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Bruno-Rudolf, il guardiano del campo di Auschwitz

Il gatto Bruno-Rudolf all'ingresso del cancello principale dell'ex campo di concentramento di Auschwitz (foto Reuters)

Bruno-Rudolf contro i vertici che gestiscono il campo di concentramento di Auschwitz. Bruno-Rudolf è un gatto col pelo corto e lo sguardo annoiato.

Bruno-Rudolf è una sorta di guardiano del campo di concentramento. Lo si vede all’ingresso principale. Quello che reca grande la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), ora rimessa al suo posto dopo il furto rocambolesco. E lo si è visto anche negli ultimi giorni, quando la temperatura ha toccato i 34 gradi centigradi sotto zero.

Bruno-Rudolf ora sta scatenando un contenzioso tra il museo che gestisce il campo e l’associazione animalista polacca. “Abbiamo soltanto chiesto di costruire un piccolo rifugio, ma ci è stato detto di no”, dice Joanna Zaremba della Fondazione per gli animali.

Secondo i bene informati, il gatto sarebbe arrivato al campo circa sei mesi fa. Da allora, giorno dopo giorno, ha iniziato ad attirare l’attenzione dei visitatori. E ora è quasi una star, visto che giornali polacchi e siti web hanno scritto della campagna pro Bruno-Rudolf da parte degli animalisti.

“Sono venuta soprattutto per vedere questo gatto”, dice una visitatrice polacca ai microfoni della Reuters Television (qui il video). “Sono pure disposta a dare una casa a questo animale”, ha aggiunto.

Durante l’occupazione nazista, nel campo di concentramento di Auschwitz, morirono oltre 1,5 milioni di persone, per lo più ebrei. E soltanto l’anno scorso, la struttura – vicina alla città di Oswiecim in Polonia meridionale -, è stata visitata da più di un milione di persone. (leonard berberi)

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La Storia riveduta. E corretta

Il gerarca nazista Adolf Eichman alla sbarra in Israele

Ad un certo punto, in tutti i libri di storia, c’è un vuoto. Non si sa nulla di Eichman. E, soprattutto, del processo del secolo. Quello che ha avuto luogo in Israele. Quello che ha portato il gerarca nazista protagonista dello sterminio degli ebrei, scovato in Argentina, all’impiccagione negli anni ’60. Quello che, agli occhi del mondo, apparve come un timido risarcimento per le vittime dell’Olocausto. “Banalità del male”, sintetizzò Hanna Arendt.

Ora, dopo mezzo secolo, qualcosa è cambiato. Dal prossimo anno scolastico, la storia di Eichman approderà nei libri di testo delle scuole superiori israeliane. La decisione, scrive il quotidiano Haaretz, è stata presa dal ministero dell’Istruzione sulla base del parere di un comitato di esperti guidato dalla storica Hanna Yablonka, dell’Università Ben Gurion.

Il caso Eichmann non è solo un nazista processato in Israele. E’, soprattutto, un punto di svolta nella formazione della identità d’Israele e nel suo rapporto con la memoria della Shoah. E una lunga storia di discussioni laceranti, anche dentro al mondo ebraico.

Ma ora, ha stabilito il ministero, è venuto il momento di dedicare almeno un capitolo dei testi scolastici di storia a quell’evento drammatico e cruciale. Il problema è il taglio che si vorrà dare. Un processo che, anche se concluso, continua a far discutere. Perchè fu allestito non per ragioni legali, ma simboliche (per unire gli israeliani nel lutto e per favorire l’integrazione non facile dei superstiti).

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Postcards from Middle East / 24

Ebrei arrivati dall'Etiopia mostrano le foto dei loro cari rimasti nel paese africano. In una manifestazione davanti all'ufficio del primo ministro Netanyahu, uomini e donne (chiamati Falash mura nel paese d'origine) hanno chiesto al governo di fare in modo di portare in Israele chi è rimasto in Etiopia per poter così riunire le famiglie (Kobi Gideon / Epa)

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Postcards from Middle East / 17

Un ebreo ultraortodosso, guardato a vista dai poliziotti a cavallo, sventola la bandiera con la stella di Davide nei pressi di Sderot, continuamente colpita dai razzi Qassam lanciati da Hamas. La striscia di Gaza è a meno di 3 chilometri. L'uomo, parte di una comitiva composta anche dal sindaco della cittadina e da alcuni ebrei americani, mostra la bandiera proprio in direzione di Gaza City. Ma in segno di pace, questa volta. Alla fine, il gruppo ha liberato nell'aria decine di palloncini e ha chiamato israeliani e palestinesi a vivere in pace (Jim Hollander / Epa)

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“Abbiamo risolto il conflitto. Con una spallata”

Evan Reshef

La si potrebbe chiamare la squadra-mondo. Se non fosse per il fatto che la questione è molto più seria. Perché siamo in Israele. E perché il team in questione fa giocare nella stessa formazione israeliani di religione ebraica e arabi di fede musulmana. Senza dimenticare un filippino, un thailandese e due statunitensi.

Sono i Tel Aviv Sabres. Giocano nella Israel Football league. I risultati sono così così. Ma loro hanno già vinto: perché allo scontro decennale del Medio Oriente rispondono a colpi di spallate e di bevute post-partita. Tutti insieme.

Tamir Elterman (in primo piano)

A gestire questo gruppo di giovanissimi c’è il presidente Said Abulafia. Che in realtà è un giovanotto di 28 anni. Di giorno fa l’avvocato. La sera, invece, casco in testa, si spacca le ossa. E appartiene a una delle più note famiglie di Jaffa, cittadina vicino a Tel Aviv e a maggioranza musulmana.

Il gioco è semplice. Non del football americano, ma della vita di squadra. Le differenze nazionali, religiose e politiche restano fuori dal campo. E il terzo tempo, più che una regola morale da rispettare, è il motto. “Amo questa squadra perché a volte sono costretto a dire una cosa in tre lingue diverse”, dice Alex Trafton. Viene da Los Angeles e in Israele ci è arrivato sei mesi fa. Stessa storia per Niv Sultan, 16 anni, di Long Island. E per l’allenatore: David Miller. Anche lui americano. Ma originario di Houston, Texas.

Proprio nessun discorso di politica? “Quella è per i grandi ragazzi”, scherzano. E intanto continuano ad allenarsi, sotto gli occhi divertiti degli abitanti di Tel Aviv, al Yarkon Park.

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