attualità

La vittoria di Bibi Netanyahu

Benjamin Netanyahu, rieletto primo ministro d'Israele

Benjamin Netanyahu, rieletto primo ministro d’Israele

A poche ore dal voto s’è lanciato a destra. Molto a destra. «Se sarò rieletto primo ministro non ci sarà uno Stato palestinese», ha detto dal podietto allestito alla periferia di Gerusalemme. E mentre lo diceva sullo sfondo trionfavano i cantieri e i palazzi in costruzione per l’allargamento di Har Homa, un insediamento ebraico in Cisgiordania.

Era un tentativo disperato. Perché i sondaggi lo davano indietro, anche di quattro seggi. Perché con quella frase ha finito per confermare le accuse degli Stati Uniti di boicottare qualsiasi tentativo di pace tra i due popoli. E perché potrebbe essersi alienato anche quei pochi alleati – importanti – che gli sono rimasti nel mondo.

Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente e candidato di punta del Likud, parla lunedì 16 marzo ad Har Homa, a sud di Gerusalemme (Menahem Kahana/Afp)

Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente e candidato di punta del Likud, parla lunedì 16 marzo ad Har Homa, a sud di Gerusalemme (Menahem Kahana/Afp)

Però eccolo qui, il giorno dopo, presentarsi come il vincitore. «Contro tutto e tutti», come ha sottolineato martedì sera dal suo quartier generale. «Contro tutti e nonostante la moglie», ha fatto sapere più di un consigliere del premier per sottolineare le diverse situazioni imbarazzanti causate da Sara, la first lady. Il tutto mentre sotto al palco centinaia di sostenitori gli chiedevano soltanto una cosa: nessun governo di unità nazionale, nessuna alleanza con il centro-sinistra.

Benjamin Netanyahu continuerà ad essere il primo ministro d’Israele. Stavolta lo potrà fare non da seconda scelta – come indicavano tutti i sondaggi della vigilia – ma da leader di un partito, il Likud, che guadagna 30 seggi (o 29), cioè un quarto della Knesset, il parlamento. E come rappresentante di un Paese che è andato a votare in massa, come non succedeva da anni. «Non vorremmo essere nei panni di Barack Obama e di quando dovrà telefonargli per congratularsi», scherzavano ieri diversi esponenti del Likud, ricordando come tra i due leader ormai i rapporti siano al minimo diplomatico.

Israeliani in coda per votare alle elezioni del 17 marzo 2015

Israeliani in coda per votare alle elezioni del 17 marzo 2015

Ha vinto Netanyahu. Tuffandosi a destra. Allontanandosi dal centro. Un centro affollato di pesi massimi (Yesh Atid di Yair Lapid, Kulanu di Moshe Kahlon). E una destra – pure religiosa – frammentata, nonostante fossero gli alleati «naturali»: c’era Yahad, il «clone» degli ultrareligiosi dello Shas. Eppoi United Torah Judaism. Quindi Avigdor Lieberman con Yisrael Beitenu e Naftali Bennett con Casa ebraica.

Il premier uscente ha parlato proprio a loro, alla destra. Senza alienarsi le simpatie degli altri partiti del settore. Senza dire «votate per me, non per loro». Ma trasmettendo, per ore, lo stesso messaggio: «Se mi volete come primo ministro votate Likud. Se non volete che la sinistra s’impadronisca d’Israele, mettendolo in pericolo, votate Likud».

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all'ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Un ultraortodosso guarda un operaio mentre lavora su un maxiposter di Benjamin Netanyahu all’ingresso di Gerusalemme (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Poi ha strizzato l’occhio ai coloni – elettorato di base di Bennett e Lieberman – ma senza irritare gli alleati politici passati, presenti e futuri. «Nelle circostanze attuali in Medio Oriente non c’è spazio per la soluzione dei due Stati: ogni spazio che lasciamo a loro verrebbe utilizzato per armare gli islamisti e scatenarli contro di noi», ha detto Netanyahu. «Esattamente quello che è successo in Libano e nella Striscia di Gaza. È quello che accadrebbe in Cisgiordania».

Ma non sarà un percorso in discesa per Netanyahu. Intanto c’è da sciogliere il nodo della coalizione di governo. Il presidente Reuven Rivlin preme per un esecutivo di larghe intese. Moshe Kahlon, forza in campo decisiva, non si dice contrario all’idea. Ma Netanyahu deve fare i conti con il suo elettorato che gli chiede una formazione di destra. E con il fatto che, seggi alla mano, ci sono i margini per creare una realtà schierata tutta da una parte.

Isaac Herzog, leader di Unione sionista (centro-sinistra) martedì 17 marzo al voto

Isaac Herzog, leader di Unione sionista (centro-sinistra) martedì 17 marzo al voto

E dall’altra parte? Lo sconforto. La delusione. Anche in presenza di un risultato che si conferma tra i migliori degli ultimi vent’anni. Unione sionista – nonostante il vento occidentale favorevole, nonostante l’editoriale di sostegno del settimanale Economist – non ha sfondato quanto poteva. Quanto doveva. Isaac Herzog, a capo di questa coalizione di centro-sinistra, è apparso un aspirante primo ministro troppo debole di fronte alle sfide interne (l’economia, il costo della vita, la bolla immobiliare) e, soprattutto, esterne (l’Iran, Isis, Hezbollah).

E non ha giocato a suo favore nemmeno la confusione di leadership, causata dalla coabitazione – nella cabina di pilotaggio del Paese – con Tzipi Livni, ex ministro della Giustizia e alla guida di una formazione di centro. Avevano deciso di cedersi la guida del Paese dopo due anni: prima Herzog, poi Livni. Ma gli spin doctor si sono accorti che era proprio quello che faceva il gioco di Netanyahu: l’assenza di un’unica guida all’opposizione. Per questo, a poche ore dall’apertura dei seggi, Livni si è tirata indietro: nessuna alternanza in caso di vittoria, il premier sarà sempre Herzog per tutti e quattro gli anni.

Una donna arabo-israeliana vota alle elezioni del 17 marzo 2015

Una donna arabo-israeliana vota alle elezioni del 17 marzo 2015

Resta ora da capire anche il ruolo degli arabi. Sono la terza forza del Paese. Rappresenteranno il 20% della popolazione israeliana. Per tutto martedì è stata diffusa la voce che stavano votando in massa, tanto da spingere proprio Netanyahu a fare appello ai suoi sostenitori. Ma è ancora presto per capire quanti di loro si siano recati alle urne. Come bisognerà capire pure come hanno votato le diverse fasce della popolazione.

L’unica certezza è Netanyahu. Che da oggi dovrà lavorare per formare il nuovo governo. E da domani dovrà affacciarsi nel mondo e ristabilire i rapporti con l’Occidente. Ma questa è un’altra storia.

© Leonard Berberi

Annunci
Standard
attualità

Elezioni in Israele, le proiezioni e le possibili coalizioni

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash 90)

Le schede con i partiti con le quali si è votato nel 2013 (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Alla fine l’ago della bilancia potrebbe essere il nuovo entrato. Un po’ come accadde nell’altra tornata elettorale con «Yesh Atid» del giornalista-conduttore Yair Lapid. «Kulanu», la formazione creata poche settimane fa da Moshe Kahlon (ex ministro del premier uscente Benjamin Netanyahu) con i suoi 8 seggi – secondo la media degli ultimi sondaggi – rischia di decidere le sorti del futuro governo israeliano: è solo con loro, salvo grandi sommovimenti, che i due blocchi possono sperare di prendere almeno 61 seggi (su 120) per un nuovo governo.

A cinque giorni dalle elezioni del 17 marzo «Unione sionista», il blocco di centro-sinistra formato da laburisti e dal partito di Tzipi Livni si attesta attorno ai 24 seggi. Seguito dal «Likud» del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Terzi, con 13 deputati, «Focolare ebraico» di Naftali Bennett, le Liste arabe unite e «Yesh Atid» di Yair Lapid. Seggi anche per «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman (6), per gli ultrareligiosi dello «Shas» (7) e dello «United Torah Judaism» (6), per «Yahad», la formazione di Eli Yishai (ex «Shas», 4) e i comunisti di «Meretz» (5).

israel_poll_1Netanyahu resta il favorito per la formazione del nuovo esecutivo. Giocano, dalla sua parte, sia il campo politico di «Kulanu» (destra) che il fatto di dovere a che fare con realtà non molto distanti dalle idee di base del suo «Likud». Molto più complicata – e frastagliata – la situazione dall’altra parte. Dove il blocco di centro-sinistra («Unione sionista») secondo i seggi che gli assegnano i sondaggi dovrebbe formare una coalizione eterogenea composta da loro, «Yesh Atid» (centrista), le Liste arabe unite, «Meretz» (comunisti) e, appunto, «Kulanu».

Falafel Cafè ha preparato i due principali scenari se dovessero confermarsi i sondaggi. Scenari che, nel caso del blocco di centro-sinistra-arabi, risulta poco probabile. Sempre che non ci si comporti proprio come nel 2013: nessuna maggioranza e governo di grande coalizione. Ma questa è un’altra storia…

© Leonard Berberi

israel_poll_right_no_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_no_kulanuisrael_poll_right_with_kulanuisrael_poll_left_center_arabs_with_kulanu

Standard
politica

Sicurezza e rivali, ecco come Netanyahu corre verso la vittoria (salvo sorprese)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Il primo ministro israeliano uscente Benjamin Netanyahu saluta i suoi supporter il 23 gennaio 2013 (foto di Yotam Ronen/Activestills)

Tutto deciso. Salvo sorprese. Perché alle elezioni mancano ancora dei giorni (23, per la precisione). E perché lo scenario mediorientale – incasinato com’è, soprattutto in questi ultimi anni – non lascia spazio alla prevedibilità.

E però chi ha avuto contatti con lo staff di Benjamin Netanyahu parla di un’atmosfera elettrizzante dentro il Likud, il partito del primo ministro israeliano uscente. Se non ci saranno imprevisti – e scossoni – verso le 23 del prossimo il 17 marzo dovrebbe essere proprio Netanyahu a tenere il discorso della vittoria. Con tanto di ringraziamenti – di rito – al popolo. E ai suoi nuovi alleati. Alleati che poi tanto nuovi non sono. E che, comunque, saranno non pochi. Almeno cinque.

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

La proiezione della distribuzione dei seggi al parlamento israeliano sulla media dei sondaggi di questi giorni (da Haaretz)

E comunque. A incoraggiare «Bibi» (come viene chiamato il premier) sono i sondaggi. A rincuorarlo sono le proiezioni. Dall’altra parte, nell’area di centro-sinistra, non si arriva a quota 61 seggi, quelli necessari per formare il governo. Di più. Anche mettendo insieme un ampio spettro politico – dall’«Unione sionista» (il ticket formato da laburisti e la formazione di Tzipi Livni) fino al blocco dei partiti arabo-israeliani passando per quelli di destra come «Kulanu» – si potrebbe arrivare a 60 seggi. Ma è un’ipotesi di scuola remota. Per non dire impossibile.

Dal suo lato, per il Likud splende il sole. Certo, Netanyahu dovrebbe mettersi insieme con altri cinque partiti – «Habayit Hayehudi» di Naftali Bennett, «Kulanu» dell’ex ministro di Netanyahu, Moshe Kahlon, «Yisrael Beitenu» di Avigdor Lieberman, «Shas» (ultraortodossi), «United Torah Judaism» – ma almeno il campo politico e ideologico è a destra. Niente più accordi e strette di mano con il centro, insomma. Niente più ricatti – questo ha sempre denunciato Bibi – per mano di Tzipi Livni e Yair Lapid.

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita "Noi o lui" dove "lui" è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: "Noi o loro" dove "loro" sono quelli di Unione sionista

I due slogan a confronto. Quello di Unione sionista (in alto) recita “Noi o lui” dove “lui” è Netanyahu. Quello del Likud, sopra, replica: “Noi o loro” dove “loro” sono quelli di Unione sionista

Insomma, Netanyahu. Di nuovo. Da quattordici anni. Nonostante le gaffe. Le accuse. I passi falsi. Le frasi inopportune. Le visite non richieste. I discorsi non graditi. Per chi guarda da fuori la scena politica israeliana lo stupore non è poco. Come può uno come Netanyahu – da anni in prima linea, da settimane al centro delle polemiche – ecco, come può ancora lui essere il favorito alle prossime elezioni?

In realtà quelle che sono apparse come figuracce sembravano volute. Per accreditare il primo ministro come un garante della religione (quando invita gli ebrei europei a trasferirsi in Israele). Per trasformarlo nel salvatore della Patria (quando ricorda i pericoli che rappresentano Isis, Hamas, Hezbollah, l’Iran). Per etichettarlo come bastione degl’israeliani in Medio Oriente e nel mondo (quando s’impone su Washington e decide di andare a parlare al Congresso Usa nonostante la contrarietà della Casa Bianca oppure quando va a far campagna elettorale negl’insediamenti in Cisgiordania).

Isaac Herzog (leader laburista) e l'ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Isaac Herzog (leader laburista) e l’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni (leader di Hatnua) alla presentazione ufficiale del blocco di centro-sinistra Unione sionista lo scorso 10 dicembre (foto Reuters)

Sicurezza. Sicurezza. Sicurezza. Il Likud gioca su questo argomento. Il centro-sinistra no. Anzi. Non solo non riesce a portare – finora – la campagna su un tema «delicato» per Netanyahu, l’economia. Ma non si è nemmeno accreditato come alternativa al premier uscente proprio sulla sicurezza. Da una parte (il Likud) la chiarezza politica. Dall’altra (Unione sionista) messaggi poco chiari. Da una parte un volto (Netanyahu). Dall’altra due (Isaac Herzog e Tzipi Livni). In tutto questo il centro-sinistra deve scontare la poca notorietà di Herzog. Leader dell’opposizione da anni, è poco conosciuto nell’elettorato. Fa parte dei «Kennedy d’Israele», gli Herzog, e il papà Chaim è stato il sesto presidente dello Stato d’Israele.

Un handicap che Herzog – e Livni, e gli staff – conosce. E non è un caso se, intervistato dal settimanale tedesco Der Spiegel, ha risposto così alla domanda sul tipo di leader per lui migliore: «Levi Eshkol, primo ministro durante la guerra dei Sei giorni nel 1967, per me è un modello. Non era molto carismatico, ma è stato semplicemente un premier eccellente e un grande capo».

© Leonard Berberi

Standard
politica

Cartoni animati al vetriolo e canzoni: in Israele è iniziata la campagna elettorale

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Inizia a muoversi qualcosa sotto il cielo d’Israele a meno di cinquanta giorni dalle elezioni. Per ora la sfida si gioca molto sui social network e a suon di canzoni. Intanto la Commissione elettorale centrale di Gerusalemme ha reso noto il numero degli aventi diritto di voto alla tornata del 17 marzo: 5.881.696 persone potranno esprimere la loro preferenza. Nel 2013 l’affluenza definitiva è stata del 67,7 per cento.

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

L’ultimo sondaggio – La principale tv privata, Canale 2, ha mostrato l’ultimo sondaggio in ordine di tempo su chi, secondo gl’israeliani, dovrebbe guidare il Paese (qui lo speciale). A livello di partiti il blocco di centro-sinistra (chiamato «Blocco sionista») – formato dai partiti Labor (guidato da Isaac Herzog) e Hatnua (guidato da Tzipi Livni) – batterebbe il Likud di Benjamin Netanyahu, premier uscente, 26 seggi (su 120 totali alla Knesset, il parlamento) a 23. Seguono Jewish Home (Naftali Bennett) 15 seggi, il blocco dei partiti arabi con 12, Yesh Atid (Yair Lapid) 9, Kulanu (Moshe Kahlon) 8, Israel Beitenu (Avigdor Lieberman) 7, Shas (ultraortodossi) 7, United Torah Judaism 7, Meretz (sinistra) 6. Insomma: se così dovesse essere sarà caos coalizioni. A livello di leadership è Netanyahu che scavalcherebbe Herzog con il 44,4 per cento delle preferenze contro i 35,4 del volto del centro-sinistra.

Qui Likud – Dopo aver tolto il video (ne abbiamo parlato qui) perché usava under 15enni a scopi elettorali il partito del primo ministro stavolta prende in giro – con un cartone animato (sopra) – direttamente i due leader del centro-sinistra (Herzog e Livni, i quali, in caso di vittoria, governerebbero a rotazione). Nel filmato si prende in giro proprio questo tandem e la «rotazia»: i due volti si vedono seduti di fronte al telefono rosso (quello delle emergenze) che a un certo punto suona. È Obama. Ma nessuno dei due alza la cornetta perché continuano a dirsi l’un l’altro «Tocca a te», «No, tocca a te», «Avevamo deciso per la rotazione». Così, fino alla fine. Fino a quando il telefono smette di squillare. E compare la scritta: «Nel momento della verità, Netanyahu».

Jeremy Bird, una delle principali "menti" delle campagne elettorali - vincenti - di Barack Obama (foto da web)

Jeremy Bird, una delle principali “menti” delle campagne elettorali – vincenti – di Barack Obama (foto da web)

L’anti-Netanyahu – Il quotidiano Haaretz, nella sua versione ebraica, scrive che Jeremy Bird, capo a livello nazionale della campagna elettorale di Obama nel 2012, ex vice direttore nazionale dell’associazione (pro Obama) «Organizing for America» (e tanto altro), si sposterà – momentaneamente – in Israele, da Washington – per gestire «una campagna elettorale contro Netanyahu fuori da Tel Aviv». I finanziamenti anti-Likud, secondo Haaretz, sembrano provenire fuori dallo Stato ebraico. Bird prenderà quindi una pausa dalla campagna di Hillary Clinton.

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Qui Jewish Home – Campagna acquisti, è proprio il caso di dirlo, per Naftali Bennett: la formazione di destra ha «ingaggiato», pardon, candida Eli Ohana, ex famosissimo calciatore del Beitar Gerusalemme. «Senza nessuna esperienza politica», fanno notare i più maliziosi, «ed ex sostenitore del Likud di Netanyahu». Ohana sarà inserito – secondo quanto rivelato da Canale 2 – tra i primi dieci nella lista guidata da Bennett.

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire "C'è un futuro" (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire “C’è un futuro” (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Qui Yesh Atid – Con il motto «Combattere per il nostro Paese» il leader Yair Lapid, ex ministro delle Finanze con Netanyahu, ha avviato la sua campagna elettorale da ieri sera. Tra i candidati ci sono Haim Jelin (al numero sette in lista) capo del Consiglio regionale di Eshkol, Elazar Stern (numero 12) ex Idf, l’esercito israeliano ed ex deputato di Hatnua, il partito di Tzipi Livni. Ma anche Zehorit Sorek (19 in graduatoria) attivista ortodosso per i diritti Lgbt.

Qui Meretz – Nemmeno la sinistra-sinistra sta ferma in queste ore. È diventato un vero tormentone il video-spot «Voglio Meretz al governo» (sopra): in un matrimonio – decisamente noioso – la musica cambia e tutti, compreso il leader (vero) Zahava Gal-Or iniziano a cantare insieme per il proprio partito. «Tutto è possibile – recita il messaggio – è una questione di scelte».

© Leonard Berberi

Standard