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Il matrimonio ultraortodosso con 25 mila invitati

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

Una delle fasi del matrimonio nella comunità ultraortodossa di Gerusalemme (foto di Ronen Zvulun / Reuters)

E’ stato uno dei matrimoni “più grandi e affollati” che Gerusalemme ricordi. Circa 25 mila ebrei ultraortodossi hanno preso parte alla cerimonia nuziale, questa settimana, del rabbino Shalom Rokeach, 18 anni – figlio del rabbino Tissachar Dov Rokeach – e Hannah Batya Penet, 19. Entrambi fanno parte di una delle più grandi dinastie d’Israele, quella dei Belz (hassidici). Il nome, Belz, è stato preso dalla città omonima in Ucraina, a pochi chilometri dal confine con la Polonia.

La celebrazione è finita verso le 4 del mattino ed è stata gestita con “rigore militare”, raccontano alcuni degli ospiti. Soltanto gli uomini hanno usato qualcosa come un milione di bicchieri di plastica e per gestire l’enorme flusso di persone gli organizzatori dell’evento hanno mandato tra la folla individui con megafono per dare le disposizioni. In contemporanea alcuni maxi-schermi hanno trasmesso in diretta il matrimonio. Come da tradizione, uomini e donne festeggiano in luoghi separati. In questo caso le ospiti hanno seguito l’evento a due chilometri di distanza dagli uomini. (l.b.)

Ecco alcune delle immagini dell’evento scattate da Ronen Zvulun per l’agenzia Reuters.

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attualità

L’Alta Corte d’Israele: ok alla legge che vieta la cittadinanza e la residenza dei palestinesi sposati con gli israeliani

È finita sei a cinque. Ma quell’unico voto di scarto rischia di decidere il futuro di un Paese sempre più in bilico tra tradizione e modernità. E di sancire una vera e propria cesura con il vicino palestinese. Perché poi, alla fin fine, il discorso per la prima volta cambia prospettiva. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», scrivono i giudici. Togati di una democrazia, non di una dittatura.

E allora. La Corte Suprema di Gerusalemme ha approvato la scorsa notte una contrastata legge che dal 2003 nega il diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente in Israele per gli sposi palestinesi di cittadini israeliani. In una fase successiva, la legge è stata estesa anche ai coniugi di cittadini israeliani originari da paesi “ostili” ad Israele.

Quella legge – approvata con carattere provvisorio quando nello Stato andava in scena un’ondata di attentati terroristici palestinesi – era stata denunciata come discriminatoria da esponenti della popolazione araba in Israele e da organizzazioni per i diritti civili.

I giudici della Corte Suprema d'Israele (foto di Noam Moskowitz / Ynet)

Bisogna ammetterlo: quella della Corte Suprema non è stata una decisione facile. I giudici hanno dovuto valutare sia i principi di carattere generale, come la garanzia dei diritti civili alla minoranza araba in Israele (circa il 20% della popolazione), sia la sicurezza nazionale. «I diritti umani non sono una ricetta per un suicidio nazionale», ha stabilito nella sua sentenza il giudice Asher Grunis, sintetizzando il parere di sei giudici della Corte Suprema. Di tutt’altra opinione la presidentessa della Corte Suprema, Dorit Beinish, che si è però trovata in minoranza.

«E’ stata una delle decisioni più importanti mai prese dalla Corte Suprema», hanno scritto molti commentatori. E hanno fatto notare la sconfitta della Beinish. Non a caso. Perché nell’evidenziare la minoranza (risicata), gli analisti tornano su quella che è diventata la questione essenziale dello Stato ebraico: la laicità delle istituzioni. «I giudici si stanno piegando alle pressioni nazionaliste che arrivano dalla Knesset (il parlamento)», hanno detto alcuni. Mentre dal mondo arabo arriva una condanna senza repliche: «Questa è una decisione che non ha eguali in alcun Paese democratico al mondo», hanno detto alcuni tra gli esponenti più importanti.

© Leonard Berberi

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Israele, preoccupa il fenomeno delle spose minorenni

(foto di Rina Castelnuovo)

Non si tratta di vere e proprie spose-bambine. Ma quasi. Diciamo pure che queste sono un po’ più grandicelle. Ma pur sempre minorenni. «Sapevo che avrei divorziato il giorno stesso in cui mi sono sposata. Non volevo avere un marito a quell’età, e nemmeno dei figli. Volevo solo vivere la mia vita di adolescente».

Hanna oggi ha 41 anni. S’è sposata nel 1985, quando aveva sedici anni, per volere dei genitori, originari della Georgia. È rimasta sposata con quell’uomo per alcuni anni. Giusto il tempo di fare dei figli. E soprattutto: di crescerli. «Non volevo assolutamente invecchiare con lui – racconta allo Yedioth Ahronoth –, ma avevo bisogno di garantire ai miei piccoli la figura paterna. Per loro, e per il matrimonio, ho rinunciato alla leva (due anni per le donne, nda), ai divertimenti tipici dell’età».

Una volta che i figli sono cresciuti, Hanna ha preso la sua decisione: «Non ho esitato a lasciare quell’uomo. Ho frequentato l’università, ho preso un master. Ma so che ho perso i migliori anni della mia esistenza».

Quello delle spose sedicenni è un fenomeno che – in Israele – inizia a preoccupare le autorità. Si tratta soprattutto di ragazze arabo-israeliane e beduine. Ma non mancano nemmeno quelle di religione ebraica. Come Hanna.

Eppure la legge sul matrimonio – del 1950 – è chiara: i minori si possono sposare solo dai 17 anni in su. Al di sotto si commette reato. Stando all’Ufficio centrale di statistica, però, nel 2008 c’erano 636 ragazzine sposate con non più di sedici anni (la maggior parte aveva celebrato il matrimonio tra il 2005 e il 2007, ma l’avevano registrato al ministero dell’Interno mesi dopo). Quelle di 17 anni erano 1.455 e quelle appena maggiorenni 2.519.

Uno studio del “Centro Rackman per l’avanzamento dello status delle donne” ha calcolato che il numero delle ragazze musulmane sposate al di sotto dei 18 anni è il doppio di quelle di religione ebraica. Nella fascia 16-17 anni il differenziale è addirittura il quadruplo. Nel 2008 poi su 1.665 ragazze (nella fascia 14-18 anni) che hanno partorito ben il 77% era musulmana.

Leonard Berberi

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Passaggi

PASSAGGI / 1

La denuncia arriva da Orna Ben-Simhon, funzionario del ministero dell’Educazione israeliano: circa cento scuole elementari nel nord del paese sarebbero gestite direttamente dal Movimento Islamico. Altre quattrocento, poi, risulterebbero irregolari.

«Il ministero dell’Educazione – ha detto alla Knesset, Ben-Simhon – è preoccupato per il fenomeno e in particolare dell’infiltrazione islamica nelle scuole e negli asili del nostro Paese». Ma i deputati arabi hanno insistito sulla legalità di queste attività.

PASSAGGI / 2

Mai più canzoni. E nemmeno accenni di musica. Il capo del rabbinato d’Israele ha così deciso di vietare ai rabbini le performance canore durante le cerimonie nuziali. La motivazione? Degraderebbe il prestigio del rabbinato e lederebbe la dignità dei religiosi.

L’istituto religioso che guida l’ebraismo israeliano ha deciso anche di rafforzare gli organi di vigilanza. Chi viene scoperto a cantare verrà privato dell’autorizzazione a celebrare matrimoni.

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