attualità

Il ritorno in pubblico di Shalit: “Grazie a tutti”

Gilad Shalit, il soldato israeliano rimasto ostaggio di Hamas per oltre cinque anni, ha rilasciato sabato 10 dicembre il suo primo messaggio pubblico, ringraziando tutti coloro che hanno lavorato per la sua liberazione. «Non ho dubbi che la vostra lotta risoluta e il sostegno della mia famiglia sono stati i fattori decisivi che mi hanno permesso di tornare a casa», ha detto Shalit, rivolgendosi a circa 300 attivisti riuniti in un kibbutz nel centro di Israele. «Vi ringrazio tutti, e continuerò a ringraziarvi per il resto della mia vita».

Shalit è stato liberato lo scorso 18 ottobre, a seguito di un accordo di scambio di prigionieri con Hamas che ha portato alla scarcerazione di un migliaio di detenuti palestinesi da parte di Israele. Il soldato era stato rapito il 25 giugno 2006 nei pressi del confine con la Striscia di Gaza.

Annunci
Standard
attualità

Uno studioso accusa: “Un pezzo di Palestina annesso a un kibbutz in Israele”. Ma fioccano le smentite

E così, tutto d’un tratto, si scopre che nemmeno loro, il simbolo del socialismo israeliano, sono poi così “immacolati”? Oppure no, è tutta una finzione? Peggio: «una propaganda antisemita»? La notizia-bomba – con tanto di planimetrie, ricerche orografiche e quant’altro si richiede in questi casi – ecco, la notizia bomba l’ha sparata Dror Etkes, un ricercatore israeliano e attivista contro gl’insediamenti ebraici in Cisgiordania. Dice Etkes, per farla breve, che una striscia di terreno palestinese della West Bank sarebbe stata annessa a un kibbutz che si trova in Israele. Per la prima volta nella storia.

Il pezzetto di terra – grande 148 ettari – sarebbe stato sottratto al villaggio di Bardaleh. E i «ladri» di terra sarebbero quelli del kibbutz Meirav, a pochi metri di distanza. «Per decenni – dice Etkes – le autorità israeliane hanno preso il controllo di aree da destinare ai coloni dello Stato ebraico, ma si trovavano tutte dentro i confini della Cisgiordania». Il ricercatore aggiunge anche che negli anni scorsi sarebbe stata costruita pure una barriera a protezione del terreno per tenere alla larga i palestinesi.

La notizia non è da poco. «È vero, l’area adesso appartiene al kibbutz», ha detto Guy Inbar, il portavoce dell’esercito israeliano. «Ma questo caso non vuole essere un precedente», ha poi concluso. Altri dettagli il militare non ne ha aggiunti. Anzi, ha chiuso abbastanza seccato qualsiasi comunicazione con i cronisti.

Dice Etkes che, in questo modo, si incoraggiano tutti i paesi al di qua della Linea Verde (fissata nel 1967, tracciata dagl’israeliani – più o meno correttamente – con tanto di muro in cemento), a prendere un pezzetto di terra al di là, in piena Cisgiordania. «Sembra quasi una cosa inevitabile», continua il ricercatore.

«Sì, gran parte di quella terra apparteneva alla nostra famiglia», confermano all’Associated Press quelli del clan Sawafta di Bardaleh. «Hanno iniziato a minacciarci agli inizi degli anni Ottanta», racconta Mohammed Sawafta. «Poi è arrivato l’esercito israeliano a sbarrarci qualsiasi ingresso, visto che ormai lo stavano usando quelli del kibbutz».

Dai documenti non è che si capisca proprio tutto, a dire il vero. I palestinesi, per reclamare la proprietà su migliaia di ettari, continuano a usare – e a far ricorso – documenti protocollati durante l’Impero Ottomano, registri catastali giordani e fogli scritti a mano – ma firmati tra i palestinesi – dove ci si è accordati sui confini degli appezzamenti di terreno.

«Ma quale annessione? Quale occupazione?», ha però replicato Judy Singer, portavoce del kibbutz Meirav. «Quel pezzo di terra non solo non l’abbiamo occupato abusivamente, ma non è nemmeno dei palestinesi!». Spiega la Singer a quelli del quotidiano elettronico israeliano Arutz Sheva che il terreno in questione è stato concesso – in leasing – da quelli del kibbutz Maaleh Gilboa per 25 anni. Mentre da Maaleh Gilboa un funzionario aggiunge che «nessun palestinese ha mai rivendicato ufficialmente quel pezzo di terra». Insomma, il giallo continua.

© Leonard Berberi

Standard
attualità

E Kerem Shalom avvia la campagna di ripopolazione del kibbutz

Razzo dopo razzo, è finita che sono scappati quasi tutti. Un po’ per lo spavento. Un po’ perché non si poteva proprio vivere in un pezzo di terra dove ti svegli la mattina e invece della pioggia, dal cielo, cadon bombe. Eppoi, da quando proprio lì han rapito il soldato simbolo di una nazione, Gilad Shalit, molti genitori hanno preferito trasferirsi altrove.

Standard
attualità, economia

Agevolazioni e incentivi per i coloni che si trasferiscono in un kibbutz

L'interno del kibbutz di Kerem Shalom, 60 abitanti. E' qui che miliziani di Hamas hanno rapito il soldato Gilad Shalit quattro anni fa

Chissà se funzionerà. E chissà se quegli ottomila dollari di pubblicità saranno spesi bene. Perché trovarsi – gratis – una casa di cento metri quadrati, un cortile pieno di piante e fiori e le tasse universitarie dei figli già pagate, ecco, perché tutto questo sarà pure un grande incentivo a trasferirsi lì, ma poi il posto – il kibbutz di Kerem Shalom – non è proprio il più tranquillo. L’Egitto è lontano poco più di un chilometro. La Striscia di Gaza è proprio lì, a meno di cento metri.

Kerem Shalom, bandiere al vento per ricordare Gilad Shalit e per chiedere il rilascio del soldato israeliano rapito (foto Reuters)

Ma il problema principale per Kerem Shalom è un altro. Anche se i soldati dell’Idf israeliano vanno e vengono, anche se proprio qui è stato rapito Gilad Shalit, da quattro anni in mano ad Hamas, anche se ogni tanto c’è qualche centrafricano che supera il valico di Erez per entrare clandestinamente in Israele. No, l’unico problema di Kerem Shalom è la popolazione. In tutto ne sono rimaste 60 di persone. Compresi i bambini. Gli altri sono scappati. Per la paura, per il terrore e per non dover cadere dal letto ogni volta che una bomba esplode a cento metri.

Sessanta persone son troppo poche per far funzionare il kibbutz. Che ha le sue regole e i suoi ingranaggi che la portano a vivere solo di quello che si produce al suo interno. Così quel che è rimasto di Kerem Shalom ha pensato di lanciare una campagna pubblicitaria, pagata dagli abitanti, per convincere nuovi coloni a trasferirsi qui.

Gli incentivi non mancano: a partire dalla promessa di agevolazioni come il risarcimento per una sistemazione vicina al confine con la Striscia di Gaza e l’Egitto. Nella comunità Kerem Shalom oggi abitano solo 60 persone, compresi i bambini, troppo poche per farla funzionare. La promessa è quella di una vita più vicina agli ideali sionisti originari, “un kibbutz tradizionale come ai vecchi tempi”, ma anche facilitazioni come case fino a cento metri quadrati e il pagamento totale delle tasse universitarie. Il tutto, finanziato da una cassa comune, come vuole la tradizione di tipo socialista che ancora regola molti degli insediamenti di questo genere.

“Nella nostra comunità non ci sono nè la violenza e neppure gli adolescenti molesti e ubriachi. C’è un grande affetto e un senso di appartenenza che non si trovano più nelle città d’Israele”, hanno detto gli abitanti al quotidiano Yedioth Ahronoth. E c’è qualcuno che ha deciso di cambiare vita. E di trasferirsi qui, a una manciata di passi dalla Striscia di Gaza. E’ il caso di Zaor Ilagoyav che, allo stesso quotidiano israeliano, conferma: “Qui puoi percepire affetto, mentre in città a volte non sai nemmeno chi siano i tuoi vicini”.

Standard
economia

Tempi moderni

I membri del kibbutz Alonim nella valle di Jezreel (1976)

Addio egualitarismo. Dopo cent’anni esatti. Cambia il mondo, cambiano anche i kibbutzim.

Uno studio dell’Istituto per le ricerche sul Kibbutz e sulle cooperative rivela il nuovo volto di un sistema di produzione (e di vita) dal sapore collettivista. Il 69% dei “lavoratori socialisti” guadagna meno 7.000 shekels al mese (circa 1.400 euro). Cioè 200 euro in meno della media nazionale. E, dato ancora più importante, il 72% dei kibbutzim paga in modo diverso i propri membri.

Certo, resta – e molto forte – la rete sociale: l’assicurazione sulle malattie e sulla vita, un ottimo sistema scolastico e pensionistico, ecc. Insomma, nessuno è lasciato in condizioni di disagio. Ma l’addio al pagamento egualitario – iniziato nel 2007 – chiude un’epoca.

“La grande sfida dei kibbutzim di oggi è quella di creare un modello che riesca a reggere i vent’anni di crisi economica e sociale”, racconta al Jerusalem Post Ze’ev Shor, segretario generale del Movimento dei Kibbutz. Che ammette: “La crisi ha cambiato il funzionamento e il modo di vivere di queste realtà”.

Standard