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Quell’appello a Netanyahu per la pace con i palestinesi

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu lunedì con gli occhi lucidi durante la conferenza stampa convocata per commentare l'attacco alla sinagoga di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu lunedì con gli occhi lucidi durante la conferenza stampa convocata per commentare l’attacco alla sinagoga di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

«Primo ministro non c’è più tempo da perdere: faccia la pace con i palestinesi e riconosca il loro Stato. E lo chiediamo proprio noi che abbiamo combattuto le guerre per Israele, proprio noi che conosciamo bene il prezzo pesante e doloroso che richiede ogni conflitto». Alcuni giorni fa in 106 tra esperti, ex generali ed ex capi dell’Intelligence, hanno scritto una lettera al premier Benjamin Netanyahu. Una lettera accorata. Soprattutto: pubblica.

Un messaggio firmato da 101 ex numeri uno dell’esercito israeliano, due ex vertici del Mossad e tre ex comandanti della Polizia ma con una sola voce. La voce di chi si è dichiarato «stanco, esausto per tutti questi scontri armati». «Abbiamo combattuto con coraggio per il Paese nella speranza che questo servisse a far vivere ai nostri figli una vita migliore e in pace», continua la lettera. «Ma la realtà è un’altra e ora siamo ancora qui a spedire i nostri figli sul campo di battaglia, a guardarli nelle loro uniformi a combattere… Qui non c’entrano la destra e la sinistra. Ma di seguire un’opzione alternativa per risolvere il conflitto… Per questo ci aspettiamo da lei una mossa coraggiosa e da leader. Ci guidi verso quella soluzione e noi l’appoggeremo».

Le lacrime poco prima dei funerali di uno dei rabbini uccisi a Gerusalemme (foto di Abir Sultan / Epa)

Le lacrime poco prima dei funerali di uno dei rabbini uccisi a Gerusalemme (foto di Abir Sultan / Epa)

Una mossa senza precedenti, almeno nei numeri. Accolta però con un certo fastidio da Netanyahu. Che ha preso quell’iniziativa come uno dei tasselli per farlo fuori dalla guida del Paese: «Non è tempo per uno Stato palestinese – ha commentato – perché questo mette a rischio la nostra incolumità». Ma ora, proprio quella lettera torna alla ribalta e appare quanto mai cruciale per le sorti dello Stato ebraico. Ora che Israele ha vissuto un altro giorno di terrore e paura e disperazione con i cinque morti nella sinagoga di Gerusalemme per mano di due attentatori arabi con passaporto israeliano.

«Siamo sull’orlo di un precipizio e di fronte a una società sempre più polarizzata e demoralizzata», ha spiegato agli inizi di settembre a Canale 2 Eyal Ben-Reuven, ex maggior generale dell’esercito. «Non ho dubbi sul fatto che il primo ministro faccia di tutto per il nostro bene, ma temo che soffra di una sorta di cecità politica che spaventa tutti noi ma un po’ anche lui stesso».

Naftali Bennett, leader di uno dei partiti israeliani di destra, mostra le foto delle vittime e la giornalista chiede di non farlo

«Israele ha tutti i mezzi e la forza per raggiungere la soluzione dei due Stati senza mettere in pericolo la nostra sicurezza», hanno raccontato sempre a Canale 2 diversi esperti. «Ma se non siamo ancora arrivati a una soluzione pacifica è perché la nostra leadership è molto debole».

La «soluzione pacifica» per i 106 è un piano del 2002 approvato all’unanimità dalla Lega Araba e quasi all’unanimità (56 favorevoli, un astenuto, l’Iran) dall’Organizzazione per la cooperazione islamica [leggi qui il documento]. Prevede una «Pace piena», «il riconoscimento diplomatico d’Israele» e «relazioni normali» tra Stati arabi e quello Ebraico in cambio di tre cose. La prima: il ritorno ai confini che c’erano prima dell’armistizio del 1967. La seconda: scambio e compensazione di territori. La terza: un compromesso «giusto» e «concordato» per risolvere la questione dei rifugiati palestinesi. Tre punti che ora – sperano in molti – devono tornare sulla scrivania di Netanyahu.

© Leonard Berberi

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Lega Araba all’Onu: “No-fly zone su Gaza”. E la Turchia sgrida Israele sui raid aerei

Amr Moussa, segretario generale della Lega Araba (foto Ap)

Una no-fly zone sulla Striscia di Gaza. Così da proibire qualsiasi blitz aereo israeliano. È quanto chiederà alla prossima riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite la Lega Araba per bocca del suo segretario generale, Amr Moussa.

Intanto la Turchia è tornata ad alzare la voce contro lo Stato ebraico. «Gli attacchi su Gaza sono eccessivi e sproporzionati», ha detto il ministro degli esteri turco. «Condanniamo nel modo più fermo la violenza israeliana contro i civili palestinesi e invitiamo Gerusalemme a ripristinare un senso di proporzione nella rappresaglia».

In tutto, 18 palestinesi sono stati uccisi e quasi 70 feriti, secondo fonti mediche, dall’inizio di una nuova fase di violenza con gli israeliani, a partire da giovedì, quando un missile anti-carro lanciato da Hamas ha colpito un autobus, ferendo gravemente un adolescente in Israele. Si tratta del numero di vittime maggiore dalla fine dell’offensiva israeliana «Piombo fuso» contro la Striscia di Gaza, avvenuta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, quando morirono 1.400 palestinesi e 13 israeliani.

Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Robert Serry, ha mediato una tregua tra Israele e le fazioni a Gaza. A confermarlo è stato un funzionario di Hamas: «A seguito della mediazione del coordinatore Onu per il Medio Oriente, che ha avuto contatti con Israele, Hamas e le fazioni a Gaza, si è concordato un cessate il fuoco con Israele», ha dichiarato all’agenzia tedesca Dpa Salah al-Bardawil, figura di spicco di Hamas.

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Gerusalemme Est, Netanyahu dà il via alle nuove costruzioni

«Ma Netanyahu ci è o ci fa?». La domanda – retorica – giurano di averla sentita dire nientemeno che dal presidente palestinese Abu Mazen. Arrabbiatissimo non solo perché «così non c’è più lo spazio per il dialogo», ma anche perché «in questo modo Netanyahu decreta la fine della mia autorità politica».

Mentre l’amministrazione Obama cerca di salvare il salvabile, mentre il mondo arabo non dà indicazioni all’Anp perché stavolta vuole davvero chiudere la questione con gl’israeliani, il premier dello Stato ebraico Bibi Netanyahu autorizza la costruzione di 238 nuove unità abitative oltre la linea di demarcazione in vigore fino al 1967, nei quartieri di Ramot e Pisgat Ze’ev.

Un’area, quella di Gerusalemme Est, che a dire il vero non è mai stata considerata nella moratoria di dieci mesi sulle nuove costruzioni, ma che – per ragioni diplomatiche – era comunque diventata zona off limits. Soprattutto dopo la visita del vice-presidente Usa Joe Biden.

Il quartiere di Pisgat Ze'ev, tra Gerusalemme e Ramallah

Il ministro dell’edilizia Ariel Atias (del partito ultrareligioso Shas) ha autorizzato la costruzione di 158 alloggi nel rione ebraico di Ramot (che conta 47mila abitanti) e di altri 80 a Pisgat Ze’ev (fra Gerusalemme e Ramallah) dove vivono 45mila israeliani.

Secondo il quotidiano Maariv, Netanyahu avrebbe avvertito Washington della novità lasciando intendere di essere stato obbligato, dopo mesi di inattività, ad autorizzare le costruzioni. «Si tratta di un chiodo ulteriore sulla bara dei negoziati», ha detto una fonte dell’Anp. Più diplomatico, ma comunque durissimo anche il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat: «Sembra che Netanyahu abbia fatto la propria scelta: meglio gli insediamenti della pace». Stavolta nemmeno gli Stati Uniti hanno nascosto la loro contrarietà.

Ora gli occhi del Medio oriente sono puntati sulla visita di Stato in Marocco di settimana prossima del presidente israeliano Shimon Peres. Peres spera di riuscire ad usare l’influenza di re Mohammed VI sulla Lega araba per dare una mano al dialogo israelo-palestinese. Nel frattempo a Gerusalemme Est quella di venerdì è stata l’ennesima giornata di scontri e violenze.

Leonard Berberi

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