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Il premier Netanyahu: il futuro d’Israele è dietro le barriere. “Oltre c’è il terrorismo”

Muri. E barriere. E reti. A nord. A est. A sud. Tranne a ovest, ché la protezione c’è già: si chiama mar Mediterraneo. «Ma che razza di Paese lasceremo in eredità ai nostri figli?», si stanno chiedendo in molti ora. A due settimane dalle elezioni. A quindici giorni da un appuntamento decisamente più importante di quanto non si voglia far credere.

Perché, almeno a sentire il probabile vincitore del 22 gennaio prossimo, il futuro non è poi così roseo. Ma, anzi, fatto di cemento, reticolati, divise e congegni elettronici in grado di intercettare oggetti volanti indesiderati e – soprattutto – esplosivi.

Dice il premier uscente Benjamin Netanyahu – candidato con un listone di destra formato dal suo partito (Likud) e da quegli oltranzisti di Yisrael Beitenu (dell’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman) – ecco, dice Netanyahu che il futuro dello Stato ebraico è ormai segnato: il Paese si deve difendere, si deve isolare dal resto del Medio oriente, deve prevenire le instabilità politiche dei vicini arabi e dei vuoti di potere, del Jihad islamico e dei razzi di Hamas, Hezbollah, Teheran e – chissà – del Cairo, nel caso a quegli inaffidabili dei Fratelli musulmani venisse voglia di incendiare l’area.

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

Un soldato israeliano di pattuglia lungo il confine con la Siria nelle Alture del Golan, nei pressi del villaggio di Majdal Shams (foto di Ronen Zvulun/Reuters)

E, proprio per evitare tutto questo, c’è una sola opzione, secondo il primo ministro dello Stato ebraico: circondare il Paese di barriere. Perché è il futuro degl’israeliani. Dal Golan al Sinai. Da Rosh HaNikra, al confine con il Libano, a Tsofar, ultimo avamposto prima della Giordania. Tirare su tutto: barriere, blocchi di cemento, torri di controllo, pattugliamenti 24 ore su 24, dispositivi dell’Iron Dome – la cupola d’acciaio – per difendere i cieli israeliani da razzi sparati per errore o per dolo.

«Ma Netanyahu è in preda a visioni messianiche?», s’è chiesto Yuval Diskin. Non un politico. Nemmeno un candidato. Ma l’ex numero uno dello Shin Bet, l’agenzia che si occupa della sicurezza interna. «Sono semplicemente una persona che mantiene i piedi saldamente a terra», gli ha replicato il primo ministro. «E lo dimostra il fatto che due anni fa, quando tutti erano entusiasti, ero tra i pochi a dire che la “Primavera araba” sarebbe stata anche una fonte di problemi per lo Stato ebraico».

Al netto delle dichiarazioni politiche, restano le operazioni sul campo. Pochi giorni fa Netanyahu ha visitato il confine che corre lungo il Sinai egiziano. S’è complimentato per aver trasformato l’area da «deserto aperto e pieno d’insidie» a terra moderna «con una solida barriera di 230 chilometri di lunghezza e 5 d’altezza». La barriera, a dire il vero, era stata progettata per bloccare i migranti in arrivo dall’Africa. Ma ora, dopo la caduta di Mubarak, serve anche a ostacolare eventuali infiltrazioni di terroristi islamici.

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner  /GPO / FLASH90)

La rete alta 5 metri che separa il Sinai egiziano dal territorio israeliano (foto di Moshe Milner /GPO / FLASH90)

Una realtà tanto consolidata da spingere lo stesso Netanyahu a spiegare che il prossimo passo è quello del Golan. E non solo. «L’obiettivo del nuovo governo – ha detto il premier – sarà quello di proteggere l’intero territorio nazionale con ”Cupole di ferro”, oltre a completare la costruzione della Barriera di sicurezza anche sul Golan». Il perché è presto spiegato. Assad sta perdendo pezzi. Ampie zone della Siria non sono più controllate da Damasco. E il rischio di infiltrazioni e di attacchi terroristici è così cresciuto. Da qui la necessità di sostituire i vecchi reticolati di confine con una nuova e moderna barriera.

Secondo i giornali locali sarebbero stati completati già i primi quattro chilometri. Sarebbero visibili attorno alla città drusa di Majdal Shams, da dove si può chiaramente vedere il confine con la Siria. Se i calcoli della stampa sono giusti, vuol dire che restano da costruire altri 54 chilometri. E poi l’isolamento – volontario o imposto – sarà completato.

© Leonard Berberi

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Gli investigatori israeliani: almeno cento pacifisti hanno legami con la Jihad

Un frammento del video del blitz girato dalla marina israeliana

Legami – diretti e indiretti – con la Jihad globale. Secondo le rivelazioni dei cronisti del quotidiano Yedioth Ahronoth – domani in edicola – almeno cento persone a bordo della nave turca assaltata sarebbero legate a formazioni terroristiche.

Le prime conclusioni sarebbero emerse dopo gli interrogatori fiume che la polizia israeliana sta effettuando soprattutto in un capannone allestito appositamente nel porto di Ashdod, dov’è stata portata la Mavi Marmara. Gli investigatori avrebbero in mano le prove necessarie per dimostrare che un centinaio di persone si sono infiltrate nel movimento pacifista per poi attaccare deliberatamente i soldati israeliani.

La maggior parte dei sospettati sarebbe di origine turca. Ma sarebbero tanti anche i “pacifisti” yemeniti e indonesiani sospettati dall’antiterrorismo israeliano di avere rapporti con Al Qaeda. A bordo della nave sono stati trovati migliaia di dollari in contanti, maschere anti-gas. La maggior parte di questi uomini sarebbe senza documenti d’identità e non starebbe collaborando alle indagini.

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