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Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

© Leonard Berberi

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Israele, il governo è quasi pronto. I partiti ultrareligiosi finiscono all’opposizione

Il leader di "Yesh Atid" Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l'apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Il leader di “Yesh Atid” Yair Lapid (a sinistra) stringe la mano al primo ministro Benjamin Netanyahu durante l’apertura dei lavori della Knesset lo scorso 5 febbraio (foto Flash90)

Ci siamo. O, almeno, così sembra. La rivelazione Yair Lapid andrà a sedersi al ministero delle Finanze. L’altra sorpresa del 22 gennaio, Naftali Bennett, guiderà il Commercio e l’industria. Fuori, ed è una gran novità, le formazioni ultrareligiose. Dopo aver ballato sul filo del tempo, dopo aver chiesto altre due settimane di tempo per formare il nuovo governo, il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe chiuso i lunghi, lunghissimi, colloqui per dare vita al nuovo esecutivo di 70 seggi (su 120).

Un esecutivo, a dire il vero, variopinto. E che, fino a quando non sarà ufficializzato, potrebbe andare incontro a sorprese dell’ultimo momento. Perché c’è ancora molto su cui accordarsi. Ma comunque dovrebbe essere formato dal ticket “Likud”-“Beitenu” (31 seggi), la formazione di Lapid “Yesh Atid” (19 parlamentari), quella di Bennett “Jewish Home” (12), la realtà di Tzipi Livni “Hatnua” (6) e “Kadima” (2). All’opposizione gli altri partiti: i laburisti di Shelly Yechimovich e gli ultraortodossi dello “Shas” e dello “United Torah Judaism”.

Il ministero degli Esteri dovrebbe essere ancora messo a disposizione di Avigdor Lieberman, già numero uno della diplomazia israeliana fino allo scorso dicembre, quando s’è dimesso dopo l’accusa di corruzione. La Difesa dovrebbe andare a Moshe Ya’alon (“Likud”), ex pezzo grosso dell’esercito. Tzipi Livni, primo leader di un partito a mettersi d’accordo con Netanyahu per il nuovo esecutivo, avrebbe chiesto per sé la guida dei negoziatori israeliani nei colloqui di pace con i palestinesi.

In tutto, nel nuovo governo dovrebbero esserci 23-25 dicasteri. Secondo la Radio militare otto dovrebbero andare al “Likud”, sei a “Yesh Atid”, quattro a “Jewish Home”, tre a “Israel Beitenu”, due a “Hatnua” e uno a “Kadima”. Stasera – sabato 9 marzo – l’ultimo giro d’incontri. Mercoledì l’annuncio ufficiale. E l’avvio di un esecutivo che dovrà risolvere tante questioni. Una su tutte: cosa fare con la Cisgiordania. Obama, in visita tra pochi giorni, lo dirà chiaro a Gerusalemme e Ramallah: bisogna riprendere i negoziati, subito.

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Il bello, il padre, l’imprenditore: ecco i protagonisti delle prossime elezioni in Israele

Uno doveva scendere in campo (politico) anni fa. Poi, non si sa perché, quella discesa restava solo sulla carta (di giornale). E passava di bocca in bocca nei corridoi della Knesset, il parlamento israeliano. L’altro, invece, è uno storico tesserato del partito Laburista israeliano. Diventato famoso per essere il padre di un soldato rapito in terra d’Israele più che ragazzino e tenuto in gattabuia dai terroristi di Hamas per 5 lunghissimi anni. Uno si chiama Yair Lapid. L’altro Noam Shalit.

E stavolta è tutto vero. Tutto certo. Yair Lapid, il «bello della tv», 48 anni compiuti a novembre, uno dei giornalisti più famosi d’Israele, ha deciso: basta condurre il tg (su Canale 2), ora si va a fare politica. Seria. Serissima. Se è vero che alla Knesset – e prim’ancora: in campagna elettorale – troverà una donna (Tzipi Livni) e un partito (Kadima, “Avanti” in italiano) pronti a fargli le barricate. E le pulci. Ché da sempre si fa così, anche qui, in terra d’Israele, terra di latte e miele. E di veleni politici.

Yair Lapid

Kadima avrebbe più di un motivo di temere la discesa in campo di Lapid. Secondo alcuni sondaggi – gli stessi, a dire il vero, che circolarono anni fa – il partito del giornalista tv porterebbe via voti al partito della Livni avendo una piattaforma simile. Tra i 15 e i 20 seggi. Sarebbe una disfatta per Kadima, insomma. Anche se i voti – quelli veri – sono un’altra cosa. E bisogna guadagnarseli. Anche se Yair non è un giornalista qualsiasi, diventato famoso grazie al mezzo tv. È figlio dell’ex ministro della Giustizia Yosef “Tommy” Lapid, che anni fa guidò il partito centrista laico “Shinui”.

Il conduttore di tg è molto amato dai giovani laici di Israele, anche per il suo impegno contro il crescente potere degli ambienti religiosi. E c’è anche un po’ di curiosità a vedere all’opera non solo lui, Yair, ma anche lei, Shelly Yehimovich, ex volto di Canale 2, ex collega di Lapid, e da poche settimane numero uno dei laburisti israeliani. Rivali, insomma. Anche se c’è qualcuno che immagina coalizioni di centro-sinistra. Progetti di governo unitario. Tutto per mettere all’angolo le destre ultrareligiose che dettano ormai legge nell’esecutivo Netanyahu.

La febbre israeliana per le prossime elezioni non è del tutto immotivata. Ufficialmente si vota nel novembre del 2013. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che vedono delle elezioni anticipate. E su iniziativa dello stesso Benjamin Netanyahu. I sondaggi commissionati dal premier, infatti, lo vedono in vantaggio.

Noam Shalit

Ma ora c’è la «grana» Lapid. Definito un uomo «pragmatico», «attento alle questioni sociali». Pericoloso, insomma. Così pericoloso che da qualche giorno s’è iniziato a discutere su una proposta di legge che – guarda caso – chiede ai giornalisti di passare attraverso sei mesi di stop dal lavoro giornalistico prima di fare politica. Legge – sempre guarda caso – nota alla Knesset come «Legge Lapid». Certo, poi Yair, ha anche un vantaggio: è considerato uno degli uomini più belli d’Israele. Così bello da contendere nel 2007 lo scettro a personaggi dello sport, dello spettacolo, della musica e del cinema.

Poi c’è Noam Shalit. Sul quale, almeno in Italia e in Europa, si sa quasi tutto. La notizia della candidatura alla Knesset del padre di Gilad Shalit è rimbalzata a margine dell’elezione odierna a nuovo presidente del gruppo parlamentare del Labour dell’ex ministro Yitzhak Herzog. Noam Shalit è, grazie al figlio, una figura pubblica di rilievo nel Paese e all’estero. Anche per quella ostinazione – lunga cinque anni – a chiedere a qualsiasi premier israeliano la liberazione del figlio.

Shlomo Yanai

Se confermata, la scelta di Noam Shalit si orienterebbe in ogni modo sul campo avverso rispetto alla destra guidata da Netanyahu. E rappresenterebbe un aiuto al tentativo di rilancio del partito laburista, guidato in passato dall’attuale ministro della Difesa, Ehud Barak, che ha pensato bene di farsi un suo di partito.

Sia Yair Lapid che Noam Shalit dovranno vedersela con le formazioni di destra. E con Shlomo Yanai: ennesimo colpo di scena degli ultimi giorni, ennesimo personaggio famoso nel Paese e ex amministratore delegato del colosso farmaceutico “Teva”. Insomma si annunciano elezioni lunghe, spettacolari e al cardiopalma. Ma per quest’ultimo il rimedio c’è: basta chiedere a Yanai, appunto.

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E Netanyahu annunciò le primarie di partito

E’ tempo di primarie. Con un annuncio a sorpresa, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che il suo partito Likud condurrà elezioni primarie il 31 gennaio prossimo, con un largo anticipo sulla fine della legislatura (prevista per il 2013). In questa data Netanyahu chiederà ai 120 mila membri del partito di confermare la sua leadership. Incontrando la lista parlamentare del Likud, Netanyahu ha giustificato la decisione con la necessità di risparmiare fondi in quanto il 31 gennaio il Likud terrà anche una consultazione interna.

Secondo gli osservatori, Netanyahu intende sfruttare al massimo la sua popolarità in Israele (cresciuta anche in seguito allo scambio di prigionieri con Hamas e alla liberazione del soldato Gilad Shalit), mentre nei sondaggi il Likud precede di larga misura tutti gli altri partiti principali fra cui i centristi di Kadima, i laburisti e i nazionalisti di Israel Beitenu (del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman). La sortita di Netanyahu, secondo gli analisti, ha colto di sorpresa il suo principale rivale in seno al partito, il vice-premier Silvan Shalom, che finora non ha però espresso alcun commento.

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Una donna alla guida della sinistra israeliana

Il nuovo leader della sinistra israeliana è una donna, una “pasionaria” e un’ex giornalista televisiva. A guidare i laburisti nei prossimi anni sarà la cinquantunenne Shelly Yachimovich (al centro, nella foto sopra) dopo aver battutto al secondo turno Amir Peretz, l’ex numero uno dei sindacalisti dello Stato ebraico e un tempo guida politica della Yachimovich.

A rendere noto l’esito della consultazione di mercoledì 21 settembre che ha coinvolto circa sessantamila laburisti è stata la tv israeliana. La Yachimovich ha vinto raccogliendo il 54% dei consensi contro il 45 di Peretz. Bisognerà aspettare però giovedì pomeriggio per i dati ufficiali.

Tom Wagner, portavoce dell’ex sindacalista e dell’ex ministro della Difesa, ad ammettere la sconfitta e a congratularsi con il nuovo leader via telefono. Ora toccherà alla Yachimovich riportare il partito laburista ai fasti dei primi trent’anni d’Israele per aumentare anche il peso della sinistra in Parlamento (il Labour ha solo otto deputati alla Knesset).

Leonard Berberi

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Israele, i laburisti scelgono il nuovo leader

È un po’ la stessa storia in tutto il mondo. Prendete un partito di sinistra – un tempo grande, ora in decadenza –, prendete la lotta estenuante per decidere la leadership e aggiungeteci che ora, in Parlamento, è all’opposizione e là rischia di rimanerci per un bel po’. A meno che non arrivi il Messia (politico).

Il marasma della sinistra da mesi tocca anche Israeke. E infatti è qui che oltre 60 mila laburisti si stanno recando alle urne per scegliere un nuovo leader del partito «Havoda» (laburisti), rimasto senza una guida dopo che il suo numero uno Ehud Barak, ministro della Difesa di un governo di destra, ha deciso a inizio anno la scissione.

Ora il Labour è il quinto partito alla Knesset per ordine di importanza. E pensare che nel suo memoriale politico può contare su dirigenti e statisti illustri come David Ben Gurion (il padre della Patria), Golda Meir, Shimon Peres (attuale presidente del Paese) e Yitzhak Rabin.

L’esito del voto si saprà solo nella tarda notte. La sfida è tra due contendenti, gli stessi due che nelle elezioni di quindici giorni fa hanno raccolto il maggior numero di consensi. Da un lato c’è l’ex sindacalista ed ex ministro della difesa Amir Peretz (59 anni). Dall’altro, l’ex giornalista televisiva e “pasionaria” Shelly Yehimovic (51), unica donna candidata. Nel primo turno è stata quest’ultima a prevalere – di misura – sul primo: 32% contro il 31 dell’ex sindacalista.

Peretz è stato pubblicamente sostenuto dalla figlia di Rabin, Dalia. La Yehimovic ha raccolto da parte sua il sostegno dell’attuale leader della centrale sindacale Histadrut, Ofer Eini. Diversi analisti sostengono che entrambi i candidati sembrano in sintonia con la protesta degli «indignados» che questa estate hanno invocato nelle strade di Israele una maggiore giustizia sociale piantando tende nel cuore dello shopping telavivino.

In tutto questo ci sono i sondaggi d’opinione che assegnano al partito laburista (oggi ha otto deputati) dai 18 ai 22 seggi, sui 120 della Knesset. Numeri incoraggianti, anche se virtuali. C’è solo un piccolo problema, un problema peraltro molto italiano: i rapporti fra Peretz e Yehimovic sono così tesi che non si possono escludere né faide interne, né nuove scissioni.

Leonard Berberi

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I ladri rubano la bici del sindaco di Tel Aviv

Non è che siano giorni proprio indimenticabili, questi, per Ron Huldai. Il sindaco di Tel Aviv, laburista fino alle ossa, ha dovuto subire prima la scissione interna al partito. Poi, in meno di 24 ore, anche il furto della sua bici.

Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai (laburista, 66 anni), posa accanto alla sua bici. Ora rubata

Sì, perché Huldai è un primo cittadino ecosostenibile. Viaggia parecchio in macchina. Ma entro le mura cittadine lo si vede ogni giorno pedalare sulla sua due ruote. A sessantasei anni suonati. E comunque. Dopo una giornata di lavoro intenso, il sindaco è uscito dal municipio e si è avvicinato al posto in cui aveva lasciato la sua bici color verde elettrico.

Solo che, una volta lì, ha scoperto che la due ruote qualcuno gliel’aveva rubata. Proprio nel cuore politico della città. Nel luogo, per eccellenza, più sicuro. A denunciare il furto è stato lo stesso primo cittadino. Che continua nel ritorno a casa della sua “creatura”.

Una beffa, questo furto. Un fattaccio che colpisce uno dei più convinti sostenitori della diffusione delle bici nella città. Non solo perché così si ottimizzano i tempi di trasporto, ma anche perché si vive tutti e meglio. È grazie a Huldai se di fianco a ogni marciapiede di Tel Aviv si trova sempre anche una corsia riservata ai ciclisti. Tutti accorgimenti che, però, non hanno ancora fermato i ladri di biciclette.

Leonard Berberi

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