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«Aria di guerra con l’Iran». E le tv del mondo prendono d’assalto i terrazzi di Tel Aviv

Mettete i padelloni sui vostri tetti. E non dimenticate le telecamere, i treppiedi, i microfoni, le luci, i monitor di servizio. Mettete un po’ di cerone sul volto. Fate un sorriso all’obiettivo. E preparatevi ad andare in diretta. E che diretta!

C’è un certo entusiasmo in questi giorni in molte redazioni delle grandi emittenti televisive del mondo. «La guerra Israele-Iran è sempre più vicina, dobbiamo stare pronti», è ormai la frase del momento. E così, in piena fase elettrizzante, decine di canali tv – a partire da Cnn, Abc, Cbs, Al Jazeera, Al Arabiya, Reuters e Associated Press – ecco, decine di canali tv sono pronti da giorni ad andare in diretta dal “fronte di guerra” israeliano.

Così pronti che, a Tel Aviv, è balzato alle stelle l’affitto di certi tetti e terrazzi, quelli dei palazzoni a più di dieci piani. Sì, proprio i tetti e i terrazzi. A scriverlo, a svelare quel che si andava passando di bocca in bocca nella città che non dorme mai, è stato il quotidiano economico “The Globes”. Le grandi emittenti vogliono avere un posto in prima fila nello scontro a suon di missili e bombe. Ovviamente in piena sicurezza per gl’inviati. Tanto che, secondo il giornale israeliano, «nei giorno scorsi alcuni produttori tv sono venuti a Tel Aviv per esaminare la rete delle comunicazioni via satellite e le misure di protezione in caso di attacco ravvicinato».

«Sarebbe illogico non prepararsi a seguire questa guerra», racconta un cronista straniero a “The Globes”. «Qui ogni giorno sentiamo il ministro israeliano della Difesa (Ehud Barak, nda) parlare apertamente di un conflitto armato imminente con l’Iran». La conferma di una maggiore domanda delle tv straniere arriva anche dalle parole di Hanani Rapoport, Ceo della Jcs, una società di produzione video che lavora per i media stranieri: «Continuiamo a ricevere le telefonate dei nostri clienti che cercano di assicurarsi che al momento giusto le loro telecamere siano in grado di trasmettere le immagini al resto del mondo».

Le tv occidentali sono quelle più agguerrite. «Non possono più permettersi di arrivare dopo le all news arabe, Al Jazeera e Al Arabiya», ci spiega un giornalista israeliano. «Soprattutto dopo il ritardo enorme visto nella copertura della “Primavera araba”». E alla memoria di molti riaffiora il 18 gennaio 1991. Alle 3 di notte (ora israeliana, alle 2 in Italia) i primi missili Scud lanciati da Saddam Hussein colpirono Tel Aviv, Haifa e Dimona (dove si trova il centro nucleare). Dopo poche ore di bombe volanti ne erano state esplose 43. In quell’occasione – ricorda il cronista israeliano – «la Cnn fece i salti mortali per mandare in diretta le esplosioni e una città, Tel Aviv, in fiamme in alcune zone». «Cable news network» fu la prima a mandare in onda quelle immagini. E lo fece dal terrazzo di una palazzina, affittato a peso d’oro.

© Leonard Berberi

I missili Scud su Tel Aviv – 18 gennaio 1991

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Rischia la chiusura la tv che “disturba” il premier Netanyahu

La «tv che disturba» leva il disturbo. A meno che, certo, le cose non cambino. E sempre che la direzione (del Paese) non decida di dare una mano. Ma viste le premesse – e lo storico – se non interverranno fatti nuovi, il 27 gennaio la televisione commerciale israeliana Channel 10 cesserà le trasmissioni. E manderà a casa i suoi 500 dipendenti.

Emittente giovane e fresca, Channel 10 ha trasmesso molte inchieste video ritenute spregiudicate nel Paese: soprattutto perché al centro c’erano spesso – per non dire sempre – uomini politici, persone vicine al governo di Benjamin Netayahu e un malcostume che, per dirla con più di un analista, «sanno più di roba alla italiana, che alla israeliana».

Nata dieci anni fa su iniziativa di due uomini d’affari che hanno investito 260 milioni di euro, negli ultimi tempi l’emittente ha perso ascolti e pubblicità, soprattutto per la sua natura aggressiva nei confronti dei poteri forti (qui l’inchiesta contro il modus operandi dei servizi segreti). Fino a registrare così un rosso di circa 8 milioni di euro da versare al Fisco. Era già successo nel 2008. Ma ora è diverso. Perché il 12 dicembre la Commissione finanze della Knesset (il parlamento) ha stabilito che se la tv non farà fronte ai propri impegni, il mese prossimo la licenza sarà revocata e lo schermo sarà oscurato. Una decisione votata da tutti – tutti – i deputati della coalizione di governo.

Secondo molti giornalisti «la chiusura di Channel 10 è stata ispirata dallo stesso Netanyahu». «Si è voluto mettere a tacere una voce critica, preparata, che sosteneva la protesta sociale e conduceva inchieste approfondite», ha detto Oshrat Kotler, redattrice dell’emittente. A dire il vero la giornalista ha parlato addirittura di «un oscuramento fascista nel mondo delle trasmissioni».

A dare supporto alla Kotler ci hanno pensato anche molti intellettuali israeliani (fra cui lo scrittore Amos Oz): hanno sottoscritto un appello a Netanyahu, avvertendo che la democrazia israeliana è «sull’orlo di un baratro».

© Leonard Berberi
Twitter @leonard_berberi

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La storia / Danny Seaman, l’eccentrico capo (ad interim) del press office di Netanyahu

Danny Seaman, il capo dell'Ufficio stampa del governo israeliano

L’hanno paragonato a Edgar J. Hoover. Lui, non contento, si vantava di essere anche peggio. Con la differenza che mentre il mastino americano guidava l’Fbi, il più grande servizio d’intelligence americano e nel mezzo della Guerra fredda, lui doveva semplicemente intrattenere buoni rapporti con i giornalisti stranieri. E, soprattutto, firmare gli accrediti stampa per far entrare nel paese i cronisti consentendo loro di fare il proprio mestiere. Un lavoro che, secondo molti, ha svolto «creando più danni di qualsiasi blitz militare».

L’uomo in questione si chiama Danny Seaman, è nato in una base militare Usa in Germania 49 anni fa e da dieci guida – ad interim – l’ufficio stampa del governo israeliano. Una carica che qualcuno vuole togliergli, sfruttando l’occasione del concorso pubblico. Anche se, come teme qualcuno, il fatto che Seaman abbia partecipato alla stessa gara potrebbe essere soltanto il modo più semplice per ufficializzare il ruolo e le funzioni dell’attuale capo del Press Office.

Il fatto è che sono diventate ormai troppe – alcune perfino imbarazzanti – le figuracce che vedono protagonista Seaman e che, di riflesso, coinvolgono lo Stato ebraico. L’ultima, in ordine di tempo, la mail provocatoria con l’elenco delle bellezze di Gaza da visitare, i ristoranti in cui mangiare e gli alberghi in cui dormire.

Per non parlare delle pubbliche manifestazioni di soddisfazione nel non aver concesso l’accredito stampa a una sessantina di giornalisti stranieri. Vuoi per motivi personali, vuoi per motivi strettamente politici. Ne sa qualcosa Joerg Bremer, giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung che, dopo quindici anni di corrispondenza da Gerusalemme, s’è ritrovato privo di visto giornalistico perché Seaman non voleva firmargli la proroga. Per risolvere il caso si mosse la cancelleria di Berlino che fece pubbliche pressioni presso l’ambasciata israeliana in Germania.

Correva l’anno 2006. E le cose per il capo dell’ufficio stampa del governo di Gerusalemme non cambiarono. Anzi, la posizione di Seaman fu ancora più puntellata. Tanto che quando Lisa Goldman, una giornalista canadese, gli ha scritto per cercare di parlare con il superiore sulla mancata concessione del visto, lui, Seaman, le ha risposto: «Io sono il capo di me stesso, non rispondo a nessuno e detto legge al Press Office». Non contento, chiuse la risposta scrivendo alla giornalista che «il fatto di aver chiesto di parlare con il superiore voleva dire che non avrebbe mai ricevuto l’accredito stampa».

E tutti si ricordano la sua violenza nei confronti di una fotografa mentre Papa Benedetto XVI visitava la Spianata delle Moschee a Gerusalemme (sotto, il video). Per non si sa quale motivo, Seaman ha afferrato da dietro la giornalista, l’ha trascinata lontana dal Papa e l’ha spinta fuori. Sotto gli occhi increduli della sicurezza vaticana e dei tanti cronisti presenti.


I risultati del concorso pubblico arriveranno tra qualche giorno. Sono in tanti a sperare che il governo Netanyahu cambi corso alle relazioni con i media stranieri e che metta al capo di uno dei più importanti uffici di Gerusalemme un giornalista, non un «civil servant».

Leonard Berberi

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Questione di immagine

Un Paese con più di 4 milioni di pr. Su 7.509.000 abitanti. Questo diventerà presto Israele. Non pr qualsiasi, ma al servizio della nazione. Perché lo Stato ha un problema. D’immagine.

I dati del sondaggio dell’Istituto Kelim Shluvim non lasciano scampo: il 91% del campione intervistato pensa che Israele abbia un problema “molto grave” e “grave” per quanto riguarda l’opinione che il mondo ha dello Stato ebraico. Un altro 90% pensa che il mondo ritiene Israele un territorio che soffre il terrore e la guerra. E, infine, otto su dieci sono convinti che il resto del pianeta ritenga il loro Paese “aggressivo e violento”.

Così il ministro dell’Informazione e della Diaspora, Yuli Edelstein, ha pensato di ingaggiare i 4,2 milioni di israeliani che ogni anno viaggiano nel mondo come turisti per affidare loro il compito di “promuovere l’immagine del Paese”.

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