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L’appello degli ebrei ultraortodossi: “Cambiamo il nome al caffè turco”

Il caffè "turco" della Strauss Group

Cambiare il nome del caffè. Subito. Perché chiamare una nostra bevanda «caffè turco», ecco questo proprio no. Soprattutto dopo la posizione di Ankara sul blitz alla Mavi Marmara.

La richiesta – inusuale – è arrivata ai vertici aziendali della Strauss Group, la seconda azienda di cibi e bevande più grande d’Israele e la sesta – al mondo – per produzione e distribuzione di caffè. A farla, questa proposta, sono stati gli ebrei ultraortodossi del gruppo “La nostra terra di Israele”.

«La Turchia si nasconde dietro al terrorismo omicida contro i soldati israeliani sull’assalto alla nave pro-Gaza, come abbiamo visto tutti», ha scritto il leader dell’associazione religiosa Shai Geffen. «Ora la Turchia è entrata a far parte dell’Asse del Male, è diventata un simbolo di terrore e ostilità verso Israele. Per questo chiediamo alla Strauss di togliere quella denominazione – “turco” – dall’indicazione del caffè. Non possiamo bere qualcosa che ci ricorda il Male».

Un boicottaggio che ricorda quello del 2004, quando attorno a Capitol Hill di Washington, dove si trova il Congresso Usa: allora, dopo le ripetute frizioni con la Francia, i ristoranti avevano deciso di ribattezzare le patatine fritte da “french fries” a “liberty fries”.

Dalla Strauss non è arrivata una risposta ufficiale. Ma solo una precisazione: «Quel nome, “caffè turco”, non è nostro, ma inventato secoli fa».

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Flash da Israele / Tra consigli di cucina bulgara e problemi di trasporto per l’iPad

Sciopero personalizzato. I lavoratori portuali svedesi hanno annunciato che è nelle loro intenzioni avviare una settimana di boicottaggio delle navi e delle merci israeliane in risposta al violento blitz di lunedì mattina sulla Mavi Marmara. Lo ha comunicato un portavoce del sindacato di base del personale portuale della Svezia.

Divieto al contrario. Dopo i problemi di aprile, quando le autorità aeroportuali non facevano entrare nessun esemplare di iPad sul suolo israeliano, sembra che la situazione si sia rovesciata. Michael Hamelin s’è visto sequestrare – in via provvisoria – la sua tavoletta tecnologica mentre si stava imbarcando alla volta di Atlanta, Usa. Le autorità hanno spiegato che dovevano controllare l’aggeggio. Dopo una settimana circa, Hamelin ha ricevuto – via posta – il suo iPad. Nessun commento è stato rilasciato dai vertici aeroportuali.

Ritenta, sarai più fortunato. Il presidente israeliano Simon Peres ha preso atto della richiesta dell’autorità vietnamita che gli chiedeva di posticipare il suo viaggio istituzionale in Vietnam dopo gli incidenti alla nave pro-Gaza. Il capo dello Stato ebraico partirà per un tour nell’estremo Oriente. Prima tappa: la Corea del Sud. Con la richiesta di Hanoi, salta la prima visita di un’autorità israeliana dopo molti anni.

Il presidente israeliano Simon Peres

Mezzogiorno di cuoco. In un’intera pagina del quotidiano Ma’ariv compaiono le meraviglie culinarie della cucina bulgara. «Si tratta di una cucina semplice, ma anche di alta qualità – scrive il giornale -. Con ingredienti che si trovano in ogni casa e dove ci vuole poco tempo per la preparazione». Consigli del chef-giornalista: le polpette, torta di spinaci, tortini di caciocavallo.

Clima mondiale. Nonostante gli orari agevoli delle partite, molti israeliani avranno problemi a seguire le partite del campionato mondiale di calcio che si svolgeranno in Sudafrica dall’11 giugno. Per questo, le compagnie telefoniche dello Stato ebraico hanno pensato bene di offrire servizi speciali che consentono di vedere le sfide sportive attraverso il proprio cellulare. Purché si tratti di uno smartphone.

Due cuori, un destino. Un fine settimana finito male a Rishon Letzion, Israele. Con alcol che scorre a fiumi tra amici. E poca lucidità. È così che un uomo – sulla trentina – ha iniziato a violentare un’amica dopo averla ospitata a casa sua. Insieme ai due c’era un altro ragazzo: amico del primo, fidanzato della seconda. E quando ha iniziato a capire la situazione, si è avventato sul violentatore per salvare la sua ragazza. Ma il cane del padrone di casa gli è saltato addosso e ha iniziato ad azzannarlo. In mattinata, violentatore e cane hanno fatto la stessa fine: il primo in galera. Il secondo in canile.

Cittadini sub judice. Il giudice di una corte di giustizia egiziana ha chiesto al governo di considerare la possibilità di revoca della cittadinanza a quei cittadini che, sposandosi con un israeliano, possano essere ritenuti minacciosi per la sicurezza interna del paese africano. Non solo. La stessa corte ha ordinato al ministero dell’Interno del Cairo la compilazione – e consegna – di un dossier con tutti i nomi e cognomi dei cittadini egiziani sposati con israeliani. Ogni singolo caso – e matrimonio – verrà così esaminato e valutato.

(a cura di Leonard Berberi)

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attualità

Giornalista Usa accusa: “Gli ebrei se ne devono andare dalla Palestina”

«Gli ebrei? Se ne devono andare fuori dalla Palestina». Per trasferirsi dove? «In Europa, magari in Germania e Polonia». Parola di Helen Thomas, corrispondente senior dalla Casa Bianca.

Sarà stata l’età. Sara stato il caldo. Ma un video registrato il 27 maggio all’uscita dalla Casa Bianca – ora su YouTube – inchioda una delle giornaliste più famose degli Stati Uniti. Intervistata dal rabbino David Nesenoff del sito RabbiLive.com, la Thomas ha così risposto: «La Palestina non è né tedesca, né polacca. Ecco perché gli ebrei se ne devono tornare a casa loro».

Il video che inchioda la giornalista Helen Thomas

«I commenti della Thomas sono spregevoli», ha commentato Dennis W. Glick, presidente del B’nai B’rith International, organizzazione ebraica che da anni combatte l’antisemitismo e atti di razzismo. «La sua richiesta di far tornare gli ebrei in Germania e Polonia, paesi protagonisti del genocidio del nostro popolo, sono a dir poco offensivi», ha continuato Glick.

Quindi la proposta del vice di Glick, Mariaschin S. Daniel: «Non ci dovrebbe essere posto in una redazione di giornale per una come Helen Thomas. I suoi giudizi vanno oltre il semplice esercizio dell’espressione personale, sono proclami di guerra».

“Sono profondamente dispiaciuta del giudizio che ho dato sulla questione israelo-palestinese”, s’è scusata la Thomas.

AGGIORNAMENTO DEL 7 GIUGNO, ORE 20,00: La giornalista Helen Thomas si è dimessa – e si ritira dall’attività giornalistica – “con effetto immediato” in conseguenza delle sue dichiarazioni.

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attualità

Tel Aviv, inaugurata la prima scuola di web design per ebrei ultraortodossi

Di quelle accuse non se ne poteva più. “Non aiutano l’economia del nostro Paese”, hanno detto da più parti. Così il rabbino di Tel Aviv, Yisrael Lau, ha deciso che quel vociare doveva finire lì. Che loro, i religiosi, dovevano dare dimostrazione di darsi da fare per il Paese.

Ed ecco che, negli scorsi giorni, il rabbino Lau ha inaugurato un laboratorio speciale: si chiama “Prog Center” ed è il primo centro di web design tutto dedicato agli ebrei ultra-ortodossi. Nei prossimi mesi, insomma, molti siti web israeliani porteranno la firma di esperti “haredi”.

“Questo è un giorno importante, soprattutto alla luce dei commenti rivolti alla nostra comunità negli ultimi giorni”, ha polemizzato subito il rabbino Lau. Un personaggio di spicco del rabbinato israeliano, da molti considerato una sorta di ponte tra la società ultra-religiosa e la collettività israeliana. “Con questa nuova realtà noi vogliamo dimostrare che gli haredi danno il loro contributo all’economia del Paese”.

Un passo avanti. Certo, resta da risolvere una questione di non poco conto: secondo i massimi esponenti dell’ebraismo, quelli che siedono a Gerusalemme, Internet è un “abominio”, e per questo esso deve essere vietato. Non solo nei pc, ma anche negli smartphone.

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economia, politica

Insediamenti ebraici, ecco i prezzi colonia per colonia

Insediamento ebraico all'interno della West Bank. Il governo Netanyahu ha studiato come risarcire quei coloni che non possono costruire per colpa del congelamento di dieci mesi imposto proprio dall'esecutivo di Gerusalemme (e fortemente richiesto da Usa e Comunità internazionale)

La differenza di prezzo – tra insediamento di “serie A” e di “serie B” – arriva anche al 400%. E sul valore immobiliare incide molto la distanza da una città palestinese, dalla linea verde, da un’autostrada. Senza considerare il fattore “ideologia”. Per cui ci sono colonie a forte ideologizzazione e colonie a meno. Tutto questo arriva a definire un prezzo al metro quadro.

A scriverlo è un dossier governativo di cui il quotidiano Haaretz è entrato in possesso e che, nei piani dell’esecutivo Netanyahu, dovrebbe servire per capire quanto tocca risarcire agl’israeliani per il blocco di 10 mesi di nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Palestina. La mancata costruzione di una casa, infatti, costituisce una penalizzazione per i civili che dovranno quindi vivere in affitto per tutto il tempo del blocco.

Il prezzo medio di affitto negli insediamenti è di 22 shekel (circa 5 euro) per metro quadrato. O meglio, di 700 euro al mese per una casa di 150 metri quadrati. I prezzi più alti sono nelle città della West Bank (circa 6 euro per metro quadro, in media). Tra i consigli regionali, Binyamin ha il più alto prezzo medio (5,50 euro) mentre la Valle del Giordano ha quello più basso (2,75 euro).

Ma queste medie nascondono le ragioni più profonde. A Hermesh e Mevo Dotan, due insediamenti isolati nel nord della West Bank, per esempio, l’affitto è di soli 2 euro al metro quadrato. Ad Avnei Hefetz, vicino alla Linea Verde, il prezzo sale a 4,25 euro. Ma a Karnei Shomron, insediamento nel nord della Cisgiordania, ancora più lontano dalla Linea Verde rispetto a Hermesh e Mevo Dotan, il prezzo è di 6,36 euro al metro quadro. In questo caso è la qualità della vita a prevalere sulla posizione geografica.

Anche se, va detto, i prezzi più alti nel nord della West Bank sono negli insediamenti che si trovano a ridosso dell’autostrada Trans-Samaria, e offrono così un facile accesso al centro d’Israele: e cioè Barkan, Etz Efraim (quasi 7 euro al metro quadro) e Shaarei Tikva (7,50 euro) .

Tra le grandi città, l’appartamento più economico si trova a Immanuel, città haredi (ultra-ortodossa). Qui è possibile affitare una casa a soli  2,75 euro al metro quadro al mese. A incidere sul prezzo proprio l’immagine profondamente religiosa della vita quotidiana e ai problemi che questo crea con il “vicinato” palestinese.

All’inizio di maggio il Ministero delle Finanze ha ultimato le modalità di risarcimento danni dovuti al congelamento di dieci mesi. Il dossier stabilisce che tutti quelli con un permesso di costruzione bloccato per colpa del congelamento possono chiedere un indennizzo fino al 175% del canone di affitto pagato. Ma le persone che hanno violato il blocco non avranno diritto ad alcun indennizzo.

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Palestina, parte il boicottaggio (legalizzato) dei prodotti dei coloni israeliani

Il primo ministro dell'Autorità Palestinese, Salam Fayyad, dà una mano a bruciare i prodotti realizzati nelle colonie ebraiche della West Bank

A volte basta un’immagine. Una soltanto, per dare il senso della politica in Medio Oriente. Nell’istantanea in questione c’è quest’uomo, Salam Fayyad, che tiene in mano una scatola. Davanti a lui un rogo in atto. Di lì a pochi secondi, quella scatola gialla finirà anch’essa nel rogo. E a buttarla sarà proprio Fayyad. Un uomo, un economista. Soprattutto: il primo ministro palestinese.

E’ così, con un gesto che più simbolico non si può, che è partita la caccia legalizzata al prodotto realizzato in una delle decine di colonie israeliane insediate in Palestina. Materiale che da qualche giorno è fuori legge. I controllori volontari, circa tremila, busseranno alle porte di tutti i palestinesi della Cisgiordania per scovare i prodotti sgraditi. “Di casa in casa”, si chiama la campagna, partita da Ramallah per estendersi a tutta la West Bank. Ma ad essere controllati sono anche i supermercati.

Controlli anche nei supermercati, alla ricerca di prodotti indesiderati realizzati nelle colonie israeliane nella West Bank

Nei prossimi mesi alle famiglie palestinesi verrà poi consegnato un vademecum che elenca oltre 500 prodotti da boicottare. I volontari dovranno sensibilizzare la popolazione sulla necessità di non acquistare i prodotti che arrivano dalle colonie, come prevede una legge varata di recente e che punisce severamente la circolazione di questi articoli.

Dopo la visita, i volontari attaccheranno sulla porta di casa un adesivo con la scritta “Qui non ci sono prodotti delle colonie”. Un marchio. Non dell’infamia, stavolta. Ma di bontà. E di fedeltà alla causa palestinese. Non solo. Perché pur di scovarli tutti i prodotti sgraditi, il ministero dell’Economia ha attivato un numero verde che i cittadini potranno contattare per segnalare la presenza di articoli sospetti nei mercati locali.

Il ministro dell’Economia Hasan Abu Labdeh ha tenuto però a precisare che la campagna di boicottaggio non riguarda le merci prodotte all’interno di Israele nel rispetto del protocollo di Parigi del 1994, che regola le relazioni economiche tra palestinesi e israeliani. No. L’iniziativa “mira a realizzare un’armonia totale tra le risoluzioni e il diritto internazionali e gli accordi di Oslo da un lato e la posizione politica adottata dall’Olp dall’altro”.

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attualità, cultura

“Quel videogioco è antisemita”. Scoppia il caso “Drawn Together”

“Fermate quel gioco, è antisemita!”. Dopo “I Griffin”, dopo “South Park” e dopo “I Simpson”, ha scatenato una vera e propria bufera di polemiche – in Israele e tra le comunità ebraiche – un videogioco gratuito, “Drawn together”, i cui contenuti sono stati giudicati antisemiti. Il gioco si ispira a un omonimo cartoon politicamente scorretto ed è possibile trovarlo sul sito di Comedy Central, emittente televisiva del gruppo statunitense Viacom.

Il cuore delle polemiche riguarda in particolare due personaggi del videogame, i cui nomi più che allusivi sono “Jew Producer” (trad: produttore ebreo) e “I.S.R.A.E.L.” (l’acronimo di “Intelligent Smart Robot Animation Eraser Lady”). Il primo ha un altoparlante al posto della testa e fallisce sempre nel tentativo di uccidere altri personaggi del gioco. “I.S.R.A.E.L.” è un sanguinario robot killer con il compito di portare a termine i lavori in cui “Jew Producer” ha fallito, obiettivo che centra sempre, seminando distruzione e uccidendo bambini e altri innocenti.

Abraham Foxman, presidente della Lega Antidiffamazione, ha inviato una lettera ai dirigenti di Comedy Central, tv seguita soprattutto dai più giovani, scrivendo che “il videogioco in cui compare Jew Producer incoraggia la diffusione degli stereotipi contro gli ebrei e contro Israele”. Per questo, continua Foxman, il gioco deve essere rimosso dal sito. O almeno bloccato per gli utenti minorenni.

“Sono rimasto scioccato dal fatto che qualcosa del genere possa essere diffuso su un’emittente così nota”, ha commentato, citato dal sito del quotidiano Haaretz, Simon Plosker, direttore di HonestReporting (sito che segue le iniziative diffamatorie contro gli ebrei). La protesta è quindi sbarcata su Facebook, dove è stato creato un gruppo che chiede la rimozione del gioco dal sito della tv.

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