cultura

“La fabbrica dei fantasmi”, otto voci e un Olocausto

C’è la mamma. Si preoccupa, lei, delle incombenze di casa. E di mettere a posto – nel lavoro e nella vita – la figlia e il figlio. C’è il militare. Si preoccupa, lui, di rispettare il più possibile alla lettera gli ordini calati dall’alto. Così, senza filtri. Senza una ragione. Ma con un obiettivo. Una soluzione. Finale. C’è il ragazzo. Un po’ così. Ma l’unico, terribilmente l’unico, a vedere quello che tutti gli altri non possono vedere. Non vogliono vedere.

Poi c’è la figlia. Giovane. Con la testa già verso il fidanzato da favola, il matrimonio da favola, la vita da favola. L’esistenza – per lei, per tutti – prenderà un’altra piega. C’è il colluso. Ancorato, nel bel mezzo della disperazione, a un pragmatismo mortale. E il Rosso. Che sembra aver trovato, nel puzzo di campagna, la sua dimensione. C’è pure il fantasma. E l’amico del fantasma. Morti viventi, prima. Morti veri, poi.

E infine c’è quella fabbrica. Costruita nel cuore della notte e nel cuore della foresta. Tirata su in modo che nessuno possa vedere cosa si produce dentro. Sorvegliata per tenere tutti a larga. Ché quella non è una vera fabbrica. È un buco nero. È la morte dell’uomo. È il nulla.

L’Olocausto visto dall’altra parte. Dal fronte di chi – e sono stati in tanti – per un pizzico di lavoro non ha voluto vedere. Non ha voluto sentire. Non ha voluto pensare e vivere. Dal fronte di chi vedeva la Morte lavorare giorno dopo giorno. Di chi alla Morte portava il pane e le donne. E lavava e stirava la divisa. Di chi poteva sentire il puzzo di bruciato, ma preferiva sopportare.

C’è tutto questo nel libro di Francesca Bettelli «La fabbrica dei fantasmi» (Gaffi Editore, 130 pagine, 10 euro). C’è la storia di un villaggio (non sapremo mai quale) che vive e lavora come se nulla fosse a pochi passi da un campo di concentramento. Perché questo è stato l’Olocausto. Un ammasso di individui che per mesi, per anni, ha vissuto vite parallele, sospese. Che da un giorno all’altro si son visti sparire il vicino di casa lì da decenni. Per poi non farsi domande. Nemmeno una.

Il libro «corale» di Francesca Bettelli non ricorre a frasi ad effetto. Non strizza l’occhio alla prosa aggraziata. E nemmeno alla pancia – sensibile – di chi si ricorda degli oltre 6 milioni di ebrei sterminati nei lager. Semplicemente racconta. Immagina. Riporta. Sintetizza. Del resto, di fronte all’Orrore umano, non c’è bisogno di fantasia. È successo tutto per davvero.

«Quando saremo all’altro mondo – scrive nell’ultima pagina la Bettelli, riprendendo una frase di Simon Wiesenthal – e incontreremo i milioni di ebrei sterminati nei campi nazisti ed essi ci chiederanno cosa abbiamo fatto noi che siamo sopravvissuti, io risponderò: “Io non ho dimenticato”».

© Leonard Berberi

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“Made in Lager”

La galleria degli orrori (in vendita) sembra non finire mai. Anzi, si alimenta di nuovi cimeli che riemergono dal passato. Come il sapone “made in lager” che un venditore canadese di oggetti storici – tal Abraham Botines di 73 anni – avrebbe intenzione di vendere nel suo negozietto di Montreal.

La cosa che fa orrore – ancora di più – è il fatto che Botines è di origine spagnola e soprattutto ebreo. Quando ha deciso di vendere il sapone prodotto nei campi di concentramento nazisti in Polonia, la comunità ebraica di Montreal non ha potuto far altro che criticare l’iniziativa chiedendo alla polizia canadese di verificare la composizione del materiale spacciato per sapone.

Un sapone che, almeno nei campi di concentramento, veniva fatto con il grasso umano degli ebrei uccisi. Dopo averne ricevute alcune barrette  – prodotte nel 1940 – da un soldato canadese della Seconda guerra mondiale, ora Botines intende vendere ogni pezzo a circa 300 dollari.

“Non voglio esaltare il Nazismo – si giustifica Botines -, ma conservare la memoria dell’Olocausto”. Anche se in passato il collezionista avrebbe tentato di rivendere – senza successo – il quantitativo al Museo dell’Olocausto di Montreal. Quanto all’accusa di rivendere prodotti fatti con grasso umano, il 73enne ammette: “Non posso garantire per la composizione effettiva del sapone”.

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La solitudine

Non bastava Hitler. Con i suoi progetti folli. E i suoi campi di concentramento. E non bastava nemmeno quel senso di impunità che ha circondato – chi più, chi meno – i gerarchi nazisti. Ora, i sopravvissuti devono fare i conti con quel passato. Che, a conti fatti, non passa.

Depressione, disturbo del sonno, instabilità emotiva. E solitudine. I nuovi mostri per chi è uscito vivo da quell’Inferno sono questi. Due terzi dei 220.000 dei sopravvissuti – secondo la Fondazione israeliana che si occupa proprio di loro – devono fare i conti con problemi psichici che sono diretta conseguenza di quegli anni.

“Più invecchiano, più aumentano i loro bisogni”, dice Zeev Factor, portavoce della Fondazione e un sopravvissuto egli stesso. “Il primo nemico ora è la solitudine perchè la maggiore parte è anziana e soprattutto sola al mondo”. Paradossalmente, la pensione rischia solo di essere una trappola. “Senza niente da fare, chi è uscito vivo dai lager non può che ripensare al suo passato. E questo non è proprio il miglior modo per godersi la vecchiaia”, conclude Factor.

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Il pasticcio

Il regista discusso Jonathan Segal (Ynet)

Una vicenda strana. Con sceneggiature taroccate e dipendenti licenziati. Con computer che fanno i capricci e giornalisti che alzano il dito. Sullo sfondo, un film. E una richiesta di finanziamento statale.

Il regista Jonathan Segal è finito nell’occhio del ciclone in Israele. Accusato, dal giornalista Yair Lapid, di fare un paragone tra l’occupazione israeliana in Cisgiordania e la Shoah nel film in preparazione che si chiamerà “Odem”. Lapid cita un documento inviato dalla casa di produzione del film all’Ente di stato per la cinematografia con la richiesta di un finanziamento.

Ma Segal ha negato che il film faccia un paragone simile. E qui parte il giallo. Perché, ha raccontato il regista, il documento inviato era stato scritto male da un produttore licenziato due anni prima. Non solo. Perché proprio quella richiesta – sbagliata – era stata inviata senza revisioni “per errore” dal computer di una delle persone che partecipano alla produzione del film.

Poi l’attacco. “Ho tutto il diritto di dire cose che per altri possono risultare sgradevoli”, ha detto Segal. “E’ il bello del nostro Paese: si possono dire cose diverse ed esprimere opinioni differenti”.

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