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Elezioni in Israele, da Netanyahu ai Pirati: ecco i partiti in corsa

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Il poster elettorale di Netanyahu e quello del rivale Herzog si danno il cambio in una via di Tel Aviv (foto di Jack Guez/Afp)

Centro-sinistra contro destra. Isaac Herzog e Tzipi Livni contro il premier uscente Benjamin Netanyahu. In secondo piano tutti gli altri. L’ultradestra. I religiosi. I centristi. La sinistra. Ma anche una formazione di sole donne ultraortodosse. Eppoi i simpatizzanti della marijuana. I verdi. I Pirati. Martedì 17 marzo circa sei milioni d’israeliani (5.881.696 per la precisione) saranno chiamati ad esprimere il loro voto per le elezioni politiche. A due anni dall’ultimo appuntamento elettorale e dopo il collasso della grande coalizione guidata da Benjamin Netanyahu…

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Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

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Cartoni animati al vetriolo e canzoni: in Israele è iniziata la campagna elettorale

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Inizia a muoversi qualcosa sotto il cielo d’Israele a meno di cinquanta giorni dalle elezioni. Per ora la sfida si gioca molto sui social network e a suon di canzoni. Intanto la Commissione elettorale centrale di Gerusalemme ha reso noto il numero degli aventi diritto di voto alla tornata del 17 marzo: 5.881.696 persone potranno esprimere la loro preferenza. Nel 2013 l’affluenza definitiva è stata del 67,7 per cento.

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

L’ultimo sondaggio – La principale tv privata, Canale 2, ha mostrato l’ultimo sondaggio in ordine di tempo su chi, secondo gl’israeliani, dovrebbe guidare il Paese (qui lo speciale). A livello di partiti il blocco di centro-sinistra (chiamato «Blocco sionista») – formato dai partiti Labor (guidato da Isaac Herzog) e Hatnua (guidato da Tzipi Livni) – batterebbe il Likud di Benjamin Netanyahu, premier uscente, 26 seggi (su 120 totali alla Knesset, il parlamento) a 23. Seguono Jewish Home (Naftali Bennett) 15 seggi, il blocco dei partiti arabi con 12, Yesh Atid (Yair Lapid) 9, Kulanu (Moshe Kahlon) 8, Israel Beitenu (Avigdor Lieberman) 7, Shas (ultraortodossi) 7, United Torah Judaism 7, Meretz (sinistra) 6. Insomma: se così dovesse essere sarà caos coalizioni. A livello di leadership è Netanyahu che scavalcherebbe Herzog con il 44,4 per cento delle preferenze contro i 35,4 del volto del centro-sinistra.

Qui Likud – Dopo aver tolto il video (ne abbiamo parlato qui) perché usava under 15enni a scopi elettorali il partito del primo ministro stavolta prende in giro – con un cartone animato (sopra) – direttamente i due leader del centro-sinistra (Herzog e Livni, i quali, in caso di vittoria, governerebbero a rotazione). Nel filmato si prende in giro proprio questo tandem e la «rotazia»: i due volti si vedono seduti di fronte al telefono rosso (quello delle emergenze) che a un certo punto suona. È Obama. Ma nessuno dei due alza la cornetta perché continuano a dirsi l’un l’altro «Tocca a te», «No, tocca a te», «Avevamo deciso per la rotazione». Così, fino alla fine. Fino a quando il telefono smette di squillare. E compare la scritta: «Nel momento della verità, Netanyahu».

Jeremy Bird, una delle principali "menti" delle campagne elettorali - vincenti - di Barack Obama (foto da web)

Jeremy Bird, una delle principali “menti” delle campagne elettorali – vincenti – di Barack Obama (foto da web)

L’anti-Netanyahu – Il quotidiano Haaretz, nella sua versione ebraica, scrive che Jeremy Bird, capo a livello nazionale della campagna elettorale di Obama nel 2012, ex vice direttore nazionale dell’associazione (pro Obama) «Organizing for America» (e tanto altro), si sposterà – momentaneamente – in Israele, da Washington – per gestire «una campagna elettorale contro Netanyahu fuori da Tel Aviv». I finanziamenti anti-Likud, secondo Haaretz, sembrano provenire fuori dallo Stato ebraico. Bird prenderà quindi una pausa dalla campagna di Hillary Clinton.

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Qui Jewish Home – Campagna acquisti, è proprio il caso di dirlo, per Naftali Bennett: la formazione di destra ha «ingaggiato», pardon, candida Eli Ohana, ex famosissimo calciatore del Beitar Gerusalemme. «Senza nessuna esperienza politica», fanno notare i più maliziosi, «ed ex sostenitore del Likud di Netanyahu». Ohana sarà inserito – secondo quanto rivelato da Canale 2 – tra i primi dieci nella lista guidata da Bennett.

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire "C'è un futuro" (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire “C’è un futuro” (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Qui Yesh Atid – Con il motto «Combattere per il nostro Paese» il leader Yair Lapid, ex ministro delle Finanze con Netanyahu, ha avviato la sua campagna elettorale da ieri sera. Tra i candidati ci sono Haim Jelin (al numero sette in lista) capo del Consiglio regionale di Eshkol, Elazar Stern (numero 12) ex Idf, l’esercito israeliano ed ex deputato di Hatnua, il partito di Tzipi Livni. Ma anche Zehorit Sorek (19 in graduatoria) attivista ortodosso per i diritti Lgbt.

Qui Meretz – Nemmeno la sinistra-sinistra sta ferma in queste ore. È diventato un vero tormentone il video-spot «Voglio Meretz al governo» (sopra): in un matrimonio – decisamente noioso – la musica cambia e tutti, compreso il leader (vero) Zahava Gal-Or iniziano a cantare insieme per il proprio partito. «Tutto è possibile – recita il messaggio – è una questione di scelte».

© Leonard Berberi

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Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

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Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

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Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

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Israele, la sfida (tutta a destra) nelle elezioni del 22 gennaio

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

A tutta destra. E se è possibile una destra più a destra, ancora meglio. Si guadagnano punti ai sondaggi. Si rischia di portare ancora più esponenti in Parlamento. Tanto che, annusata l’aria che tira, pure l’ex premier Tzipi Livni – a capo del suo nuovo partito «Hatnua» – pare stia tentando dal centro di accodarsi al treno destrorso.

Prendete, poi, Naftali Bennett, leader del partito di ultradestra «Jewish Home Party». Cinque giorni fa l’ex membro delle truppe d’assalto d’elite «Sayeret Matkal» a un certo punto ha detto la sua sugl’insediamenti ebraici in Cisgiordania. «Se mi dovessero ordinare di evacuarli, fosse soltanto uno e piccolo, ecco avrei molti problemi: di certo non obbedirei agli ordini, la mia coscienza me lo impedirebbe». Apriti cielo. La stampa l’ha massacrato. I vertici dell’esercito pure. Anche il primo ministro, Benjamin Netanyahu, ha stigmatizzato la risposta. Ma come – hanno detto tutti i vertici istituzionali d’Israele – un leader di partito che invita all’insubordinazione militare? Vero. Tanto che lo stesso Bennett ha in parte aggiustato il tiro. Ma quello che non aveva previsto i sondaggi. Che, ancora cinque giorni dopo, lo vedevano rafforzato.

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L’apertura della campagna elettorale del ticket di partiti Likud – Israel Beitenu con, al centro, l’attuale premier Benjamin Netanyahu e l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman (foto Flash 90)

Raccontano i dati del Dialog Institute – è loro l’ultimo sondaggio disponibile – che se si votasse in questi giorni, dopo la corazzata Likud-Israel Beitenu (i partiti del premier e dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman) con 35 seggi, il secondo partito sarebbe il «Labor Party» di Shelly Yechimovich con 17 seggi. Subito dopo, ecco proprio «Jewish Home Party» di Naftali Bennett con 13 parlamentari. Tanti quanti ne prenderebbero gli ultrareligiosi dello Shas che, però, vantano una guida spirituale ascoltata dagli ebrei e un bel po’ d’esperienza politica. Una settimana fa, la formazione di Bennett non andava – nei sondaggi più ottimisti – oltre i 10 seggi. Dieci seggi, stavolta, andrebbero a Kadima, il partito fondato dall’ex premier Ariel Sharon, attualmente la realtà con più parlamentari in questa legislatura che va verso la chiusura.

E insomma, anche in questa tornata elettorale – si vota il 22 gennaio – la partita, per la sinistra sembra già chiusa. Mentre è a destra che si cerca di capire con quali formazioni il ticket Netanyahu-Lieberman si coalizzerà per il nuovo governo. Ticket che ha avviato ufficialmente la campagna elettorale all’insegna della sfida alla comunità internazionale: «Continueremo a costruire a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, è al primo punto del nostro programma politico», hanno detto entrambi dal palco. E Avigdor Lieberman – dimessosi pochi giorni fa da ministro degli Esteri per uno scandalo corruzione – ha  mostrato il suo solito ghigno che alle cancellerie europee proprio non piace.

© Leonard Berberi

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La sinistra israeliana in piazza contro la “xenofobia della coppia Netanyahu-Lieberman”

Dicono che a sfilare per le vie centrali di Tel Aviv siano stati più di quindicimila. Giovani, anziani, soldati e pacifisti. Tutti chiamati da decine di organizzazioni della sinistra israeliana per «difendere la democrazia». E ancora: per criticare il premier Netanyahu e il suo ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, leader di Israel Beitenu (destra radicale).

«Il pesce puzza dalla testa», ha esordito uno degli organizzatori, Nitzan Horovitz, membro del partito di sinistra “Meretz”. «I cattivi odori emanati da questo governo vengono da Netanyahu, che asseconda la legislazione razzista voluta da Lieberman».

A far uscire dal lungo silenzio i simpatizzanti della sinistra sono state alcune decisioni dell’esecutivo Netanyahu. Non ultima, la decisione del parlamento – su iniziativa del partito di Lieberman – di avviare un’inchiesta parlamentare sui finanziamenti e sull’operato di sedici organizzazioni non governative attive nel campo dei diritti civili. Per il ministro Lieberman queste Ong «sono fiancheggiatrici del terrorismo, avendo assistito la Commissione Goldstone sulla operazione Piombo Fuso lanciata due anni fa contro Hamas a Gaza».

Un segnale, questo di Lieberman, che secondo gli organizzatori della manifestazione rischia di far scivolare il Paese verso realtà poco democratiche. «Con queste premesse ci stiamo avviando verso un futuro non democratico», hanno urlato i manifestanti. «Valori democratici come l’eguaglianza, la giustizia e i diritti civili sono attaccati ogni giorno dal potere e da movimenti anti-democratici».

Il comunista Dov Chenin, emozionato come non mai, s’è detto preoccupato per una «legislazione razzista» alla Knesset, ma anche per una lunga serie di «dichiarazioni e di attacchi di carattere xenofobo». Come, per esempio, l’editto rabbinico, sottoscritto da centinaia di religiosi, che vieta agli ebrei ortodossi di affittare o vendere case a non ebrei.

Stonava, in tutto questo tripudio di cori, canzoni, bandiere e volti giovani e freschi l’assenza dei laburisti di Ehud Barak. Un partito di sinistra sì, anche loro, ma al governo. Fianco a fianco con l’estrema destra di Israel Beitenu.

Leonard Berberi

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L’appello di 50 rabbini ai fedeli: “Non affittate le vostre case ad arabi e immigrati”

Gli appelli ora si moltiplicano. E se prima si trattava solo del suggerimento di qualche leader religioso locale, ora la questione si fa più seria. Perché una cinquantina di rabbini, capi religiosi di grandi città e piccoli villaggi d’Israele hanno firmato una pubblica presa di posizione contro la vendita o l’affitto di immobili a cittadini arabi e lavoratori stranieri.

I firmatari – «tutti stipendiati dallo Stato», come fanno notare le edizioni online di tutti i giornali – citano versetti religiosi per sostenere che «le leggi religiose ebraiche includono precisi divieti contro l’affitto di immobili a gentili» e avvertono che «chi dovesse violare questo divieto, anche dopo ripetuti ammonimenti, rischia di essere ostracizzato dalla sua comunità».

(foto Reuters)

Tra le ragioni del divieto i rabbini citano i matrimoni con non ebrei che «sono un peccato e offendono il nome di Dio». Lo stile di vita di chi professa un’altra religione, scrive l’appello, «è differente da quello degli ebrei e tra i gentili ci sono anche quelli che ci hanno perseguitato e ci hanno resto la vita impossibile».

I rabbini hanno poi avanzato anche ragioni economiche per rinforzare l’appello: «L’affitto di una casa a un gentile ha causato la perdita di valore delle case dei vicini». I promotori dell’iniziativa hanno detto di essersi rivolti volutamente ai rabbini capo municipali e non a quelli le cui posizioni di estrema destra sono note proprio per sottolineare che non si tratta di una posizione politica, ma religiosa.

Nel frattempo, subito dopo la pubblicazione dell’appello, i parlamentari della Knesset Ilan Gilon (Meretz, sinistra) e Ahmed Tibi (Ra’am-Ta’al, partito arabo-israeliano) hanno chiesto di cacciare i rabbini dalla guida religiosa delle relative città e di perseguirli per istigazione all’odio razziale.

Leonard Berberi

Leggi anche: L’estate della cattiveria e la linea dura contro gli immigrati (del 3 agosto 2010)

Deputato israeliano contro gli immigrati: “Trasformeranno Tel Aviv in una città africana” (del 15 novembre 2010)

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