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Netanyahu finisce sotto accusa: “Il premier ha speso troppi soldi pubblici per le sue case”

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la moglie Sara nella loro casa ufficiale (foto Flash 90)

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu con la moglie Sara nella loro casa ufficiale (foto Flash 90)

Spendaccioni. Spesso senza motivo. A volte pure su cose già presenti in frigo o in casa. Per non parlare del servizio di pulizia. Effettuata pure in ambienti dove non ci viveva nessuno da mesi. Da anni.

La tegola – tanto attesa dall’opposizione – alla fine è caduta sulla testa di Benjamin Netanyahu. A un mese esatto dalle elezioni del 17 marzo. Joseph Shapira, a nome del Controllore di Stato (una sorte di Corte dei conti israeliana), ha pubblicato il rapporto sulle spese del premier e della sua famiglia tra il 2009 e il 2013 sulle residenze a Gerusalemme e Cesarea.

Dice quel documento – che è stato trasmesso al procuratore generale, Yehuda Weinstein per valutare eventuali profili penali – ecco, dice quel documento che i Netanyahu hanno spesso molti soldi per la pulizia, il cibo e l’abbigliamento. Soldi pubblici, ovvio. Non solo. Il rapporto scrive nero su bianco che gli impiegati dell’ufficio del premier sono stati – più di una volta – «forzati a pagare di tasca loro le uscite dei Netanyahu e che non sono stati rimborsati».

L'ingresso della residenza ufficiale del primo ministro israeliano a Gerusalemme (foto di Yossi Zamir/Flash 90)

L’ingresso della residenza ufficiale del primo ministro israeliano a Gerusalemme (foto di Yossi Zamir/Flash 90)

Shapira ha anche criticato con fermezza «le centinaia di migliaia di shekel spese ogni anno per il cibo takeaway – anche se le residenze sono dotate di uno staff di cuochi –, per la casa in Cesarea, anche se viene usata soltanto nei fine settimana, e l’impiego di un dipendente del Comitato centrale del Likud (il partito del premier, nda) come elettricista nella villa in Cesarea».

Più nel dettaglio. Il dossier spiega che le spese complessive sostenute per l’abitazione del primo ministro sono salite dai 475 mila dollari del 2009 ai 615 mila dell’anno successivo, per balzare a 798 mila nel 2011. È soltanto nel 2012 – quando sono scoppiate le prime polemiche sulla vita sfarzosa dei Netanyahu – che quella cifra è calata a 650 mila per toccare quota 547 mila nel 2013.

«Ma la spesa per il cibo è raddoppiata nel 2010 e nel 2011 rispetto al 2009», denuncia il Controllore di Stato, passando dai 54.585 dollari del 2009 ai 105.800 del 2011. L’anno prima, nel 2010, «i Netanyahu hanno ordinato cibo per un valore di 18.600 dollari – scrive il documento – valore che rappresenta un quarto della spesa complessiva sostenuta quell’anno per l’alimentazione». Nel 2011 quella cifra è aumenta a 24 mila dollari.

Le foto della Radio militare israeliana sull'interno della casa dei Netanyahu

Le foto della Radio militare israeliana sull’interno della casa dei Netanyahu

Sotto la lente del Controllore di Stato sono finite anche altre spese. Come i 20 mila dollari all’anno spesi per l’acqua nella casa in Cesarea, per esempio. Ma anche i 2.500 dollari al mese per l’acquisto di gelato. O i 127 mila dollari pagati «per mettere un letto in un volo che è durato cinque ore».

E ancora. Shapira stigmatizza pure i 2.120 dollari spesi ogni mese per le pulizie nella casa privata dei Netanyahu. «Soldi spesi nonostante la famiglia passi la maggior parte del tempo nella residenza ufficiale a Gerusalemme». E però, chiarisce il documento, Sara Netanyahu ha rimborsato i 1.035 dollari finiti poi al centro dello scandalo «bottiglia-gate».

Moshik Galamin, interior design israeliano, con Sara Netanyahu dentro la villa del premier

Moshik Galamin, interior design israeliano, con Sara Netanyahu dentro la villa del premier

Proprio la moglie del primo ministro, due giorni prima del dossier, è stata protagonista di un filmato in cui lei fa vedere al designer d’interni della tv, Moshik Galamin, la casa ufficiale per mettere a tacere le voci di una vita eccessiva. E nelle immagini, infatti, si vede una cucina dimessa. Un ambiente, secondo Galamin, «degno di un orfanotrofio rumeno del 1954».

Nulla di lussuoso insomma. Tant’è vero che – mostra il filmato – ci sono pure delle crepe sul soffitto e delle pareti che hanno bisogno di essere ridipinte. E però Canale 10 racconta un’altra versione. Sostiene che al secondo piano – che non hanno fatto vedere – c’è un’altra cucina, molto più moderna e costosa.

© Leonard Berberi

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Un giorno a Gerusalemme

Un giorno a Gerusalemme. Da Ovest a Est. E viceversa. Il fotografo Spencer Platt è andato in giro per conto dell’agenzia Getty Images lungo le vie della Città Santa domenica 30 novembre 2014. Ha immortalato la vita nei quartieri dove vivono gli ebrei ultraortodossi, ha fatto un salto nella parte vecchia, poi si è soffermato in quella a maggioranza araba. Ecco il fotoreportage. (l.b.)

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I filopalestinesi e l’accusa alle giornaliste del New York Times in Israele: “Sono di parte”

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

La facciata del grattacielo dove si trova la redazione centrale del New York Times a New York (foto di Michael Nagle/Bloomberg/Getty Images)

«Sono ebrei». «Hanno figli che indossano la divisa militare israeliana». «Sono sposati con opinionisti filosionisti». E allora, proprio perché hanno queste «caratteristiche», «non devono occuparsi di Medio Oriente», «non devono scrivere» su quello che succede tra Israele e Palestina, tra Israele e Gaza, tra Israele e Libano, tra Israele e mondo arabo. Perché, ecco, «sono di parte».

Se c’è mestiere più contorto è quello del corrispondente dallo Stato ebraico per i quotidiani occidentali. Soprattutto se il tuo lavoro finisce sul New York Times, uno dei giornali più letti e prestigiosi al mondo. C’è un nutrito gruppo di cronisti palestinesi, di blogger arabi influenti, di siti web che non fanno altro che spulciare riga per riga quello che scrivi. Pronti – al minimo errore, alla prima parola percepita al di sopra le righe, alla prima frase che suoni vagamente contraria al mondo arabofono – ecco, pronti a puntare il dito e dire «ecco, vi abbiamo smascherati, siete tutti al servizio della propaganda sionista».

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Il figlio di Isabel Kershner in divisa militare israeliana con i suoi commilitoni. La foto è stata postata su Facebook

Altrimenti non avrebbe senso questa caccia alle streghe che si scatena puntualmente contro certi giornalisti stranieri mandati a occuparsi di faccende mediorientali. Altrimenti non si spiegherebbe la foto del figlio di Isabel Kershner, presa da Facebook e pubblicata da Mondoweiss – uno dei siti più letti tra i palestinesi e i filo palestinesi di tutto il mondo – in cui questo giovanotto è nella sua divisa verdognola dell’Idf, l’esercito israeliano, assieme ai suoi commilitoni.

Per dimostrare cosa? Per sostenere che, ecco, questa Kershner qui – quando scrive sul New York Times – forse non è così obiettiva. Insomma, chi si azzarderebbe a dire le cose come stanno, ragionano i filo palestinesi, «se ha un figlio che potrebbe essere mandato a morte sicura in qualche combattimento appena la mamma si mette a raccontare cose brutte sugl’israeliani?».

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Isabel Kershner, giornalista, scrive per il New York Times da Gerusalemme

Le accuse, nemmeno tanto velate, sono però prese sul serio dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Perché la domanda – al di là degli aspetti di «colore» – è maledettamente seria: può un giornalista essere obiettivo se ha un minimo di legame con una delle due parti in causa? Sì, secondo il New York Times. Che però chiede ai suoi la massima trasparenza e di fare un passo indietro nel momenti in cui si presenta anche l’ombra del conflitto d’interessi.

Nel caso di Isabel Kershner, collaboratrice – non dipendente – del quotidiano americano, il putiferio è scoppiato quando quelli di Mondoweiss si sono ricordati di un libro uscito nel 2005 e firmato dal marito della giornalista, Hirsh Goodman (noto filoisraeliano). L’uomo scriveva di avere due figli, di 7 e 10 anni. Così, nell’anno 2014, e con la prole in perfetta salute, i blogger filo palestinesi hanno spulciato i social network fino a rintracciare il profilo del figlio, ora 20enne, della coppia Kershner-Goodman. Eccolo là il giovane, con la sua divisa.

Jodi Rudoren, capo dell'ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza del New York Times a Gerusalemme

Apriti cielo. E via con le accuse di parzialità. Lettere al New York Times. Domande alla diretta interessata. Che risponde. «Sì, è vero, ho un figlio di 20 anni che sta facendo il servizio militare obbligatorio come tutti i cittadini israeliani. L’altro, 17enne, è ancora al liceo». «Ma è vero che suo figlio ha combattuto nell’ultimo scontro a Gaza, l’estate scorsa?», chiedono ancora quelli di Mondoweiss. «Se ci fosse stata l’ombra del conflitto d’interessi ovviamente non avrei coperto un certo avvenimento», chiarisce Kershner. «Questa è la politica di tutti i corrispondenti del quotidiano, non solo qui, ma anche a Washington e Mosca».

Non contenti quelli di Mondoweiss scrivono a Joe Kahn e Michael Slackman, rispettivamente caporedattore e vice caporedattore degli Esteri per il New York Times. A rispondere è il numero uno della redazione. «Teniamo sempre conto dei legami personali e famigliari dei nostri giornalisti quando assegniamo loro un articolo», premette. «E questo avviene senza eccezioni. Ma chiediamo ai nostri reporter – a prescindere dal loro orientamento – di attenersi ai più alti standard di oggettività quando scrivono per noi». Per questo «nessun nostro corrispondente – durante la guerra a Gaza – ha scritto in conflitto d’interessi. Questo succederà anche in futuro».

Contenti della risposta? Mica tanto. Perché poi, nello stesso post, gli autori di Mondoweiss spostano l’attenzione verso Jodi Rudoren, capo dell’ufficio di corrispondenza sempre per il New York Times. «Ma la Rudoren ha figli ancora troppo piccoli per fare il servizio militare», scrivono quelli di Mondoweiss. E se non c’è quindi conflitto d’interesse in questo senso, il blog ricorda che anche lei – oltre al passaporto americano – è ebrea e israeliana.

© Leonard Berberi

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Va di scena il gay pride, in migliaia sfilano a Tel Aviv

Il Municipio di Tel Aviv color arcobaleno in omaggio al gay pride di quest'anno (foto di Yosi Keret)

Il Municipio di Tel Aviv color arcobaleno in omaggio al gay pride di quest’anno (foto di Yosi Keret)

La prima cosa che ti dicono i gay d’Israele è che, alla fin fine, la risposta è tutta in una parola: «gayim». Vuol dire «orgoglioso», in ebraico. E, ti spiegano sul lungomare di Tel Aviv, è così incredibilmente simile a quell’altra – gay, appunto – che è tabù già a una cinquantina di chilometri dalla città che non dorme mai. Che nel 2011 è stata eletta la città più omosex del mondo. E che, quand’è diventato legale, è stata anche la destinazione della luna di miele della prima coppia francese marito-marito.

A dispetto della scaramanzia e dei precetti religiosi che chiedono il riposo assoluto dal pomeriggio in avanti, a Tel Aviv si svolge venerdì 13 il «Gay pride» edizione 2014. Un evento che, quest’anno, dovrebbe vedere la presenza di quasi diecimila omosessuali arrivati da tutto il mondo per sfilare in una città tappezzata di scritte di benvenuto, di bandiere arcobaleno, di inviti a gustarsi le sue attrazioni turistiche. Perché, come spiegano tutte le ricerche di mercato, il cliente gay è anche quello che spende di più quando è in vacanza.

L'Hilton Beach, a Tel Aviv, è la spiaggia più frequentata dai turisti omosessuali (foto Shutterstock)

L’Hilton Beach, a Tel Aviv, è la spiaggia più frequentata dai turisti omosessuali (foto Shutterstock)

«Stiamo cercando di diventare un modello di apertura, pluralismo e tolleranza», ha spiegato all’Associated Press il sindaco Ron Huldai mostrando la sede del Municipio con i neon di tutti i colori in omaggio alla gay parade, poi i preparativi all’Hilton Beach, la striscia di sabbia tra mar Mediterraneo e hotel di lusso diventata luogo di centinaia, migliaia di gay, locali e non. A Huldai s’è affiancato Dan Shapiro, ambasciatore Usa in Israele, il quale – oltre a invitare tutti a festeggiare – ha fatto issare la bandiera arcobaleno di fianco a quella americana.

«Siamo orgogliosi di far parte di questa città!» c’è scritto all’ingresso di molti supermercati della catena «Super Yuda». Anche gli uffici di Google, da fuori e di notte, sono tutti color arcobaleno. I locali – soprattutto quelli notturni – di via Nahalat Binyamin sono pronti ad accogliere i clienti omosessuali. Perché Tel Aviv ci tiene, e non poco, a far vedere al mondo quanto sia diversa, se non all’opposto, di Gerusalemme. Di là, a una quarantina di chilometri, file di turisti e pellegrini tra le vie strette del parte vecchia. Di qua musica, alcool a fiumi, feste in piscina e notti brave.

© Leonard Berberi

LA FOTOGALLERY SU COME SI PRESENTA TEL AVIV

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Dodici autori, quattro anni, 500 scatti: dentro il cuore di Israele e Palestina

"La famiglia Weinfeld, Gerusalemme 2009" (foto Frédéric Brenner / Howard Greenberg Gallery)

“La famiglia Weinfeld, Gerusalemme 2009” (foto Frédéric Brenner / Howard Greenberg Gallery)

Uno, nessuno, centomila. La Tel Aviv avanti mille anni luce. La Gerusalemme così aggrappata alle tradizioni. La Cisgiordania così sofferta. E ancora: la famiglia Aslan Levi: lui, lei e i tre figli. I protagonisti quasi da pubblicità che trascorrono la giornata alla Snir Stream Laguna, Alta Galilea. I ragazzini palestinesi che si rinfrescano con un getto d’acqua a Silwan, a Gerusalemme Est. I coloni dell’insediamento di Tekoa, a due passi da Gush Etzion. Lo sguardo perplesso della soldatessa Elior Brenner. La casa – d’altri tempi – dei Weinfeld, mamma, papà e i nove figli seduti al tavolone a Gerusalemme.

"La famiglia Aslan-Levi, 2010" (foto di Frédéric Brenner/Howard Greenberg Gallery)

“La famiglia Aslan-Levi, 2010” (foto di Frédéric Brenner/Howard Greenberg Gallery)

Ci sono voluti dodici fotografi – tutti di fama mondiale – per tentare di sintetizzare i mille volti di Israele e Palestina. Quattro anni di lavoro, migliaia di scatti e alla fine ecco le 500 immagini che, ad oggi, rappresentano il più grande progetto fotografico sull’area che tra pochi mesi sbarca in Europa, si trasferisce nello Stato ebraico e poi, nel 2015, chiude il viaggio negli Stati Uniti.

Ragazzini palestinesi si rinfrescano nel villaggio di Silwan, a Gerusalemme Est (foto di Gilles Peress)

Ragazzini palestinesi si rinfrescano nel villaggio di Silwan, a Gerusalemme Est (foto di Gilles Peress)

Il lavoro si chiama «This Place», questo posto. A dirigere il gruppo di lavoro è stato Frédéric Brenner, 55 anni, ebreo francese, diventato famoso per «Diaspora», la ricerca lunga un quarto di secolo e grande 40 Paesi dove l’artista ha documentato la vita e la situazione degli ebrei alla fine del XX secolo. E così, dopo aver viaggiato nel mondo, s’è concentrato dal 2006 in poi nel cuore del Medio Oriente. Prima ha raccolto 4 milioni di dollari di donazioni. Quindi ha chiamato altri undici fotografi. «Non professionisti qualunque – spiega Brenner –, ma veri e propri artisti, autori che fanno domande, si informano, cercano di entrare nel cuore dell’area che vogliono immortalare».

"Snir Stream Laguna 2010" (foto Frédéric Brenner/Howard Greenberg Gallery)

“Snir Stream Laguna 2010” (foto Frédéric Brenner/Howard Greenberg Gallery)

Ogni fotografo ha passato sei mesi in Israele tra il 2009 e il 2012. Un tempo nel quale non solo sono andati in giro a realizzare scatti, ma anche a pranzare e cenare con la gente del posto, a parlare con loro, a discutere con gli intellettuali e gli artisti, gli esperti e gli storici. Ogni artista, poi, è stato seguito giorno per giorno da uno studente israeliano del Bezalel academy of arts and design di Gerusalemme e ha pernottato a Mishkenot Sha’ananim, uno dei centri nevralgici della cultura gerosolimitana.

"Famiglia di coloni", insediamento di Tekoa, Gush Etzion, Cisgiordania (foto di Nick Waplington)

“Famiglia di coloni”, insediamento di Tekoa, Gush Etzion, Cisgiordania (foto di Nick Waplington)

«C’è di tutto nelle istantanee – continua Brenner – da quelle di gruppo ai ritratti. Sono immortalati palestinesi e israeliani, coloni ed ebrei secolarizzati, migranti e gente che vive qui da generazioni». Tra le persone fotografate c’è anche Elior Brenner, la figlia del capo-progetto (sotto), immortalata mentre fa una faccia un po’ così alla macchina fotografica del papà. Tutte foto che cercano di dare una descrizione alla zona. Perché, spiega Brenner, l’area «presenta davvero tante chiavi di lettura, tanti modi di interpretarla».

© Leonard Berberi

Elior Brenner, 2009 (foto Frédéric Brenner / Howard Greenberg Gallery)

Elior Brenner, 2009 (foto Frédéric Brenner / Howard Greenberg Gallery)

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LA STORIA / La “dolce vita” degli israeliani a Teheran

L'allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

L’allora primo ministro israeliano, David Ben-Gurion (il primo da sinistra), parla con Reza Safinia, ministro iraniano plenipotenziario in una festa a Gerusalemme il 1° giugno 1950 (foto Teddy Brauner/Gpo)

Se lo tiene ancora stretto quell’orologio tutto d’oro Ofer Nimrodi. Milionario israeliano, ex proprietario del quotidiano «Maariv», Nimrodi oggi ha 56 anni. All’età di otto, e dopo aver suonato il pianoforte, s’è ritrovato con un dono costosissimo. E tutto grazie a questo signore grosso e a tratti minaccioso che aveva deciso che era stato bravissimo. E che, proprio per questo, meritava un premio. «Ecco, tienilo, è tuo, te lo sei guadagnato», gli disse quell’uomo.

È il 1965. In una villa a nord di Teheran, in Iran, Yaakov Nimrodi – inviato militare dello Stato d’Israele – ha invitato a casa alcuni dei più alti rappresentaNti dell’esercito dello scià di Persia Reza Pahlavi. Tra questi c’è anche il generale Fereydoun Djam, capo di Stato maggiore. Per divertire gli ospiti d’eccezione Yaakov decide di chiamare il figlio Ofer a esibirsi con il piano. Il piccolo esita. Il padre insiste. Quei signori pure. Ed ecco che Ofer si siede, respira, e inizia a suonare.

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

La locandina del documentario sui rapporti tra Israele e Iran

È un successo. Quei signori, pieni di stellette, applaudono e apprezzano. Poi il generale Djam, in persiano, chiama il ragazzino e gli regala l’orologio che aveva al polso. «Non avevo idea di cosa stava accadendo. Ho cercato di fare qualcosa guardando mio papà. Ma lui, dopo aver cercato di rifiutare quel dono, si è dovuto arrendere».

È una delle storie, forse incredibili, successe quando a Teheran non solo si vedevano molti israeliani, ma El Al, la compagnia dello Stato ebraico, aveva addirittura un suo ufficio e voli quotidiani. Per non parlare della sede di una delle sole due scuole israeliane al di fuori del Paese. E di quando il Purim si festeggiava tutti insieme, tra balli, canti, suoni e cibo. E risate. Poi arrivò la rivoluzione islamica. E fu l’inizio della fine. Per chi aveva un passaporto con la Stella di Davide. E per i centomila iraniani di religione ebraica.

Basta vedere i filmati girati in otto millimetri. O sentire i testimoni diretti. Per rendersi conto che, un tempo, c’era un «paradiso israeliano» in Iran. Lo raccontano in un documentario di circa un’ora i registi Dan Shadur e Barak Heyman. Un lavoro di ricerca e interviste durato mesi e confluito in «Before the Revolution», prima della rivoluzione. La sintesi di quello che – molti degli intervistati, tutti israeliani fuggiti dopo l’arrivo di Khomeini – chiamano «i momenti più belli della nostra vita».

Decine di israeliani festeggiano il Purim all'interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario "Before the revolution")

Decine di israeliani festeggiano il Purim all’interno della loro ambasciata a Teheran negli anni Settanta (frame dal documentario “Before the revolution”)

Il documentario (sotto il trailer) cerca di raccontare il periodo senza ignorare nulla. Nemmeno i legami tra ebrei e regime nonostante la violazione, palese, di alcuni dei più fondamentali diritti umani. Ma erano tutte questioni che non riguardavano gl’israeliani. I quali, spiega il documentario, «pensavano a partecipare alle feste dello Scià di Persia e a fare tanti soldi». A proposito di «ombre», si ricorda anche che è stato proprio Yaakov Nimrodi, per conto di Gerusalemme, a fornire a Teheran gli strumenti per costruire un sistema missilistico avanzato e 50 mila mitragliatrici di tipo Uzi. E si fa intuire, senza approfondire però più di tanto, che il programma nucleare iraniano potrebbe essere stato avviato proprio grazie agl’israeliani. Gli stessi che, oggi, vogliono bloccarlo.

Gli accordi, fino al 1979, sono andati a gonfie vele per entrambi i Paesi. Lo Stato ebraico importava il petrolio. Quello iraniano riceveva le conoscenze tecnologiche necessarie per l’agricoltura, il commercio e, soprattutto, l’esercito. «Quei tempi erano incredibili», ricorda nel documentario Yitzhak Segev, inviato militare dal 1977 al 1979 a Teheran. «Praticamente ogni generale iraniano è stato in Israele e molti di noi sono stati da loro». Non sono soltanto memorie, magari in bianco e nero, di un vecchio uomo dell’esercito. Sono anche le centinaia di foto dove si vedono i più alti ranghi di entrambi i Paesi parlare, bere qualcosa, partecipare insieme a feste religiose e laiche.

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario "Before the revolution")

Gli uffici della compagnia aerea israeliana El Al saccheggiati e dati alle fiamme a Teheran nel 1979 durante la rivoluzione khomeinista (frame dal documentario “Before the revolution”)

Tutto svanito nel 1979. Con il Mossad che ha dovuto faticare non poco per riportare a casa tutti gl’israeliani. Con le ambasciate occidentali – soprattutto quella americana – impegnate a offrire supporto logistico a Gerusalemme per salvare il più alto numero di ebrei. Con l’ambasciata e l’ufficio della El Al saccheggiato e distrutto. Quando Khomeini salì al potere c’erano circa 100 mila iraniani di religione ebraica. Sessantamila lasciarono il Paese. Oggi si contano non più di ventimila.

E il generale Fereydoun Djam, dopo essersi rifiutato di servire sotto l’ayatollah, è morto nel maggio del 2008 in un ospedale alla periferia di Londra. Aveva 94 anni.

© Leonard Berberi

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