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Ariel Sharon e i colloqui di pace: le prime pagine dei giornali israeliani

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Tanti articoli sui migranti, certo, ma a dominare le prime pagine dei giornali israeliani – ancora una volta – è lui: Ariel Sharon. Le condizioni dell’ex premier, in coma da otto anni, sono peggiorate nelle ultime ore. C’è chi pensa che il politico che ha dominato per anni la scena pubblica mediorientale se ne andrà a breve. E chi, come i figli, sperano in un miglioramento.

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

«Dire addio ad Arik», titola in apertura lo Yedioth Ahronoth, il più venduto quotidiano israeliano. «Arik» è il soprannome con cui viene chiamato Sharon. «Le condizioni dell’ex premier – continua l’articolo – sono passate da “critiche” a “in fase terminale” e in molti, dai figli agli autisti passando per i consiglieri, sono andati in ospedale per dirgli addio».

Stesso titolo in prima pagina per Israel Hayom, giornale gratuito e anche il più letto dello Stato ebraico. All’interno, quattro pagine speciali. Tra queste spicca l’analisi di Matti Tochfeld, editorialista del free press, che riepiloga un po’ la vita militare e politica di Sharon – tra alti e bassi – dalla guerra dello Yom Kippur al suo arrivo alla guida del governo. Senza dimenticare il ruolo dell’ex premier nel massacro di Sabra e Shatila o lo scandalo corruzione che ha coinvolto uno dei figli, Omri.

jerusalem_postAnche il Jerusalem Post decide di aprire sulle condizioni di salute di Ariel Sharon. «Sta lottando per la vita – racconta il figlio Omri – e noi saremo con lui tutto il tempo necessario». «Reni e polmoni hanno ceduto del tutto – scrive il quotidiano in lingue inglese –, il sangue e il battito cardiaco, dopo essere tornati ai livelli normali lunedì scorso, hanno mostrato valori anomali il giovedì successivo».

In controtendenza Maariv. Il secondo quotidiano più venduto dedica poco spazio a Sharon, in prima pagina, mettendolo comunque nella parte più alta, appena sotto la testata. Il giornale preferisce dare più risalto allo stato dei lavori sui colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: qui, una vignetta mostra esplicitamente il segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, John Kerry, che procede di fatto verso un burrone. A spiegare meglio l’illustrazione c’è un retroscena che illustra le profonde divisioni tra Gerusalemme e Washington. All’interno c’è anche un ampio sondaggio con dati poco incoraggianti: otto israeliani su dieci si dicono pessimisti sull’esito di questo giro di negoziati e il 73 per cento non vuole che l’esercito se ne vada dalla Valle del Giordano.

La prima pagina di Israel Hayom

La prima pagina di Israel Hayom

Si parla di colloqui anche nella prima pagina di Haaretz dove si mette in risalto il «no» del premier Benjamin Netanyahu a inserire lo status di Gerusalemme all’interno dei negoziati. «Sono disposto a far fallire tutto», avrebbe detto il primo ministro ai suoi uomini di partito, «se americani e palestinesi vogliono trattare anche la nostra capitale». Una «chiusura» però, fa notare il quotidiano progressista, «che non c’è stata, sempre su Gerusalemme, durante il faccia a faccia tra Netanyahu e Kerry. Anzi, nell’incontro il premier si sarebbe mostrato più flessibile e possibilista di quanto poi ha detto nella riunione del Likud».

La prima pagina di Haaretz

La prima pagina di Haaretz

Ampio spazio, all’interno di tutti i giornali, è dedicato poi alle richieste dei migranti che chiedono di non finire nei centri di detenzione e di non essere espulsi. Maariv però fa notare che gli scioperi e le manifestazioni di chi è scappato dall’Africa «stanno creando problemi ai commercianti, tanto che molti palestinesi clandestini si sono offerti di rimpiazzare i migranti anche agli esercenti del centralissimo mercato Carmel di Tel Aviv».

Approccio diverso, sul tema, di Haaretz che fa partire in prima pagina un commento di uno dei manifestanti – Mutasim – che racconta anche la storia, dalla fuga in Darfur nel 2009 all’arrivo nello Stato ebraico. «Una delle ragioni per cui ho deciso di venire qui (in Israele, ndr) è perché credo davvero che gli ebrei siano gli unici ad avere idea delle difficoltà che passa un profugo, del resto ci sono passati anche loro quando sono scappati dal genocidio».

La prima pagina di Maariv

La prima pagina di Maariv

Altro argomento delicato, per Israele, è il taglio al budget della Difesa. Secondo Yedioth Ahronoth «c’è un buco nei cieli del nostro Paese»: «i risparmi di fatto obbligano le forze armate ad aspettare prima di mettere a punto i due Iron Dome (gli scudi anti-missile) che, nei piani, si dovevano aggiungere alle altre sei batterie». I due dispositivi  – chiarisce lo Yedioth – sono stati già comprati, in realtà, ma non potranno essere messi a punto e dislocati sul territorio perché i tagli di fatto bloccano tutte le operazioni logistiche. Iron Dome non è un aggeggio qualsiasi: durante l’operazione militare su Gaza “Pilastro della Difesa” (correva il novembre 2012), gli scudi anti-missile hanno intercettato circa l’80 per cento dei razzi sparati dagli esponenti di Hamas sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

CORREZIONE: Nella prima versione di questo articolo, parlando della prima pagina del Jerusalem Post, ho scritto: «Reni e fegato hanno ceduto del tutto». In realtà la versione corretta è «reni e polmoni hanno ceduto del tutto»

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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

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Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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