un’intera nazione che, dopo Ehud Goldwasser e Eldad Regev, vive il terzo grande trauma della sua recente storia.

Ore decisive. “Cosa deciderebbe papà Netanyahu se nelle mani degli integralisti palestinesi ci fosse suo figlio?”, si chiedeva una foto apparsa oggi su Internet. Più che una foto, un fotomontaggio. Dove il volto di Shalit prigioniero era sostituito da quello di Avner, il figlio diciottenne del primo ministro appena arruolato.

La decisione finale si gioca anche su questo. Soprattutto su questo: sulle emozioni. E su quella domanda che in tanti, a Gerusalemme come a Tel Aviv, a Haifa come Beersheba, a Eilat come a Netanya si pongono tutti: se fosse mio figlio?

La situazione. Tre ministri (Ehud Barak, Ely Ishai e Dan Meridor) vorrebbero accettare le richieste di Hamas: 980 detenuti palestinesi in cambio del fantasma Shalit. Altri tre ministri (Benny Begin, Moshe Yaalon, Avigdor Lieberman), invece, sono contrari. Finito? Non proprio. Gaby Ashkenazi, capo di stato maggiore, è per lo scambio. Yuval Diskin, guida dello Shin Bet (sicurezza interna) contrario.

Parità assoluta. In tutto questo, Netanyahu prende tempo. Ora vorrebbe consultare tutti i ministri. Poi ottenere il voto del Parlamento. Perché Shalit non è più soltanto un soldato. E’ anche l’assicurazione sulla vita (politica) di Abu Mazen e di Al Fatah. Così come il punto di svolta del processo di Pace. Politica. Roba da grandi.

Per Shalit, intanto, inizia il giorno 1275. Di prigionia.

Aggiornamento del 23.12.2009: secondo un sondaggio pubblicato su Haaretz, il 52% degli israeliani si dichiara disposto a “pagare qualsiasi prezzo” pur di salvare il soldato Shalit.

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