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Ariel Sharon e i colloqui di pace: le prime pagine dei giornali israeliani

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Ariel Sharon nel suo ranch dei Sicomori nel 1993 (foto Gideon Markowicz / Flash90)

Tanti articoli sui migranti, certo, ma a dominare le prime pagine dei giornali israeliani – ancora una volta – è lui: Ariel Sharon. Le condizioni dell’ex premier, in coma da otto anni, sono peggiorate nelle ultime ore. C’è chi pensa che il politico che ha dominato per anni la scena pubblica mediorientale se ne andrà a breve. E chi, come i figli, sperano in un miglioramento.

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

La prima pagina dello Yedioth Ahronoth

«Dire addio ad Arik», titola in apertura lo Yedioth Ahronoth, il più venduto quotidiano israeliano. «Arik» è il soprannome con cui viene chiamato Sharon. «Le condizioni dell’ex premier – continua l’articolo – sono passate da “critiche” a “in fase terminale” e in molti, dai figli agli autisti passando per i consiglieri, sono andati in ospedale per dirgli addio».

Stesso titolo in prima pagina per Israel Hayom, giornale gratuito e anche il più letto dello Stato ebraico. All’interno, quattro pagine speciali. Tra queste spicca l’analisi di Matti Tochfeld, editorialista del free press, che riepiloga un po’ la vita militare e politica di Sharon – tra alti e bassi – dalla guerra dello Yom Kippur al suo arrivo alla guida del governo. Senza dimenticare il ruolo dell’ex premier nel massacro di Sabra e Shatila o lo scandalo corruzione che ha coinvolto uno dei figli, Omri.

jerusalem_postAnche il Jerusalem Post decide di aprire sulle condizioni di salute di Ariel Sharon. «Sta lottando per la vita – racconta il figlio Omri – e noi saremo con lui tutto il tempo necessario». «Reni e polmoni hanno ceduto del tutto – scrive il quotidiano in lingue inglese –, il sangue e il battito cardiaco, dopo essere tornati ai livelli normali lunedì scorso, hanno mostrato valori anomali il giovedì successivo».

In controtendenza Maariv. Il secondo quotidiano più venduto dedica poco spazio a Sharon, in prima pagina, mettendolo comunque nella parte più alta, appena sotto la testata. Il giornale preferisce dare più risalto allo stato dei lavori sui colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: qui, una vignetta mostra esplicitamente il segretario di Stato Usa e mediatore tra le due parti, John Kerry, che procede di fatto verso un burrone. A spiegare meglio l’illustrazione c’è un retroscena che illustra le profonde divisioni tra Gerusalemme e Washington. All’interno c’è anche un ampio sondaggio con dati poco incoraggianti: otto israeliani su dieci si dicono pessimisti sull’esito di questo giro di negoziati e il 73 per cento non vuole che l’esercito se ne vada dalla Valle del Giordano.

La prima pagina di Israel Hayom

La prima pagina di Israel Hayom

Si parla di colloqui anche nella prima pagina di Haaretz dove si mette in risalto il «no» del premier Benjamin Netanyahu a inserire lo status di Gerusalemme all’interno dei negoziati. «Sono disposto a far fallire tutto», avrebbe detto il primo ministro ai suoi uomini di partito, «se americani e palestinesi vogliono trattare anche la nostra capitale». Una «chiusura» però, fa notare il quotidiano progressista, «che non c’è stata, sempre su Gerusalemme, durante il faccia a faccia tra Netanyahu e Kerry. Anzi, nell’incontro il premier si sarebbe mostrato più flessibile e possibilista di quanto poi ha detto nella riunione del Likud».

La prima pagina di Haaretz

La prima pagina di Haaretz

Ampio spazio, all’interno di tutti i giornali, è dedicato poi alle richieste dei migranti che chiedono di non finire nei centri di detenzione e di non essere espulsi. Maariv però fa notare che gli scioperi e le manifestazioni di chi è scappato dall’Africa «stanno creando problemi ai commercianti, tanto che molti palestinesi clandestini si sono offerti di rimpiazzare i migranti anche agli esercenti del centralissimo mercato Carmel di Tel Aviv».

Approccio diverso, sul tema, di Haaretz che fa partire in prima pagina un commento di uno dei manifestanti – Mutasim – che racconta anche la storia, dalla fuga in Darfur nel 2009 all’arrivo nello Stato ebraico. «Una delle ragioni per cui ho deciso di venire qui (in Israele, ndr) è perché credo davvero che gli ebrei siano gli unici ad avere idea delle difficoltà che passa un profugo, del resto ci sono passati anche loro quando sono scappati dal genocidio».

La prima pagina di Maariv

La prima pagina di Maariv

Altro argomento delicato, per Israele, è il taglio al budget della Difesa. Secondo Yedioth Ahronoth «c’è un buco nei cieli del nostro Paese»: «i risparmi di fatto obbligano le forze armate ad aspettare prima di mettere a punto i due Iron Dome (gli scudi anti-missile) che, nei piani, si dovevano aggiungere alle altre sei batterie». I due dispositivi  – chiarisce lo Yedioth – sono stati già comprati, in realtà, ma non potranno essere messi a punto e dislocati sul territorio perché i tagli di fatto bloccano tutte le operazioni logistiche. Iron Dome non è un aggeggio qualsiasi: durante l’operazione militare su Gaza “Pilastro della Difesa” (correva il novembre 2012), gli scudi anti-missile hanno intercettato circa l’80 per cento dei razzi sparati dagli esponenti di Hamas sul suolo israeliano.

© Leonard Berberi

CORREZIONE: Nella prima versione di questo articolo, parlando della prima pagina del Jerusalem Post, ho scritto: «Reni e fegato hanno ceduto del tutto». In realtà la versione corretta è «reni e polmoni hanno ceduto del tutto»

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Le parole del segretario di Stato Usa e quelle speranze sui colloqui tra israeliani e palestinesi

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il mediatore palestinese Saeb Erekat, il segretario di Stati Usa John Kerry e il mediatore israeliano Tzipi Livni (foto Afp)

Il sereno quando meno te l’aspetti. La luce che si accende quando ce n’è più bisogno. È presto per esultare. È ancora prematuro parlare di pace definitiva. Ma John Kerry, il segretario di Stato Usa e “arbitro” dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ieri ha detto poche parole, ma accolte con un sospiro di sollievo. Per non dire di più. Perché, ha rivelato Kerry per la prima volta, «le due parti si sono incontrate già sette volte».

«I negoziati ora stanno cercando di raggiungere un accordo definitivo, non provvisorio, sullo status di entrambe le realtà», ha detto Kerry. «Tutte le questioni sono sul tavolo: i confini, la sicurezza, la sorte dei rifugiati palestinesi, Gerusalemme, lo status finale della Cisgiordania. Siamo tutti d’accordo che i faccia a faccia vanno intensificati e che ora servirà ancora di più la presenza americana per facilitare il confronto».

Poi è andato a un incontro, a porte chiuse, dove erano arrivati i principali donatori dei palestinesi. Non ha detto nulla di più. Non ha risposto alle domande dei cronisti. Non ha spiegato le sue parole. Ma è chiaro che, in uno dei pochi momenti di aggiornamento sui colloqui – messi sotto chiave proprio dagli Usa – sembra che tra Gerusalemme e Ramallah le cose si siano messe proprio bene.

Lo dimostra anche la decisione dello Stato ebraico, ieri nella tarda serata, di alleggerire alcune delle restrizioni imposte sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Alla base proprio i negoziati che proseguono a passo spedito. Soprattutto: senza strappi. «Il nostro governo rilascerà ulteriori 5.000 permessi di lavoro per i palestinesi che vorranno lavorare in Israele», ha detto Yuval Steinitz, ministro delle Relazioni internazionali. Non solo. I punti d’ingresso di Allenby Bridge lavoreranno in fasce orarie più ampie e, soprattutto, «sarà permesso l’import nella Striscia di Gaza di materiali per l’edilizia».

Kerry ha fretta di chiudere. Obama cerca, a tutti i costi, un successo – storico – in Medio Oriente. L’Autorità palestinese aspetta quell’etichetta internazionale di “Stato della Palestina” che intere generazioni hanno immaginato, sognato, cercato, chiesto per anni. Israele chiede di poter svegliarsi, giorno dopo giorno, dovendo affrontare i problemi di un normale Paese, e non quelli di una nazione perennemente in guerra. Le prossime settimane saranno decisive: diranno se vedremo presto la Pace oppure se dovremo raccogliere le macerie – le ennesime – di colloqui avviati, esaltati e poi fatti saltare.

© Leonard Berberi

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Quei colloqui di pace “arrivati a un punto morto”: tra israeliani e palestinesi restano le divergenze

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l'inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Il mediatore israeliano Tzipi Livni, il segretario di Stato Usa John Kerry e il mediatore palestinese Saeb Erekat a Washington lo scorso luglio per l’inizio del nuovo giro di colloqui di pace

Tu chiamali, se vuoi, colloqui di pace. Perché per ora «le tavolate sono a un punto morto». Hai voglia a organizzare ancora incontri. A mantenere la segretezza. A stare alla larga dai flash dei fotografi. A fare di tutto per non far capire cosa succede in quei vertici. A smentire addirittura che le due parti si siano incontrate ieri, la settimana scorsa o un mese fa.

«Cinque settimane di discussioni, zero progressi», dice Yasser Abed Rabbo, uno dei consiglieri più fidati del presidente palestinese Mahmoud Abbas, intervistato ai microfoni della radio La voce della Palestina. «Questi colloqui sono già diventati inutili e non porteranno a nessun risultato se gli americani non faranno alcuna pressione».

Cinque settimane. Cinque incontri. Il primo il 29 luglio. L’ultimo, a Gerusalemme, martedì scorso. In mezzo, e di fronte, il mediatore israeliano Tzipi Livni (che è anche ministro della Giustizia) e quello palestinese, Saeb Erekat. E un confronto tra le proprie «agende» nazionali: le richieste degl’israeliani, le richieste dei palestinesi. La sintesi, per ora, non è stata trovata. E nemmeno le basi per l’accordo.

L’ufficio del premier Benjamin Netanyahu non conferma, né smentisce. Così come l’entourage di Tzipi Livni. Washington, a luglio, è stata chiarissima: niente dichiarazioni alla stampa, niente aggiornamenti, niente indiscrezioni. Niente di niente. Promessa mantenuta dallo Stato ebraico. Più volte rotta, soprattutto negli ultimi giorni, dai palestinesi.

Le posizioni, dicono i bene informati, restano distanti. Proprio sulle questioni «chiave» di tutta la questione israelo-palestinese. Il presidente Abbas – e il popolo insieme a lui – chiede Gerusalemme Est. Ne vuole fare la capitale del futuro Stato della Palestina. «È la mia “linea rossa”», avrebbe detto Abbas, «non firmerò nessun accordo se nel documento non c’è scritto che Israele ci restituisce quel pezzo di città che ci spetta».

Un colono guarda l'insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

Un colono guarda l’insediamento ebraico di Maaleh Adumim, a Gerusalemme Est. Dichiarata città nel 1991 conta ormai 35 mila abitanti (foto Ap)

I palestinesi hanno riesumato anche la bozza di accordo del 2008 tra le due parti, quando alla guida del governo israeliano c’era Ehud Olmert. Il documento prevedeva la cessione di sovranità a Ramallah del 94% della Cisgiordania. Nel restante 6% lo Stato ebraico si sarebbe tenuto gli insediamenti più grandi e in cambio avrebbe dato ai palestinesi un 6% del proprio territorio. Punti che Netanyahu ha già respinto: «Non sono obbligato a tenere conto della bozza di Olmert».

A spostare i colloqui di pace verso un binario praticamente morto sarebbero anche le proposte degl’israeliani: sì allo Stato palestinese, ma – spiega all’Associated Press un anonimo alto esponente di Ramallah – «con frontiere provvisorie e senza toccare decine di insediamenti e avamposti militari, pari al 40% della Cisgiordania». Nella West Bank, oggi, si contano più di 500 mila israeliani che vivono nelle colonie ebraiche. E per i palestinesi è uno dei punti fondamentali di ogni discussione: non ci deve essere nessun futuro per i coloni in quel pezzo di terra.

«Gli israeliani continuano a dire di metterci a discutere sui confini provvisori», racconta ancora l’alto esponente palestinese, «mentre noi ripetiamo a loro: “Ok, ma prima dobbiamo accordarci sul fatto che il confine sarà quello esistente prima del 1967”».

Tu chiamali, se vuoi, colloqui.

© Leonard Berberi

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ANALISI / I dubbi di Obama, i timori d’Israele, il nervosismo dei Paesi arabi: così l’Occidente si prepara ad attaccare Assad

«Stanno aspettando tutti che lui decida cosa fare: se intervenire o aggiornare il contatore delle vittime civili in Siria». «Lui» è Barack Obama, il presidente statunitense sulla cui testa pende la decisione finale: rovesciare Bashar al-Assad oppure attendere ancora. Magari un via libera delle Nazioni Unite. Via libera che, spiegano da Gerusalemme, non ci sarà mai. Non solo per l’opposizione della Russia. Ma anche per una certa resistenza della Cina. E d’Israele. Che vorrebbe sì dare il benservito ad Assad, ma teme di trovarsi un altro Libano, altri gruppi di miliziani. E, addirittura, Al Qaeda.

Dallo Stato ebraico però confermano: decine di Paesi sono pronti da giorni con i loro eserciti. Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Turchia, Canada, Qatar, Arabia Saudita, Giordania sarebbero in prima linea. E lo dimostra anche la riunione che i vertici militari di questi Paesi hanno iniziato ieri proprio in Giordania per una due giorni «per fare il punto sulle conseguenze del conflitto in Siria». Al tavolo c’è anche l’americano Martin Dempsey, capo di Stato maggiore congiunto. «Niente di eccezionale, si tratta di un incontro programmato da mesi», hanno spiegato i giordani.

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Il segretario di Stato Usa John Kerry ieri alla conferenza stampa sulla Siria (foto Manuel Balce Ceneta / Ap)

Programmato o no, sono i tempi a rendere l’appuntamento importante. Forse decisivo. Anche perché contemporaneamente a Washington i telefoni non hanno smesso di squillare tutto il giorno, ieri. E perché un altro incontro «programmato qualche settimana fa» non poteva capitare nel momento più «opportuno» per capire che succederà d’ora in avanti in Siria. Ieri a Washington è piombata una delegazione israeliana capeggiata da Yaakov Amidror, consigliere del premier Benjamin Netanyahu per la sicurezza nazionale. Al centro dei colloqui «la politica e la sicurezza». Netanyahu non può reggere un altro pezzo di confine gestito dall’altra parte da terroristi islamici. Già è dura tenere in sicurezza la frontiera con la Striscia di Gaza, il Sinai e il Libano. Se anche il Golan dovesse diventare instabile Gerusalemme potrebbe essere chiamato a uno stato d’allerta senza precedenti.

Le informazioni, in queste ore, convergono tutte in un’unica direzione: basta una parola e l’attacco ad Assad parte nel giro di pochi minuti. Ma Obama tergiversa. Anche troppo, secondo i sauditi. I quali, racconta un lungo resoconto del Wall Street Journal, il fine settimana hanno più volte contattato la Casa Bianca invitando l’inquilino numero uno a dare l’ok all’intervento militare «con o senza l’Onu». «Come presidente non puoi disegnare una linea rossa e poi non farla rispettare», raccontano fonti arabe al quotidiano americano.

«Proprio il prendere tempo da parte di Obama sta innervosendo i paesi del Golfo arabo», spiegano da Gerusalemme. «Ma non è una scelta facile, quella del presidente americano: se non esiste una strategia concreta per il dopo-Assad, la Siria rischia di diventare un protettorato di Al Qaeda».

«Lui», Obama, intanto ieri ha mandato in prima linea il segretario di Stato Usa John Kerry. «L’attacco con armi chimiche del 21 agosto in Siria ha sconvolto la coscienza del mondo perché è stato indiscriminato e su larga scala», ha detto ieri Kerry. «Il presidente Usa ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne. Per quel che mi riguarda il regime siriano ha qualcosa da nascondere», ha continuato Kerry. Seguito, poco dopo, dal portavoce della Casa Bianca Jay Carney. «È innegabile che in Siria siano state usate armi chimiche – ha spiegato Carney –. Continuiamo a rivedere le opzioni con i consiglieri nazionali, i partner internazionali e il Congresso». Quando ai piani di Obama, però, lo stesso Carney ha chiarito che «il presidente non ha ancora deciso cosa fare».

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

Un missile Tomahawk sparato da una nave militare americana

La diplomazia mondiale guarda alla finestra. S’interroga. Si chiede, soprattutto in Europa, se bisogna per forza aspettare Obama o non convenga muoversi subito. Per poi avere il sostegno Usa. Il presidente americano, nell’incontro di tre ore di sabato con i vertici militari e dell’intelligence, ha chiesto non soltanto di avere un resoconto delle opzioni sul campo, ma anche di informarsi se sia per forza necessario passare attraverso una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu per attaccare militarmente Assad oppure si può procedere senza un voto internazionale magari facendo appello alla Convenzione di Ginevra e a quella sulle armi chimiche. Intanto – racconta l’emittente americana Cbs News – Obama ha ordinato la pubblicazione di un dossier «entro uno o due giorni» con quello che sta succedendo in Siria «prima che venga avviata qualsiasi azione militare».

Intanto bisogna registrare i movimenti nel Mediterraneo. Secondo il Guardian i primi aerei da guerra e trasporti militari britannici (C-130) sarebbero stati avvistati nei cieli di Cipro e nei pressi della base di Akrotiri, a soli 170 chilometri in linea d’aria dalla costa siriana. Quattro navi dell’esercito Usa da qualche giorno si trovano al largo del Medio Oriente. Un sottomarino britannico sarebbe arrivato nelle ultime ore ad affiancare altri due battenti bandiera statunitense.

«Se Obama darà l’ok i primi missili partiranno non prima del tramonto», ragionano da Gerusalemme. «Anzi, molto probabilmente saranno sparati nel cuore della notte». Il motivo? «La gente dorme a quell’ora, le strade sono vuote». L’obiettivo primario dei missili: i depositi di armi chimiche. Poi le altre postazioni militari. Così da neutralizzare Assad nel giro di poche ore. «Esattamente com’è successo con Gheddafi».

© Leonard Berberi

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Colloqui di pace, la solitudine del negoziatore Livni: “Troppi falchi dietro a Netanyahu”

«E alla pace con i palestinesi chi ci pensa?». La domanda proprio non se l’aspettava Tzipi Livni. Stava girando le bancarelle di Shuk Ha’Carmel, il mercato alimentare più grande di Tel Aviv. Le elezioni del 10 febbraio 2009 erano alle porte e lei, letti i sondaggi, doveva darsi assolutamente da fare per guadagnare ancora qualche voto. «Prima o poi qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di sedersi a un tavolo e parlare con Ramallah», continuò l’uomo. Livni non rispose. Abbozzò un sorriso. Ma non dimenticò.

Quell’anno la pupilla di Ariel Sharon vinse. Ma senza avere la maggioranza di seggi. Così il governo lo formò Benjamin Netanyahu, il secondo arrivato. Lo stesso che ora, nel 2013, le ha affidato il ministero della Giustizia. E soprattutto la nomina a capo della delegazione israeliana per i negoziati diretti con i palestinesi.

Tzipi Livni, 55 anni

Tzipi Livni, 55 anni

«È vero – confidò Livni ai suoi consiglieri politici – qui ci siamo tutti dimenticati della pace con i palestinesi. Prima o poi sarà la questione a travolgerci se non faremo nulla». Passarono i mesi. E anche gli anni. I colloqui di pace continuavano ad essere fermi dal 2008. E anche alle ultime elezioni la questione israelo-palestinese non fu affrontata da nessun partito. Nemmeno dai «comunisti» del partito Meretz.

Poi arrivò la chiamata da Washington. Nelle ultime settimane sono state rispolverate agende e telefoni diretti, consiglieri e diplomatici. Soprattutto: i lunghi incontri che finiscono a tarda sera. L’ultimo, ieri, s’è chiuso poco prima di mezzanotte. Bocche cucite. Nessuna dichiarazione pubblica. Zero strette di mano. Soltanto un tweet, di Mia Bengel, la portavoce di Tzipi Livni. «Il prossimo incontro ci sarà a breve», cinguetta Bengel. Senza dire quando, dove, come, con chi. E soprattutto: senza spiegare su cosa si sta discutendo.

È il nuovo corso della Storia? Lei, Livni, ne è convinta. E da giorni va dicendo ai suoi amici più intimi che sente un’enorme responsabilità sulle spalle. Un peso che vuole scrollarsi di dosso. «Quell’accordo deve essere assolutamente firmato, noi dobbiamo chiudere decenni di violenze e incomprensioni». Il ministro della Giustizia lo sa: se ci riuscisse questo la proietterebbe sicuramente nei libri di Storia di tutto il mondo. Per non parlare della sua carriera politica. Oggi e domani.

Non sarà facile. E questo Livni lo sa. Soprattutto perché nel governo suo, quello guidato da Netanyahu, «è pieno di falchi che non vedono l’ora di far saltare tutto e per questo mi stanno rendendo difficilissimo il lavoro». Parole che il capo dei negoziatori di Gerusalemme ha detto alla Radio israeliana. Ed è stata l’unica «rottura» del protocollo imposto dal segretario di Stato Usa, John Kerry, che ha speso un mese per convincere entrambe le parti non solo a tornare a parlarsi, ma anche a non rivelare nessun dettaglio degli incontri.

«Israele è chiamata a prendere delle decisioni drammatiche», ha continuato a diffondere nell’etere Livni, «perché l’obiettivo finale è quello di porre fine al conflitto con i palestinesi». E quando le hanno chiesto qualche informazione in più sui colloqui di ieri, il ministro della Giustizia non ha detto una parola in più: «più i negoziati stanno lontani dalla luce dei riflettori meglio è per tutti».

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Il capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat (il primo da sinistra) insieme al segretario di Stato Usa John Kerry e il ministro della Giustizia israeliana Tzipi Livni lo scorso luglio a Washington per annunciare la ripresa ufficiale dei colloqui di pace (foto Ap)

Nel 2008 i negoziati fallirono nel giro di poco tempo per due motivi: gli insediamenti ebraici in Cisgiordania e la richiesta palestinese di avere un proprio Stato. E proprio i coloni sono stati al centro dei preparativi di questi mesi. Ramallah poneva come condizione base per la ripresa dei colloqui il congelamento delle nuove costruzioni israeliane nella West Bank. Diktat respinto da Netanyahu. Fino a quando John Kerry non mise d’accordo le parti su una soluzione più realizzabile nell’immediato: il rilascio di decine di palestinesi detenuti per aver ucciso civili e soldati israeliani in cambio di nuovi giri diplomatici tra Gerusalemme e Ramallah.

Ramallah che, oggi più di prima, è tornata a porre tra i punti principali dell’accordo la creazione dello Stato della Palestina. Richiesta che trova contrario almeno un partito al governo. «Non è un mistero – ha continuato Livni alla radio – che c’è una formazione che non condivide l’idea dell’esistenza di due Stati nell’area». Non ha fatto nomi. Ma il riferimento era a Naftali Bennett, capo del partito “Jewish Home Party”, ministro dell’Economia e alleato con una formazione di coloni.

Bennett non è l’unico a pensarla così. Decine di migliaia d’israeliani non vogliono lasciare pezzi della Cisgiordania e Gerusalemme Est. Soprattutto dopo aver mollato la Striscia di Gaza poi conquistata da Hamas che proprio da lì da anni tormenta lo Stato ebraico con missili e razzi e rapimenti. Cose che Livni sa, conosce, tiene in considerazione. Ma proprio quel «decisioni drammatiche» sembra voler preparare tutti gl’israeliani a quello che potrebbe – forse deve – succedere per stare tranquilli nella propria casa.

Cinquantacinque anni, Tzipora Malka Livni (vero nome di Tzipi) sa come destreggiarsi nella politica e nella diplomazia. Non a caso è stata anche ministro degli Esteri, durante il governo di Ehud Olmert. Seconda donna a ricoprire l’incarico dopo Golda Meir. Ma sa anche che, a differenza di Meir, oltre ai «falchi» del suo governo, oltre a quegl’israeliani che non vogliono nemmeno sedersi al tavolo con i palestinesi, oltre ai coloni da settimane sul piede di guerra con Gerusalemme, ecco, oltre a tutto questo, lei deve anche affrontare forse l’argomento più delicato di fronte agli ebrei ultraortodossi: l’essere una donna.

«È venuto il momento di prendere delle decisioni drammatiche», ha ripetuto ieri, quasi fosse un mantra. Consapevole, lei e milioni d’israeliani, che questi sono i mesi dell’«ora o mai più».

© Leonard Berberi

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