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Attentato in Bulgaria, caccia a una donna e al “basista”. E spunta l’asse Hezbollah-Teheran-ceceni

È arrivato dalla Romania due giorni prima dell’attentato. Era accompagnato da una donna e in Bulgaria è stato aiutato anche da un altro uomo, non ancora identificato. Parlava perfettamente il russo e nelle stanze di albergo dove ha alloggiato «ha lasciato tracce chimiche rilevanti».

Più passano i giorni e più il quadro sull’attentato a Burgas contro una comitiva d’israeliani diventa chiaro. O, a seconda dei punti di vista, confuso. Perché a Gerusalemme come a Washington c’era un sospetto che sta diventando una certezza ora dopo ora: il terrore all’aeroporto dimostrerebbe la saldatura tra l’asse Hezbollah-Damasco-Teheran e i guerriglieri ceceni.

Il kamikaze che si è fatto esplodere il 18 luglio ha lasciato le sue prime tracce a Varna – sul Mar Nero – due giorni prima. Ha alloggiato al «Perfekt Hotel» della località turistica insieme alla donna che ora stanno cercando tutti i servizi d’intelligence – bulgari, israeliani e americani – anche per realizzare il profilo del «basista» che avrebbe fornito il supporto logistico per l’attentato.

Intanto arriva il responso del medico legale: il kamikaze aveva tra i 25 e i 30 anni (non 36 come aveva comunicato il governo locale), girava con documenti americani palesemente falsi, non era di nazionalità bulgara e s’è fatto esplodere con 3 chilogrammi di esplosivo (trinitrotoluene) che portava con sè attorno al corpo. Di lui sono rimasti soltanto la testa, le braccia e le gambe. Di carnagione chiara, capelli scuri lunghi 7-8 centimetri. Poco, però, per capire se fosse arabo oppure no. Il resto è storia: 7 morti (5 israeliani, l’autista del bus e l’attentatore), decine di feriti, lo Stato ebraico che punta il dito contro Hezbollah e Ahmadinejad, gli Usa che chiedono a Gerusalemme di non fare nulla. Per ora.

© Leonard Berberi

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Netanyahu rinuncia (per ora) alla risposta militare. Ma l’asse Beirut-Damasco-Teheran spaventa anche gli Usa

Tutto il supporto logistico americano in cambio della rinuncia a qualsiasi operazione militare. Almeno fino a novembre. Sull’asse Gerusalemme-Washington, dopo una serie di telefonate tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente americano Obama, si sarebbe arrivati a un «accordo» di massima: lo Stato ebraico non sceglie lo scontro armato contro quelli che ritiene i responsabili dell’attentato di mercoledì a Burgas, in Bulgaria. In contemporanea gli Stati Uniti mettono a disposizione le migliori tecnologie per scovare gli autori dell’esplosione. E, in caso di prove sicure contro Hezbollah e Iran, tutto l’aiuto militare possibile per la guerra al terrore. Ma solo dopo le elezioni presidenziali oltre oceano.

Nelle stesse ore in cui compaiono i video e le immagini del presunto kamikaze (trovato in possesso di una patente falsa del Michigan) che si sarebbe fatto esplodere fuori dallo scalo bulgaro, uccidendo sette persone (cinque israeliani) e ferendone una trentina, i servizi di sicurezza israeliani cercano di fare il punto. L’attacco, per come si è configurato, ha spiazzato tutti. Anche se le avvisaglie c’erano state. Netanyahu chiede di fare luce il prima possibile.

Il falso documento identificativo del Michigan del presunto kamikaze ripreso dalle telecamere di sorveglianza dello scalo di Burgas, in Bulgaria, prima di farsi esplodere (da Abc News)

Le tv israeliane parlano di un ricorso all’opzione militare già tra agosto e settembre. Ma chi conosce il linguaggio del premier israeliano sa benissimo che dietro alle parole minacciose pronunciate subito dopo l’attentato in Bulgaria si nasconde, per ora, una tattica attendista. «Con la situazione che precipita ora dopo ora in Siria, Israele non può ancora permettersi di impiegare le forze militari su altri due fronti», è il ragionamento degli analisti.

E proprio sulla Siria si concentrano gli sforzi maggiori. L’attacco ai bus con turisti israeliani è avvenuto poco dopo l’attentato contro esponenti importanti del clan del presidente Bashar al-Assad. Per la prima volta un atto ostile al dittatore siriano riesce a penetrare all’interno delle mura fortificate del regime. E dietro, pensano a Gerusalemme, potrebbero nascondersi uomini e mezzi «made in Iran» o di Hezbollah. Gli unici di cui Assad si fidi per ora. Ma anche gli unici che potrebbero convincerlo della matrice «israeliana» dei due omicidi eccellenti a Damasco.

Sull’asse Beirut-Damasco-Teheran l’intelligence israeliana cerca di trovare riscontri. Netanyahu, in una delle telefonate fatte ieri a Obama, avrebbe sintetizzato i dati dell’analisi dello Shin Bet e del Mossad: uomini vicini a Hezbollah, agli Assad e a Ahmadinejad si troverebbero da mesi negli Usa, in alcuni paesi dell’Europa (Gran Bretagna, Francia e Germania, in primis). Insieme a loro, decine di milioni di euro e dollari a disposizione per l’acquisto di tutto quel che serve per compiere attentati con esplosivo. In caso di attacco alla Siria o all’Iran, nel cuore del Vecchio Continente e in America potrebbero verificarsi «incidenti spiacevoli».

È anche per questo motivo che a Londra, dove tra poco partiranno i giochi olimpici, il Mossad ha deciso di rafforzare la presenza di agenti in difesa degli interessi israeliani: dagli atleti – per evitare un’altra Monaco 1972 – fino ai negozi.

«La situazione si è complicata», fanno filtrare da Gerusalemme. Lo scenario, prima chiarissimo, ora è diventato abbastanza difficile da decifrare. C’è persino chi ipotizza un ruolo russo negli attacchi – sventati e riusciti – contro gl’israeliani negli ultimi mesi. A dimostrazione che, ora come ora, può succedere tutto e il contrario di tutto.

© Leonard Berberi

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In dieci anni

Meno uniti. Più razzisti. Disillusi dalla politica. Ma più vicini alla nazione. E alla religione. In una parola: pessimisti. Ecco il volto di Israele nel periodo 2000-2009.

I dati del sondaggio pubblicati dall’Istituto Rafi Smith / Yedioth Ahronoth non lasciano dubbi a interpretazioni. Sono stati dieci anni con poche luci e tante, troppe ombre. L’oro alle Olimpiadi di Atene e il Nobel da una parte. Le bombe, i kamikaze, la sindrome da accerchiamento dall’altra.

Meno uniti. Il 69% degli israeliani intervistati (ebrei, musulmani, di nuova e vecchia generazione, di destra e di sinistra, religiosi e non) ritiene che la società è meno unita di dieci anni prima. Anche se il 34% si sente più vicino all’idea di nazione. Chi è attaccato di più alle istituzioni del Paese sono i nuovi immigrati.

Più razzisti. Quasi un israeliano su due (47%) pensa che la società sia diventata più razzista nei confronti delle minoranze presenti sul territorio. A sostenere questa tesi sono ex elettori della sinistra progressista, con un basso tenore di vita e un’istruzione basilare.

Vicini alla religione. Il dato è contrastante: chi è sempre stato alla larga dalla religione, in questi dieci anni s’è allontanato ancora di più. Ma le persone religiose, nel periodo 2000-2009 si sono avvicinate ancora di più ai precetti ebraici (o musulmani). Una società centrifuga.

Verso destra. E’ uno dei dati più significativi. Peraltro già emerso nelle analisi post-elezioni. L’82% degli israeliani si colloca nella fascia destra dello spazio politico e risponde che rispetto al decennio precedente si è “spostato di molto verso destra”. Soltanto due su cento pensano di essere transitati a sinistra.

Poca fiducia. Troppe campagne elettorali. Troppe elezioni. Troppi politici coinvolti in scandali e casi di corruzione. Alla fine, il dato ne risente: il 67% ripone meno fiducia nelle istituzioni del Paese.

Ci sarà la pace. Forse. Trentacinque israeliani su cento pensano che ci sarà un accordo di pace con uno dei vicini nei prossimi anni. Ma i restanti la pensano in modo contrario. Diverso, invece, il dato per quanto riguarda la composizione araba: per il 61% ci sarà la pace e per il 43 che ci sarà più sicurezza nel Paese.

p.s. Falafel Cafè vi augura buon anno e, soprattutto, tanta serenità. A domani, con il primo post del 2010 (l.b.)

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