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“Pronto Recep, sono Bibi: ti chiedo scusa per la Flottilla”. Israele e Turchia fanno pace (grazie a Obama)

L'assalto dei commandos israeliani alla Mavi Marmara, il 31 maggio 2010 (foto Uriel Sinai/Epa)

L’assalto dei commandos israeliani alla Mavi Marmara, il 31 maggio 2010 (foto Uriel Sinai/Epa)

Le scuse. Tre anni dopo. Settimana più, settimana meno. Eppoi, certo, anche la promessa – congiunta – di ritornare amici. Come prima. Forse, più di prima.

In una mossa pianificata da tempo, ma attuata soltanto ora, e mentre in Israele stavano ancora ammirando le parole pronunciate ieri dal presidente Usa, ecco che proprio Obama decide di mettere il premier israeliano all’angolo. E quasi gli intima – raccontano – di prendere la cornetta e parlare con Recep Tayyip Erdogan. Il primo ministro di un Paese – la Turchia – con il quale lo Stato ebraico non ha avuto più rapporti da maggio 2010, da quando i soldati dell’esercito israeliano assaltarono la Mavi Marmara al largo di Gaza e uccisero 9 attivisti con il passaporto di Ankara, tutti filo-palestinesi (video sotto).

«Pronto Recep, sono Bibi. Chiedo scusa, a nome d’Israele, per tutti gli errori che potremmo aver commesso sulla nave e che hanno poi portato alla morte dei civili», gli ha detto il premier di Gerusalemme da un ufficio dell’aeroporto internazionale “Ben Gurion” di Tel Aviv. «Errori dettati dalle circostanze, non era nostra intenzione fare del male. Mi spiace che i rapporti tra i nostri due Paesi si siano così deteriorati da allora». Dall’altra parte del telefono – rivelano – ci sarebbe stato qualche secondo di silenzio. Chissà se più dettato dalla sorpresa o dalle conseguenze di quella chiamata. Poi, lo stesso Erdogan, avrebbe non solo accettato le scuse, ma anche detto sì a un ritorno ai rapporti di prima. A partire, dalle prossime settimane, dall’invio dei rispettivi ambasciatori. E dalla chiusura dell’inchiesta contro i soldati dell’Idf responsabili dell’assalto.

Bibi e Recep. Simili più di quanto si pensi. Tenaci e orgogliosi più di quel che fanno vedere. Era dal 2009 che i due non si parlavano. Anche se, per molti, il loro rapporto potrebbe essere l’unica chiave di svolta per risolvere molte questioni: l’Iran nuclearizzato, la Siria sull’orlo del collasso, il Libano instabile, la Striscia di Gaza sempre esposta agli estremismi, i colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese. Sfide quasi impossibili. E questo, il presidente Obama, l’ha detto a entrambi i primi ministri, mentre il suo Air Force One scaldava i motori. Per questo il presidente Usa ha prima telefonato a Erdogan, spiegandogli di non essere da solo. Poi ha passato la cornetta a Netanyahu. Mettendo fine a una tensione che, dal punto di vista di Washington, danneggiava anche gli interessi americani.

La mossa, per quanto diplomaticamente un successo, si porta ora anche un bel po’ di incognite. Che dovranno, prima o poi, essere risolte. Come farà Erdogan a ripetere le sue posizioni degli ultimi tre anni contro Israele? Che rapporti avrà ora con i vertici di Hamas, un tempo sponsorizzati proprio dal primo ministro turco? Grattacapi, però, ce ne sono anche per Netanyahu. A partire dall’alleato più stretto, l’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, leader dell’Israel Beitenu con il quale la formazione di Bibi s’è presentata in ticket. «Le scuse di Netanyahu sono state un errore molto serio, così mette a repentaglio i nostri uomini dell’esercito», ha commentato a caldo Lieberman. Lo stesso Lieberman, fanno notare in molti, che proprio negli ultimi tre anni s’è alienato i rapporti con quasi tutti gli alleati più stretti. Usa e Turchia in primis.

© Leonard Berberi

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La storia / Quando Netanyahu chiese all’esercito di prepararsi ad attaccare l’Iran

Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato ebraico, intervistato nella trasmissione “Uvdah” (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«Poi forse è il caso di prepararsi al livello “P+”». Il giorno esatto in cui la frase venne pronunciata lo conoscono soltanto i pochi presenti. Perché, al di fuori, è uno dei segreti meglio custoditi degli ultimi anni dalle autorità israeliane. Ma si conoscono il periodo – a cavallo tra maggio e giugno, secondo le fonti – e l’anno: il 2010.

C’è stato un momento in cui la guerra tra Israele e Iran è stata più di un’opzione. Poco più di due anni fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu – insieme al ministro della Difesa Ehud Barak – chiese di attivare il livello “P+”, la massima allerta, quella che prevede l’attivazione dell’esercito per un intervento nelle ore o al massimo nei giorni successivi. E l’obiettivo – non c’era bisogno di citarlo – era l’Iran.

Ma ci furono due uomini – il numero uno del Mossad, Meir Dagan, e il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi – a dire a Netanyahu, duri e scuri in volto: «Presidente, questa cosa non si può fare. Sarebbe illegale scatenare una guerra senza l’ok di tutto il governo. Eppoi non siamo pronti».

A confermare le indiscrezioni che in questi mesi sono girate negli ambienti militari e giornalistici dello Stato ebraico – compresa un’inchiesta simile di Canale 10 – è stato il programma tv di Canale 2 «Uvdah» (Il fatto, in ebraico – qui il video integrale) condotto dalla giornalista Ilana Dayan. Che racconta come, proprio in quella riunione – organizzata per tutt’altri motivi: la questione Mavi Marmara – il premier discusse tutto il tempo della nave turca arrembata dai soldati israeliani e che aveva provocato nove morti. E solo alla fine, «quando i sette ministri più importanti del governo e i due vertici dell’intelligence e dell’esercito stavano abbandonando la sala», Netanyahu chiese di prepararsi al conflitto.

Ehud Barak, ministro della Difesa, durante la trasmissione di Canale 2 (foto Channel 2 / Falafel Cafè)

«State probabilmente prendendo una decisione illegale dichiarando una guerra ora», ha replicato al primo ministro il direttore del Mossad, Dagan. «Soltanto il governo con tutti i ministri è autorizzato a decidere a riguardo». «E comunque le nostre forze armate non sarebbero mai pronte con un preavviso così breve», ha aggiunto il capo di Stato maggiore, Gabi Ashkenazi. Ehud Barak, ministro della Difesa allora come oggi, non ha smentito quel confronto. Ma ha omesso di dire che da quel momento lui gliel’ha giurata proprio ad Ashkenazi, Netanyahu a Dagan. E infatti, nemmeno un anno dopo, entrambi hanno perso l’incarico.

Il premier Netanyahu e il ministro Barak, intervistati per la trasmissione, hanno però pronunciato parole che per molti lanciano anche un messaggio valido da febbraio 2013, cioè subito dopo le elezioni del 22 gennaio. «Alla fine, in Israele quello che conta è la volontà dei vertici politici», s’è lasciato scappare a un certo punto della trasmissione il ministro della Difesa. Un ragionamento espresso peraltro già da Netanyahu che mesi prima aveva anche aggiunto: «I professionisti eseguono gli ordini dei politici. Prendiamo il caso di quello che è successo nel 1981: l’allora primo ministro Menachem Begin decise di bombardare il reattore nucleare di Osirak, in Iraq. E lo fece pur avendo contro il capo del Mossad che il direttore dell’Intelligence militare». Quasi trent’anni dopo la scena si è ripetuta. Il «blitz» della coppia Netanyahu-Barak è tecnicamente fallito. Ma non è detto che, a urne chiuse, il prossimo gennaio – nel bel mezzo dell’inverno – «Bibi» non decida di dare il via libera all’attacco su Teheran.

© Leonard Berberi

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Mavi Marmara, la Turchia identifica tutti i soldati israeliani del blitz

La notizia, a dire il vero, è passata un po’ sotto silenzio. Anche se rischia di aprire un altro fronte ostile tra Israele e Turchia. Il quotidiano di Ankara “Sabah” ha raccontato che – usando Facebook e Twitter – i servizi segreti turchi sono riusciti ad individuare quasi tutti i militari israeliani coinvolti nell’arrembaggio alla nave di militanti filo-palestinesi “Mavi Marmara” il 1° maggio 2010. Nel blitz morirono nove attivisti, tutti con passaporto turco. Da quel momento i rapporti Ankara e Gerusalemme sono andati deteriorandosi.

L’azione del Mit (l’agenzia dei servizi segreti turchi) avrebbe preso il via dopo che la Procura di Istanbul non è riuscita a farsi dare da Israele i nomi dei commando e dei loro capi per i canali convenzionali. Il Mit a quel punto avrebbe esaminato le immagini disponibili del raid del maggio 2010 sulla Mavi Marmara, avrebbe passato al setaccio anche le istantanee riprese durante una visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu in ottobre alla base navale dei pressi di Haifa che pilotò l’arrembaggio.

Tutto il materiale visivo sarebbe stato incrociato con le foto dei profili Facebook e Twitter di molti soldati israeliani. Non solo. Sempre secondo il quotidiano turco i servizi segreti del Paese avrebbero anche effettuato svariati accessi alle caselle di posta elettronica dei militari sospettati di aver preso parte al blitz a bordo della Mavi Marmara. Alla fine, tutti i riscontri sarebbero poi stati confermati o smentiti dagli agenti segreti turchi in Israele.

Il magistrato inquirente di Istanbul avrebbe ora una lista di 174 persone: tra questi ci sarebbero tutti i soldati che parteciparono all’arrembaggio (148 in tutto) assieme agli ufficiali e ai politici che lo ordinarono, a cominciare da Netanyahu. E ora? Secondo la prassi giuridica, il magistrato – attraverso il ministero della Giustizia turco – dovrebbe chiedere conferma alle autorità israeliane che i militari identificati hanno effettivamente preso parte al raid. Ma è molto probabile – anzi: certo – che la pratica resti appesa al vuoto e si vada ad aggiungere al dossier dei torti e delle incomprensioni tra i due Paesi.

La notizia bomba, a dire il vero, è stata prima smentita del tutto. Poi parzialmente confermata. Il timore di Ankara è che Israele possa iniziare un’azione di rappresaglia con azioni militari mirate o a far pulizia di tutti gli 007 turchi presenti nello Stato ebraico. A rendere ancora più confusa la situazione è stato il vice procuratore di Istanbul, Ates Shasan Sozen: il magistrato ha negato le notizie, ma poi ha precisato che la lista, effettivamente sottoposta al suo ufficio, è stata in realtà preparata da IHH, l’ong organizzatrice della flottiglia.

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Tra turchi e israeliani spunta un’altra sfida. Stavolta sull’erba

E alla fine piombò una partita di calcio. In piena crisi diplomatica. E tra due Paesi ormai ex amici. Stasera alle otto (le 19 in Italia) andrà in scena Besiktas – Maccabi Tel Aviv. Turchia contro Israele. A pochi giorni dalla rottura diplomatica, dall’assalto all’ambasciata al Cairo, dalla visita del premier di Ankara alla capitale egiziana e dalle parole minacciose pronunciate di fronte alla Lega Araba.

È in questo scenario che, sul campo dello «İnönü Stadyumu» di Istanbul, ci sarà la sfida di Europa League. Non una sfida qualsiasi, ormai. Se è vero che per garantire la sicurezza – soprattutto dei tifosi dello Stato ebraico – sono stati mobilitati 1.500 poliziotti, 800 agenti delle forze speciali, mentre migliaia di soldati sono in pre-allerta.

Dicono i giornali turchi che per calmare le acque i simpatizzanti (150 circa) del Maccabi Tel Aviv si presenteranno sugli spalti con ramoscelli d’ulivo e con 100 chili di caramelle per dare un messaggio ai turchi: «Superiamo la crisi parlando dolcemente». Chissà se, vero o meno che sia, il gesto poi servirà a portare distensione tra due Paesi che, fino a ieri, andavano d’amore e d’accordo.

Le frizioni, diplomatiche, sono ormai note. I turchi se la son presa per le mancate scuse israeliane per l’uccisione di suoi attivisti filopalestinesi nell’arrembaggio dell’anno scorso alla flottiglia della Mavi Marmara. Così hanno cacciato l’ambasciatore dello Stato ebraico. Ankara, poi, ha chiesto la revoca del blocco israeliano contro la Striscia di Gaza, che però è governata dal movimento radicale Hamas, che Israele considera terrorista. E come se non bastasse, il premier Erdogan ha avvertito Israele che se continua così «minaccia la sua esistenza nell’area».

È così che la sfida, nemmeno a farla apposta, non poteva capitare in un momento peggiore. Tanto da far scrivere al giornale turco Hurriyet frasi come «Speriamo che i giocatori e tifosi israeliani se ne vadano come sono arrivati», cioè sani e salvi. La squadra telavivina è arrivata ieri. Scortata fino al midollo fino all’albergo e su una strada che – dall’aeroporto all’hotel – è stata chiusa al traffico.

«È solo una partita di calcio», ha cercato di sdrammatizzare un giocatore israeliano ai microfoni della tv turca Ntv. Fatto sta che le autorità locali hanno proibito di introdurre allo stadio bandiere palestinesi e striscioni provocatori. Nella speranza che stasera parli il linguaggio del calcio. Non quello della politica. E nemmeno quello della violenza.

Leonard Berberi

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Nuovo affondo di Lieberman: “Il premier turco Erdogan è come Ahmadinejad”

Tanto per essere più esplicito, stavolta non le ha mandato a dire. E ha detto – anzi, scritto – quello che da tempo andava pensando attraverso la prima pagina del Jerusalem Post. La Turchia? Come l’Iran. Il premier turco Erdogan? «Non così diverso dal presidente Ahmadinejad». Firmato: Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri dello Stato ebraico.

Il commento del ministro degli Esteri Lieberman sulla prima pagina del "Jerusalem Post" del 6 gennaio

Il leader di “Israel Beitenu” (estrema destra) ha scritto un commento critico sul quotidiano in lingua inglese e ha tracciato un paragone tra i «recenti eventi» in Turchia e la situazione in Iran alla vigilia della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini.

La svolta anti-israeliana nella politica estera turca, secondo Lieberman, non è una conseguenza di azioni israeliane, ma piuttosto «di cambiamenti politici interni in Turchia». «Israele – ha scritto il ministro – non sarà un punching ball e reagirà, come ogni Stato sovrano, a insulti e offese».

Al tempo stesso Lieberman ha detto che Israele «vuole il ritorno a un dialogo franco e onesto con la Turchia» e ha invitato il suo omologo turco a un incontro a Gerusalemme o altrove «per discutere su tutte le questioni che hanno rilievo sia per le due nazioni sia per la più ampia regione».

Le relazioni tra Israele e Turchia sono andate in crisi dopo il conflitto israeliano contro Hamas a Gaza negli ultimi giorni del 2008. Ankara aveva poi richiamato il suo ambasciatore a Tel Aviv dopo il blitz della marina israeliana a una nave turca di attivisti filo-palestinesi che volevano rompere il blocco marittimo imposto da Israele sulla Striscia. Durante l’operazione persero la vita nove cittadini. Tutti con passaporto turco.

Leonard Berberi

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Fenomenologia di Avigdor Lieberman / Part 1

Bibi, abbiamo un problema. Non uno piccolo, ma grosso così, quanto un ministero. Il fatto è che l’uomo in questione se n’era rimasto zitto per alcuni giorni. E, in questo tempo, la diplomazia israeliana aveva potuto respirare. Poi è successo che la Mavi Marmara, la nave della flottiglia su Gaza, è tornata in Turchia e lui, Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri e leader del terzo partito più forte d’Israele (Israel Beitenu), ecco Lieberman ha ripreso a tuonare.

«Non chiederemo mai scusa alla Turchia per il blitz del 31 maggio», ha urlato ai cronisti. Annullando, in questo modo, mesi di diplomazia (segreta) sull’asse Gerusalemme-Ankara e mettendo in imbarazzo il premier Netanyahu. Così in imbarazzo che in meno di 24 ore Bibi ha smentito Lieberman (un suo ministro), ha detto che chi parla al di fuori di lui lo fa a titolo strettamente personale, ma poi ha ufficializzato la posizione del governo ebraico sulla questione: «Niente scuse alla Turchia». Proprio quello che aveva dichiarato il ministro degli Esteri.

Il fatto è che le cancellerie di mezzo mondo non ne possono più di Avigdor Lieberman, sbeffeggiato con l’appellativo «Yvette». E non ne possono più nemmeno i suoi funzionari sparsi nelle cancellerie del pianeta. Un po’ perché l’uomo – a detta degli esperti – sa poco o nulla di diplomazia. Un po’ perché – sempre a detta degli esperti – l’uomo/politico/ministro non ha capito che ora è al governo e che qualsiasi cosa faccia o dica coinvolge la linea dell’intero esecutivo israeliano.

Un ebreo ultraortodosso guarda il poster elettorale con la faccia di Avigdor Lieberman (foto Afp / Getty Images)

«Quando Lieberman tuona contro le presunte bugie dei turchi», ha scritto Akiva Eldar in un commento su Haaretz, «i turchi farebbero meglio a prepararsi i rifugi». Perché, scrive ancora Eldar, «Lieberman, nella sua politica estera, sta attuando la filosofia dell’“occhio per occhio”». Una filosofia che «ha portato con sé sin da quando faceva il buttafuori in un bar».

Il giornale ricorda il precedente giudiziario di Lieberman. Nel 2001, il ministro era accusato dalla Corte di Gerusalemme di aver picchiato e ferito due ragazzini di 14 e 15 anni che avevano pestato suo figlio. Lieberman, per evitare la galera, ha patteggiato la pena ed è stato condannato a pagare una multa di 1.500 euro, più 2.000 a titolo di risarcimento danni nei confronti dei due minori picchiati. Il giudice, poi, aveva anche invitato Lieberman a stare alla larga dai comportamenti violenti per almeno due anni. Altrimenti, per lui, si sarebbero aperte le porte del carcere.

Nella sentenza, i giudici hanno dato anche un consiglio all’imputato, ricorrendo alle massime della Bibbia ebraica: «Cercate di non essere precipitosi nel raggiungere lo stato di rabbia, perché questa risiede in seno agli stolti», c’è scritto. «Il nostro ministro degli Esteri», ha commentato Akiva Eldar, «evidentemente non ha tenuto conto di quel suggerimento». Tant’è vero che i colleghi europei cercano di stare alla larga dalla «grande bocca di Lieberman» e tentano mediazioni con altri interlocutori. (fine prima parte, domani la seconda e ultima puntata)

Leonard Berberi

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