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Il funambolo Netanyahu

di JANIKI CINGOLI*

Netanyahu si sta producendo in un autentico esercizio di funambolismo: tenere in piedi la sua coalizione senza scontentare gli USA, riaprire il negoziato con i palestinesi senza rompere con i coloni.
Dopo la fine della moratoria di otto mesi sugli insediamenti israeliani, avvenuta il 26 settembre scorso, i negoziati diretti con l’Autorità Nazionale Palestinese, riaperti  da meno di un mese, sono rimasti fermi, per il rifiuto del Presidente Abu Mazen di proseguire negli incontri se il blocco non fosse ripreso.

Il Presidente Obama non ha lesinato gli sforzi e gli incentivi per riannodare le trattative, arrivando a fine settembre a promettere, in una lettera al Premier israeliano, quanto mai nessun Presidente USA aveva fatto prima, in cambio di una nuova moratoria di tre mesi,: garanzia di non chiedere successive proroghe della moratoria; assicurazione che gli USA bloccheranno per un anno ogni proposta di risoluzione che possa essere considerata contraria agli interessi di Israele; impegno a sostenere la possibilità di una permanenza per un lungo periodo transitorio degli israeliani nella Valle del Giordano, anche dopo il raggiungimento di un accordo con i palestinesi; garanzie ulteriori per impedire il contrabbando di armi e missili  a Gaza e anche in un futuro Stato palestinese; e soprattutto un patto complessivo di difesa regionale, in grado di assicurare protezione anche contro le minacce iraniane anche dopo la nascita di uno Stato palestinese. Il Presidente americano si era anche detto disposto a rafforzare la capacità difensiva israeliana e ad aumentare di tre miliardi di dollari il pacchetto di aiuti militari annuali destinato ad Israele.

La lettera includeva l’impegno a fornire armamenti avanzati e sistemi di allarme rapido, inclusi i satelliti.
Il Premier israeliano non aveva in un primo tempo accettato la proposta, con la motivazione che questo avrebbe messo in crisi la sua coalizione, suscitando lo stupore della leadership statunitense. Ma al primo pacchetto di promesse, negli ultimi giorni se ne è aggiunta un’altra pressoché irrinunciabile, avanzata nel lungo incontro Clinton – Netanyahu dell’11 settembre: quella di venti aerei da combattimento di ultima generazione, gli F 35 stealth, i predatori invisibili che potrebbero essere preziosi in caso di un confronto con l’Iran.

A questo punto il Premier israeliano ha cambiato registro, e ha informato il suo Gabinetto ristretto dell’offerta americana, dichiarando che a suo giudizio essa doveva essere accolta nell’interesse di Israele. Ha però condizionato la sua disponibilità a portare al voto la nuova proposta di moratoria al ricevimento di una lettera scritta di impegni (un po’ come quella che Sharon ricevette nel 2003 dall’allora Presidente George Bush Junior). Egli deve affrontare la fiera resistenza, nella sua coalizione, non solo della destra legata ai coloni e di Israel Beytenu, il partito che fa capo al Ministro degli Esteri Lieberman, ma anche di larga parte del suo stesso partito, il Likud. Egli deve sperare nell’astensione dei ministri dello Shas, il partito religioso sefardita, per riuscire a far passare la richiesta USA.
Naturalmente gli stessi coloni sono sul piede di guerra, e hanno già iniziato le manifestazioni gridando al tradimento delle promesse fatte da Netanyahu, che aveva solennemente assicurato che quella cessata il 26 settembre sarebbe stata l’ultima moratoria.

I Palestinesi, dal canto loro, non sono felici dell’evolversi della situazione, e della enorme mancia promessa agli israeliani in cambio di ciò che essi considerano un loro diritto: il congelamento degli insediamenti era già previsto dalla Road map, dal 2003. Il Presidente Abbas ha perciò avviato una seri di contatti, a cominciare dal Presidente egiziano Mubarak, per verificare la possibilità di una approvazione, da parte dell’ONU, della nascita di uno Stato palestinese: una leva per forzare la resistenza israeliana, ma una leva di scarsa consistenza dati gli attuali orientamenti della leadership statunitense.

Obama, certamente indebolito dai risultati delle elezioni USA di mezzo termine, che hanno visto il rafforzamento dei parlamentari USA più favorevoli a Israele, sia repubblicani che democratici, ha quindi scelto la politica dell’appeasement verso lo Stato ebraico, cercando di evitare nuovi scontri, ma insieme di rilanciare in qualche modo il processo negoziale, o quel che ne è restato.

Dietro alla proposta di una moratoria di tre mesi, che in sé è sproporzionata alla entità delle offerte fatte a Netanyahu, si cela la speranza di riuscire, in questi tre mesi, a definire i confini del futuro Stato palestinese, depotenziando quindi lo stesso problema degli insediamenti: Israele avrebbe chiaro dove potrebbe costruire, e dove no, e gli scontri avrebbero fine. Ma Netanyahu ha già dichiarato di non voler dare precedenza alla questione dei confini, e che tutte le problematiche, a cominciare dalla sicurezza, dovranno avere lo stesso grado di priorità.

* Direttore Cipmo – Centro italiano per la pace in Medio Oriente

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Il Medio Oriente visto da lontano. Molto lontano

Ecco come appare uno spicchio del Medio Oriente dal satellite della Nasa. Tel Aviv (Israele), Il Cairo (Egitto), Amman (Giordania), Cipro appaiono uno vicino all'altro. Ma quanta distanza - politica e sociale - tra questi pezzi di mondo (foto: Earth Observatory / Nasa)

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attualità, politica

E nell’incontro milanese restano le distanze tra israeliani e palestinesi

Le distanze restano. E non è servita nemmeno una tavolata – con i sindaci di alcune città israeliane e palestinesi – a colmare almeno di poco il vuoto che, ancora oggi, c’è tra Stato ebraico e Cisgiordania. Per non parlare dell’ex primo cittadino di Gaza City. Ospite del convegno, è stato costretto a dare forfait: le autorità israeliane non gli hanno dato l’ok per raggiungere l’aeroporto di Tel Aviv, quelle di Hamas non l’hanno fatto passare per l’Egitto.

E insomma. Tavolata particolare quella organizzata ieri dal Cipmo (Centro italiano per la pace in Medio oriente) in mezzo agli affreschi della sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano. Tanto pubblico – soprattutto anziani, a dire il vero –, qualche kefiah e, per una volta, israeliani e palestinesi seduti vicini. “Sindaci per la pace” – il titolo dell’iniziativa – prevede dibattiti tra quattordici sindaci ebrei e musulmani. «Perché la pace – dicono quelli del Cipmo – va costruita anche dal basso, dalle singole comunità».

L'incontro del Cipmo con i sindaci israeliani e palestinesi alla sala Alessi di Palazzo Marino, la sede del comune di Milano (foto di Leonard Berberi / Falafe Cafè)

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, all’inizio dell’incontro non nasconde un po’ d’emozione. Ma poi inizia a indossare i panni della lady di ferro versione meneghina. Ricorda il gemellaggio con Tel Aviv, anticipa che chiederà a Barenboim di riportare nel capoluogo lombardo la storica banda mista, sottolinea che «quello della pace è un processo lungo e difficile». Quindi si butta in una crociata sulla sicurezza delle città che, a un certo punto, un anziano signore si chiede se stia parlando della sicurezza delle due popolazioni in conflitto o di uno dei punti della sua prossima campagna elettorale per la rielezione. Nel tavolo dei relatori, il sindaco israeliano di Rishon Lezion si mostra perplesso. Quello palestinese (ma cristiano) di Beit Sahour (a pochi chilometri da Betlemme) sbuffa.

«Ci vuole molto coraggio per fa la pace», dice Hani Naji Hayek, il sindaco di Beit Sahour. «Dobbiamo cercare anche di evitare gli estremismi, per puntare sul dialogo e, soprattutto, sul rispetto reciproco». Il primo cittadino, per dieci minuti buoni, dice cose pacate. Poi, verso la fine, punta il dito contro Israele: «Devono smetterla con gl’insediamenti, devono rispettare i diritti degli altri e devono permettere ai palestinesi di farsi il loro Stato».

Dov Zur, sindaco di Rishon Lezion, una delle città più grandi di Israele (oltre 220mila abitanti), cerca di essere più diplomatico. «In un conflitto, ogni parte preferisce guardare alle differenze piuttosto che alle cose comuni con il “nemico”», dice. «Tra noi e palestinesi le distanze restano enormi, ma se sapremo trovare il nostro minimo comun denominatore allora ci avvicineremo sempre di più alla vera pace».

E gl’insediamenti? «Bisogna congelare il prima possibile le nuove costruzioni ebraiche in Cisgiordania», dice il primo cittadino di Rishon a Falafel Cafè. «Secondo me il blocco dovrebbe durare almeno sei mesi, così da far capire ai palestinesi che vogliamo davvero arrivare a una soluzione condivisa del conflitto». Netanyahu dice che una delle condizioni per la pace è il riconoscimento da parte dei palestinesi dello Stato ebraico. Il sindaco ci pensa qualche secondo. Poi dice: «Onestamente penso che sia una richiesta un po’ insensata. Che c’importa del riconoscimento palestinese? A noi ci riconosce già tutto il mondo democratico».

Fuori da Palazzo Marino, all’ingresso della Galleria e di fronte alla Scala le cose non cambiano. I vari sindaci israeliani sono tutti da una parte. Quelli palestinesi a un metro di distanza. Si sfiorano, incrociano gli sguardi. Ma poi nessuno rivolge la parola all’altro. Così, per almeno un’ora. Così per decenni.

© Leonard Berberi

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attualità

Cisgiordania, l’adozione di un libro “bipartisan” nelle scuole palestinesi diventa un giallo

«Questa è la versione palestinese. E ora, per favore, girate pagina, per sapere quella israeliana». Per una volta la Cisgiordania precede lo Stato ebraico. Almeno nei libri di testo adottati dalle scuole. Almeno per fare un passo avanti. Forse. Perché quello che all’inizio sembrava essere uno schiaffo alla democrazia israeliana, dopo qualche ora è stata smentita da ufficiali palestinesi.

Facciamo un passo indietro. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, l’Autorità nazionale palestinese avrebbe deciso di adottare il libro “Imparare la narrativa storica dell’altro”, un testo che racconta la storia del Medio oriente dal punto di vista sia dei palestinesi che degl’israeliani. Sarebbe la prima volta per gli studenti della Cisgiordania quella di conoscere anche la versione degli ebrei.

La copertina del testo con entrambe le versioni della storia mediorientale

Lo stesso libro, l’anno passato, era stato bocciato dal ministero dell’Educazione dello Stato ebraico. E tra pochi giorni il dicastero dovrà vedersela con il primo “ribelle”: Aharon Rothstein, preside del liceo Sha’ar Hanegev, vicino a Sderot. Rothstein «dovrà chiarire» perché ha deciso di adottare quel testo.

«I palestinesi dimostrano di essere più avanti del nostro ministero dell’Educazione quando si tratta di far conoscere l’altra versione sul conflitto», ha detto al quotidiano Haaretz un funzionario addetto alla gestione del libro contestato. E ha aggiunto che tutto questo «è una situazione imbarazzante».

Solo che – citato dall’agenzia palestinese Maan News Agency – un funzionario del ministero dell’Educazione di Ramallah ha smentito l’adozione del testo con la versione “sionista”.

L’unica cosa certa, per ora, è che all’interno del testo c’è il lavoro di docenti israeliani, palestinesi e svedesi, coordinati da Dan Bar-On, docente dell’università Ben Gurion del Negev, e Sami Adwan dell’ateneo di Betlemme. Questa collaborazione ha soprattutto un obiettivo: promuovere la coesistenza tra i popoli. Pagina dopo pagina.

I primi a beneficiare di questi libri di testo saranno due licei nei pressi di Gerico. L’ultima edizione è scritta in tre lingue (arabo, ebraico, inglese) e prevede uno spazio dove gli studenti possono scrivere le loro annotazioni a margine di ogni capitolo.

Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 ottobre, ore 23.38)

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Colloqui di Pace, sulla due giorni di Sharm El Sheikh aleggia il pessimismo

A vedere il destino delle manifestazioni di contorno programmate da giorni si può già dire che quelli che partono oggi saranno colloqui fallimentari. Dall’inizio alla fine. Su Sharm El Sheikh, il teatro del grande evento, aleggia una sorta di maledizione. Con un’agenda piena fitta d’impegni che, all’improvviso, non è più così fitta. E con qualche membro delle delegazioni che anticipa alla stampa possibili disaccordi. Prim’ancora che i colloqui siano davvero iniziati.

È questo, in sintesi, quello che è successo lunedì sera, a poche ore dall’inizio della tavolata di Sharm El Sheikh per discutere il destino e il futuro del Medio oriente. Con l’ufficio del primo ministro israeliano che manda una comunicazione ai giornalisti di tutto il mondo arrivati sul versante egiziano del mar Rosso: tutti gli eventi con la presenza della stampa programmati durante la due giorni di summit sono stati cancellati.

Ai giornalisti sarà data la possibilità soltanto di scattare una foto di rito. Quella dei due leader – Mazen per la Palestina, Netanyahu per Israele – mentre si stringono la mano, ma dietro tramano altro. E per fermare in un’istantanea i sorrisi di circostanza dei due protagonisti insieme al padrone di casa (il presidente egiziano Mubarak) e all’inviata di Obama (Hilary Clinton). Per farci cosa non si sa. Se non per mettere il tutto nell’album – sempre più grosso – degl’incontri internazionali, delle speranze mondiali e dei fallimenti politici sulla questione israelo-palestinese.

Non è solo questo. Perché nella raffica di cancellazioni è finita anche la conferenza stampa al prestigioso Hyatt Hotel che doveva essere gestita dal segretario di stato Usa e nella quale le due autorità – Gerusalemme e Anp – avrebbero dovuto rispondere alle domande dei cronisti. Alla base, ci tengono a far sapere gli americani – che di queste cose s’intendono e ci tengono – il fatto che «le divergenze di opinioni tra israeliani e palestinesi non consentiranno di fare un incontro improntato all’ottimismo».

Segno che questi colloqui di Sharm sono falliti ancora prima d’iniziare? Probabile. Ma è un dato di fatto che i disaccordi tra le due parti si sono palesati negli ultimi giorni. Soprattutto per quanto riguarda il destino del congelamento delle nuove costruzioni in Cisgiordania. Condizione indispensabile per i colloqui, secondo Abu Mazen. Mentre Netanyahu, da più parti invitato a prolungare il blocco (a partire dal presidente Usa Obama), ha preferito non rispondere. O meglio: ha preferito alzare bandiera bianca, sperando in una sorta di congelamento naturale.

Per Netanyahu e Abu Mazen iniziano, forse, i due giorni più difficili dei loro percorsi umani e politici. Ma è una due giorni cruciale anche per Obama. Che sul Medio oriente si sta giocando metà della sua reputazione politica. Tra gli americani. Tra gli occidentali. E tra i musulmani.

Leonard Berberi

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intervista

Stefano Jesurum: «Essere un ebreo di sinistra? Un casino»

Stefano Jesurum (foto tratta dal sito http://www.terrasanta.pagiop.net)

Se provate a parlare d’Israele con Stefano Jesurum – «qui in Italia l’accento è sulla e» – e se provate a chiedergli cosa rappresenti quel pezzo di terra martoriato da decenni, rischiate di finire travolti dalla passione di quest’uomo per il Medio oriente. Tanto che, per fare un solo esempio, non si capisce fino a che punto il suo bere con gusto il succo di pompelmo sia un puro desiderio personale o il riflesso inconscio di un innamoramento per tutto quello che la Terra Santa porta in grembo. Agrumi compresi.

Milanese, cinquantanove anni, Stefano Jesurum si presenta puntualissimo all’incontro in piazza San Babila. Camicia a maniche corte e barba incolta, il giornalista si esprime con la voce e, soprattutto, con i suoi occhi azzurri. Allo Stato ebraico ha dedicato un libro, che è anche una dichiarazione d’amore: Israele, nonostante tutto.

Laureato in Filosofia alla Statale («Ma con una tesi di storia sul sindacato dei ferrovieri»), Stefano inizia a fare il giornalista a 21 anni scrivendo per Pubblicità domani, «una rivista che non esiste più», per poi trasferirsi nel capoluogo toscano a gestire Il Nuovo di Firenze. L’esperienza però non lo entusiasma e dopo qualche mese ritorna a Milano dove, con un contratto di sostituzione, scrive per la cronaca cittadina del Giorno. Poi il salto alla redazione milanese dell’appena nata Repubblica – «grazie al mio capo Gianni Locatelli», ci tiene a precisare –, il passaggio all’Europeo (interrotto da un anno a Oggi), quindi la rivista Sette/Magazine/di nuovo Sette del Corsera e oggi al primo piano di via Solferino. Quello, per intenderci, dove si trovano i capi e il direttore.

Con lui dovremmo parlare di Israele. Ma alla fine, dopo un ora di domande, risposte e considerazioni, si finisce per parlare anche di altro. Di politica. Di letteratura. Della sinistra italiana. Di questo Paese. E, soprattutto, di giornalismo.

Ed è qui che Stefano tocca subito il cuore del discorso. «Appartengo all’ultima generazione di giornalisti vecchio stile», dice. «Quella generazione che aveva a che fare con la macchina da scrivere e non con il computer, con il piombo e non con la stampa digitale». Poi è arrivato Internet. E a quel punto «il giornalismo è diventato un altro mestiere». Perché l’accesso alle troppe versioni di uno stesso fatto ha finito con il «deresponsabilizzare il cronista» e perché lo porta a «fare un viaggio virtuale via web, mentre la mia generazione andava realmente nei posti di cui scriveva, consumava realmente le suola delle scarpe».

La cover del suo libro “Israele nonostante tutto”

E la sorte del giornale di carta? «Non credo morirà», risponde sicuro. «È vero che Internet ha sottratto lettori ai quotidiani, ma è anche vero che le ultime grandi inchieste – come quella del Washington Post – sono arrivate da un cartaceo. Il web impone tempi rapidi. La carta ti permette di approfondire l’argomento». La soluzione, per Stefano, è proprio questa: lasciare al sito Internet della testata l’aggiornamento e affidare le inchieste alla carta.

«Ammetto che gli articoli ormai li passo solo al pc», racconta il giornalista. Che poi un po’ si irrigidisce e dice: «Però non ho mai letto e mai leggerò in vita mia un e-book, un libro digitale. Non mi priverò mai della gioia di sfogliare un libro, di leggerlo sotto l’ombrellone o in un parco». A proposito di libri, Stefano rivela di essere un po’ «monomaniaco». «Per deformazione ormai leggo molta letteratura israeliana, della diaspora ebraica e qualcosa di narrativa e saggistica mediorientale».

Le risposte «rilassate» finiscono presto. Giusto il tempo di introdurre il binomio Israele-informazione. È qui che Stefano mette da parte l’aplomb e sputa qualche rospo. L’informazione italiana sulla crisi israelo-palestinese? «Buona parte segue schemi ideologici per cui o si sta con gl’israeliani, qualsiasi bischerata facciano, o con i palestinesi, qualsiasi bischerata facciano». La “Freedom Flotilla”, secondo lui, è solo l’ultimo esempio. «Che Israele abbia fatto un gigantesco errore politico e d’intelligence è fuori discussione», ammette. «Ma non capisco perché si parla di pacifisti quando a bordo c’erano uomini armati e, soprattutto, un certo Hilarion Capucci». Hilarion Capucci è un ex monsignore con un passato chiacchierato in Medio oriente. Nel 1974 venne arrestato e imprigionato per aver fornito armi e munizioni ai gruppi armati palestinesi approfittando del suo status diplomatico. Condannato a 12 anni di galera, ne sconta solo uno dopo l’intervento energico del Vaticano.

Hilarion Capucci a bordo della Mavi Marmara, la nave che ha tentato di rompere il blocco sulla Striscia di Gaza

In Israele, invece, l’informazione segue un percorso tutto suo, analizza Stefano. «I giornali israeliani criticano l’establishment di Gerusalemme più di quanto si faccia fuori dal paese», dice. «Giornali come Haaretz pubblicano notizie così serie che altrove sarebbe impensabile. Basti pensare all’Italia: stiamo ancora qui a cercare informazioni, dopo decenni, sulla Strage di Bologna». «Del resto Israele è una normale democrazia». E qui la provocazione è d’obbligo: democrazia sì, ma che non esita a usare la mannaia della censura militare sulle notizie per “motivi di sicurezza interna”. «Vero – concorda Stefano –, ma bisogna tenere sempre presente che si tratta di un paese in guerra da 62 anni».

E l’Italia come si comporta con Gerusalemme? «Questo è un Paese dove al corteo del 1° Maggio si sfila con le bandiere della Palestina e si urla contro Israele», spiega. «Gli stessi personaggi che ignorano che nello Stato ebraico esiste una Sinistra bene organizzata». Con un distinguo: «C’è tutta una fetta della sinistra italiana – come il presidente Napolitano – che da anni lavora per il dialogo tra i due popoli in conflitto».

A proposito di simpatie politiche, com’è essere un ebreo di sinistra? «Un casino!». «Si finisce con il prendere schiaffi sempre: sia in piazza – dai simpatizzanti italiani di sinistra – sia in tempio, dove mi danno del collaborazionista». Il «tempio» è la sinagoga, anche se lo scrittore ammette di non andarci molto spesso. «Ci tengo però a precisare che sono prima di tutto un ebreo, poi un giornalista, quindi un uomo di sinistra».

L’atteggiamento cordiale del primo ministro Silvio Berlusconi nei confronti d’Israele non lo convince più di tanto. «Il premier si muove così per un semplice calcolo politico, per questioni di scacchiera internazionale», ragiona. «Uno che abbraccia gli ebrei e poi ospita a casa sua Gheddafi, che gli ebrei li ha cacciati dalla Libia, non può essere considerato amico di Gerusalemme». Diverso, invece, il discorso per il presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il suo mi sembra un percorso di crescita umana vero».

Il premier israeliano, Netanyahu, insieme a quello italiano, Berlusconi

E il Muro, cosa rappresenta? Lui risponde subito riferendosi alla barriera di separazione costruita da Israele per evitare gli attacchi palestinesi. «È un male necessario e temporaneo», dice. «È come quando in una famiglia una coppia si separa perché poi possa di nuovo tornare a parlare». La soluzione dell’area, poi, a sentire il giornalista, sembra sia soltanto una: «Due popoli e due Stati. Un’opzione politicamente giusta e anche una salvezza per Israele».

A proposito di Israele, cosa rappresenta per lui? Stefano mordicchia le nocche delle mani. Aspetta qualche secondo. Chiede un numero di fax al quale mandarmi la risposta. Cosa che succederà un paio d’ore dopo l’incontro. È la copia di pagina 196, l’ultima del suo libro Israele, nonostante tutto. Sono evidenziate le tre righe finali. Che costituiscono anche la risposta. «Per me Israele è la passione che non svanisce: perché questa terra è come una donna messa dapprima su un piedistallo e poi tradita, persa e riconquistata, disprezzata e poi ancora una volta amata».

© Leonard Berberi

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Il progetto di Netanyahu: una all news israeliana da trasmettere in tutto il mondo

Forse l’analisi di qualcuno non era poi così sbagliata. Quando il primo ministro italiano aveva fatto visita alla Terra Santa, alcuni opinionisti notarono la totale sintonia tra il premier israeliano Netanyahu e l’omologo italiano. «Bibi (Netanyahu, ndr) è un piccolo Berlusconi – avevano scritto un paio di opinionisti –. Anche lui prima o poi vorrà fare qualcosa in ambito televisivo».

Quel momento pare sia arrivato. Il primo ministro di Gerusalemme sta lavorando a un progetto per trasmettere in tutto il mondo notizie e approfondimenti realizzati dalla tv di Stato israeliana. Il modello da seguire sarebbe quello di “France 24”, un canale – ha detto Netanyahu – «che ha reso un grande servizio alla Francia».

«Abbiamo la capacità tecnica di realizzare trasmissioni senza interruzione, ma fino a oggi non l’abbiamo mai fatto», ha continuato il premier di fronte a una commissione parlamentare. Secondo il progetto iniziale, la tv dovrà trasmettere in tre lingue: ebraico, arabo e inglese. E non solo per dare il punto di vista israeliano, ma anche per contrastare i due colossi del Medio Oriente: Al-Jazeera e Al-Arabiya.

E comunque si tratterebbe di progetti di lungo termine, precisa il quotidiano economico-finanziario The Globes. Perché Netanyahu – che guida anche l’Autorità per le trasmissioni radio-televisive (Reshut ha-Shidur) – dovrà ancora riorganizzare tutta la struttura che gestisce l’organizzazione mediatica israeliana.

Leonard Berberi

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