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Ucciso in Cisgiordania famoso attore arabo-israeliano

È cambiato qualcosa in Cisgiordania. Qualcosa s’è rotto nel meccanismo che negli ultimi mesi – pieno di difetti com’era – aveva comunque garantito una certa tregua tra Israele e Palestina. Poi a un certo punto qualcuno decide di entrare in casa di coloni e uccide componenti di una stessa famiglia (padre, madre, tre figli piccolissimi). E qualcun altro decide, alla luce del giorno e in mezzo a una via affollata del campo profughi di Jenin, di fare fuori un altro mezzo israeliano.

Juliano Mer-Khamis, 52 anni, dice poco o nulla a chi vive fuori dal Medio Oriente. Ma nell’area faceva parte di quell’elenco di personaggi che rendeva la società palestinese meno conflittuale. E poteva farlo, lui. Un attore di teatro e di cinema nato dall’unione di un’israeliana, Arna Mer, e di un palestinese cristiano, Saliba Khamis.

La macchina insanguinata di Juliano Mer-Khamis dopo l'omicidio dell'attore arabo-israeliano a Jenin, in Cisgiordania (foto Afp)

A Jenin Mer-Khamis gestiva il «Teatro della Libertà». E proprio lì stava andando con la sua macchina. Ma appena sceso, alcuni uomini a volto coperto gli hanno sparato cinque colpi di pistola. Juliano è morto sul colpo e la salma è stata trasportata all’istituto di medicina legale Abu-Kabir.

L’omicidio ha scosso l’opinione pubblica palestinese. Mer-Khamis era uno di casa in Cisgiordania. Tant’è vero che aveva la residenza doppia: sia ad Haifa che a Jenin. «Troveremo i colpevoli e li puniremo in modo esemplare per questo delitto efferato», ha commentato il primo ministro palestinese Salam Fayyad. «Questo omicidio rappresenta una violazione palese dei valori della nostra gente».

Juliano Mer-Khamis era noto per aver interpretato diversi film israeliani e stranieri. E non aveva mai negato la sua partecipazione politica a favore della causa palestinese. Cinque anni fa aveva creato il «Teatro della Libertà» assieme all’ex leader della Brigata dei martiri di al Aqsa, Zakariya Zubeidi.

Il teatro era rivolto ai bambini del campo profughi di Jenin ed era diventato un importante centro culturale, così come era stato un analogo teatro gestito a Jenin dalla madre negli anni Ottanta. Khamis era stato minacciato più volte per la sua attività in città. Nel 2009, erano circolati nel campo profughi volantini che lo accusavano di essere una quinta colonna israeliana e promettevano di ridurlo al silenzio con le armi. E il teatro ha dovuto subire molti attacchi notturni. L’ultimo, sempre nel 2009, quando la porta principale è stata incendiata da ignoti.

In un’intervista di due anni fa al quotidiano online “Ynet”, Mer-Khamis aveva ammesso di avere paura di venire ucciso da estremisti. «Ma cosa posso farci? Non sono un uomo che fugge». Aveva ricordato il suo passato nei paracadutisti dell’esercito israeliano e faceva affidamento su questo – sulla preparazione fisica – per sopportare la paura e la morte.

Quando il giornalista gli aveva chiesto il perché dei volantini minacciosi, l’attore non aveva esitato a dare una risposta chiara: «Ci sono palestinesi che stanno impazzendo perché c’è un mezzo israeliano al vertice di uno dei più importanti progetti culturali della Cisgiordania. È ovvio che si tratta di razzismo ipocrita». E aveva poi concluso con una frase che, riletta oggi, ha un che di sinistro: «Sarebbe veramente spiacevole morire per colpa di un proiettile palestinese, dopo tutto questo lavoro nel campo profughi».

© Leonard Berberi

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Cisgiordania, dopo ventitrè anni riapre il cinema di Jenin

L'inaugurazione del Cinema Jenin (Alaa Badarneh / Epa)

L’atmosfera è stata quella tipica delle grandi cerimonie. Con le autorità in prima fila, con le guardie del corpo in seconda e con centinaia di civili palestinesi di fronte all’ingresso di un edificio che per ventitré lunghi anni è stato dimenticato da tutti. Per poi ritornare alla sua vecchia funzione: proiettare film, diffondere divertimento.

C’è voluto quasi un quarto di secolo per riaprire il Cinema Jenin. E i soldi di un programma di ricostruzione firmato Germania. E tre giorni di festeggiamenti.

Le volontarie tedesche si sono messe a dipingere i volti dei bambini, mentre sullo schermo di tela – piccolo, per essere quello di un normale cinema – passavano film palestinesi con i sottotitoli in inglese.

Chiuso nel 1987, durante la prima Intifada, il cinema è stato ristrutturato in due anni – e in parte – da sponsor tedeschi. Conta poco più di 300 posti ed è affiancato da uno spazio per le esposizioni, da un cafè shop, da un parco divertimenti per i piccoli palestinesi e da una biblioteca sponsorizzata dal Goethe Institut.

E siccome a mettere buona parte dei soldi sono stati i tedeschi, negli stessi ambienti verranno ospitati corsi di lingua e cultura tedesca, «nella speranza che Cinema Jenin possa diventare un centro di espressione artistica».

Leonard Berberi

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