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Se anche in Cisgiordania scoppia lo scandalo sui tesorieri di partito

Non è tempo di tesorieri. Vedi alla voce “Lusi” (Margherita). O “Belsito” (Lega Nord). E però, le grane sulla grana che sparisce o viene usata per altri scopi paiono non essere un’esclusiva italiana. Basta vedere cosa succede a Ramallah, in Cisgiordania, la “capitale” dell’Autorità nazionale palestinese. La quale ha da poco deciso di dire basta alla corruzione, al malaffare, ai soldi che arrivano-cambiano proprietario-ripartono verso lidi più dorati istituendo un’Agenzia di lotta al malcostume. Finendo, però, con il tirare in ballo chi ormai non balla da un pezzo, e però è sempre venerato come il Dio sceso in terra.

E allora. West Bank in subbuglio per l’annuncio di un’inchiesta che cerca di fare luce sulla sottrazione di milioni di dollari di fondi pubblici dell’Anp da parte di Mohammed Rashid, ex influente consigliere economico del presidente Yasser Arafat. Era lui il tesoriere effettivo di una montagna di soldi che, quand’era in vita l’uomo con la kefiah sempre attorno al collo, arrivavano da tutte le parti: mondo arabo, mondo asiatico, Italia e Francia e Spagna. Ecco, dicono le anticipazioni di quell’inchiesta che Rashid avrebbe preso milioni di dollari destinati all’infrastruttura disastrata palestinese per farsi i suoi investimenti personali in Giordania, Egitto, Emirati e Montenegro. Per questo l’Agenzia palestinese per la lotta alla corruzione ha chiesto a questi Paesi di congelare i conti correnti riconducibili all’ex consigliere di Arafat.

Mohammed Rashid durante un’intervista ad Al Arabiya

L’interessato, a dire il vero, in Cisgiordania non mette piede da un pezzo. Dal 2004, anno in cui il “caro leader” andò per altri lidi, periodo in cui la moglie Suah Arafat se ne scappò con la figlia e – dissero i maligni senza essere smentiti – con altri milioni di dollari e conti correnti e proprietà private sparse di qua e di là attorno al Mediterraneo. Ecco, Rashid. È comparso, guarda caso, pochi giorni fa, in tv. E ha detto delle cose che in molti non hanno capito, ma tutti hanno compreso il senso: più che parole in libertà erano vere e proprie minacce nei confronti di Abu Mazen, il numero uno dell’Anp. Minacce che prefiguravano la rivelazione di chissà quali retroscena sull’ascesa al trono palestinese proprio di Abu Mazen. «Attento a non commettere un enorme sbaglio», ha ammonito il tesoriere «made in Palestine».

Carriera folgorante quella di Rashid all’interno della formazione di Yasser. Origini curdo-irachene, giornalista, senza nemmeno un soldo, negli anni Novanta si unì alla causa palestinese diventando, in pochi mesi, prima l’esperto d’economia di Arafat, poi il consulente finanziario del gran capo e del suo entourage più stretto.

Il presidente dell’Anp, Abu Mazen

«Rashid è arrivato da noi con le tasche vuote e se n’è andato multimilionario», ha denunciato il capo dell’Agenzia per la lotta alla corruzione. «Sono convinto che le fortune e le attività di business del “curdo” sono fiorite grazie al denaro pubblico e alla distrazione di aiuti internazionali destinati al popolo palestinese». L’ha chiamato proprio così, il capo palestinese: il «curdo». Cosa che, da queste parti, suona come una presa di distanza. Di più: la cacciata definitiva dal clan.

Ecco, a proposito di clan. Secondo qualche giornalista arabo il vento contro la corruzione che ha preso a soffiare su Ramallah non è altro che l’inizio della resa dei conti «selettiva» all’interno della nomenclatura claustrofobica dell’Anp. Rashid è molto vicino a Mohammed Dahlan, l’ex responsabile a Gaza di Fatah (il partito creato da Arafat e preso in mano da Abu Mazen).

Dahlan, nei mesi scorsi, ha avuto la bella idea di affrontare a muso duro proprio Abu Mazen sulla gestione della Cisgiordania, sul rapporto – pessimo – con i “fratelli-coltelli” di Hamas che, intanto, s’eran presi la Striscia di Gaza, sui continui tira-e-molla con gl’israeliani sui colloqui di pace. E così aveva avuto gioco facile Abu Mazen a metter in giro la voce, poi rilanciata da tutti i giornali locali, di un tentato golpe di Dahlan contro gl’interessi palestinesi. A dimostrazione che non è nemmeno tempo di essere amici di tesorieri. In Italia come in Palestina.

© Leonard Berberi

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Immigrazione, esplode la rabbia degli israeliani: “Via gli africani dal nostro Paese”

"Non è razzismo, ma sopravvivenza", recita il cartello di alcuni manifestanti contro l'immigrazione africana nelle città israeliane

Sembra la Padania. Se non fosse che fa più caldo, non domina il verde e non c’è un leader alla guida. Non ancora, almeno. Ma le parole urlate ieri per le vie periferiche delle grandi città hanno fatto gridare qualcuno a una nuova forma di “leghismo”. E di razzismo. Non in Italia. In Israele.

«Non vogliamo aver paura a casa nostra». «Gli infiltrati devono tornarsene a casa loro». Questi e altri slogan sono stati urlati ieri da centinaia di abitanti dei rioni proletari di Tel Aviv e di altri centri urbani israeliani. In tutto il Paese ci sono state molte manifestazioni contro la crescente presenza nelle loro strade di immigrati africani entrati in Israele nella speranza di trovare lavoro. Nella città di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, altri dimostranti sono scesi in piazza per chiedere l’espulsione dalle loro strade di arabi originari di Jaffa accusati di «sedurre e corrompere» le donne ebree.

«Spirano pericolosi venti xenofobi, fomentati da gruppi radicali di destra e da rabbini nazionalisti», sintetizzano i principali quotidiani dello Stato ebraico. E non sempre si tratta solo di parole. Tanto che, fatti i conti qualche giorno dopo sembra l’inizio di una guerriglia. Ad Ashdod (a sud di Tel Aviv) alcune persone non identificate hanno tentato di dar fuoco a un appartamento abitato da cinque sudanesi. A Tel Aviv ragazze di colore sono state malmenate ed insultate da un gruppo di ragazzi. A Gerusalemme la polizia ha arrestato dieci giovani ebrei (fra cui diversi minorenni e alcune ragazze) sospettati di aver sistematicamente aggredito nel centro della città arabi «sorpresi a corteggiare ragazze ebree».

E loro, gli immigrati africani, che fanno? Molti lavorano. Altri bivaccano. E quasi tutti sono preoccupati e spaventati. Negli ultimi giorni hanno tentato di dire la loro, aiutati dai centri sociali israeliani. Ma sono stati zittiti dalla massa di persone che urlava loro contro. E si è sentito anche qualcuno dire: «Forse il governo farà qualcosa per proteggerci». Per ora, il governo, decide di non decidere.

Nel 2010 sono entrati nel Paese 13 mila immigrati africani. Si trovano soprattutto a Eilat, Arad, Ashdod e nei rioni poveri di Tel Aviv. Il fenomeno dei lavoratori stranieri è iniziato con la seconda Intifada, nel 2000, quando i palestinesi hanno cessato di entrare in Israele. Sono stati sostituiti da thailandesi (per i lavori agricoli), cinesi, romeni e turchi (per i lavori edili) e filippini (per l’assistenza agli anziani). Poi sono arrivati gli africani. E la situazione s’è fatta esplosiva.

© Leonard Berberi

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“Uno dei leader più importanti”

Umberto Bossi, della Lega Nord, sull'home page del sito del quotidiano israeliano Ma'ariv

Umberto Bossi? “Uno dei leader politici più importanti d’Italia”. Non è un titolo della “Padania”, il quotidiano leghista. Ma un lungo – e articolato – pezzo uscito su Ma’ariv. Un quotidiano israeliano. Che, tra le tante cose, racconta come il Senatùr sia diventato “uno dei principali sostenitori dello stato israeliano”. “Il rivoluzionario è un nostro amico”, scrive il giornale.

Perchè Bossi piace fin lassù? Semplice: “perchè è pragmatico, perchè capisce le esigenze di un paese, perchè è passato dalla violenza politica al buongoverno”. E perchè, scrive Ma’ariv, ha due punti in suo favore. Primo: l’inno della Lega Nord è il Nabucco di Giuseppe Verdi, cioè “la canzone degli schiavi ebrei”. Secondo: perché i genitori della moglie hanno salvato molti ebrei durante la persecuzione nazista.

Poi il tocco finale, uno di quelli che fanno piangere il popolo di Gerusalemme: “Nonostante tutte le tragedie, gli ebrei non hanno mai perso la loro identità – ha detto Bossi ai quotidiani israeliani -. E nonostante le varie cacciate e persecuzioni, alla fine lo Stato d’Israele è riuscito a portarli tutti nella loro casa e a conservare intatta la propria cultura”.

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