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Israele lancia i24, la sua emittente all news (anti Al Jazeera)

Il primo tg in inglese della all news israeliana i24

Il primo tg in inglese della all news israeliana i24

Se sarà l’anti Al Jazeera è presto per dirlo. Così com’è ancora presto per verificare se quel messaggio sotto al logo – «Vedi oltre» – sarà seguito alla lettera o resterà soltanto una frase d’impatto, buona per la pubblicità. Per ora la cosa certa è che i24 News ha acceso le luci, lanciato il segnale sul satellite, aperto il sito. Da mercoledì è nata una nuova all news su scala mondiale. E per la prima volta è realizzata a Jaffa, a sud di Tel Aviv. Insomma, emittente mediorientale sì, ma non finanziata da ricchi petrolieri del golfo arabo: a metterci soldi e contenuti sono gl’israeliani. Uno, in particolare: Patrick Drahi, magnate franco-israeliano di cui, a dire il vero, non si sa molto… (continua su corriere.it)

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Quegli ebrei ultrareligiosi che si trasferiscono nelle città arabo-israeliane

C’è un preciso disegno, denunciano. Dicono pure che sia in atto da qualche anno. E, fanno capire, o si fa qualcosa o quello degl’insediamenti sarà soltanto un piccolissimo problema in confronto. «Dopo aver occupato la Cisgiordania, ora vogliono cacciare gli arabo-israeliani dallo Stato ebraico trasferendosi in massa nelle città miste». L’allarme l’ha lanciato Mohammad Darawshe, uno dei capi dell’«Abraham Fund Initiatives», l’organizzazione no profit che promuove la convivenza tra ebrei e arabi in Israele.

Dice Darawshe che negli ultimi anni diverse migliaia di ebrei ultraortodossi si sono trasferiti nelle zone periferiche – di Jaffa, Lod, Ramla, Acco – abitate dalla maggioranza araba dove hanno costruito quartieri e attività commerciali soltanto per loro, «minando così la pacifica convivenza che va avanti da tempo». «Lo Stato deve fare qualcosa, non può fare preferenze etniche, altrimenti viola i principi della democrazia», ha sottolineato Darawshe.

Quasi un quinto della popolazione israeliana è araba. La maggior parte vive in città e villaggi a maggioranza araba, tranne qualche eccezione, come Haifa, terza città dello Stato ebraico. Mentre di là, oltre il muro di separazione, in Cisgiordania, nei decenni oltre 300 mila coloni si sono insediati su terre che – da un punto di vista della Comunità internazionale – non appartengono a Israele.

L’attivista Aharon Attias posa davanti al cantiere della città di Lod – tra Tel Aviv e Gerusalemme – dove saranno costruiti i palazzi che ospiteranno soltanto gli israeliani di religione ebraica (foto Ariel Schalit/Ap)

Ma quello che in molti stanno chiamando la «colonizzazione interna» d’Israele allarma ancora di più. «Le modalità di insediamento nello Stato ebraico sono le stesse di quelle che hanno animato e animano le colonie in Cisgiordania», denuncia l’organizzazione no profit. «Per gli stessi coloni la Linea Verde non c’è, quella terra è tutta Israele».

L’Associated Press, in un lungo articolo, rivela che a dare una mano agli ebrei ultraortodossi a costruire case e strutture nelle città israeliane a maggioranza araba è una delle organizzazioni più potenti, l’Israel Land Fund, che si occupa di dare tutto il supporto economico e logistico necessario con l’obiettivo di «assicurare che la terra d’Israele resti nelle mani del popolo ebraico per sempre».

«Grazie al nostro fondo abbiamo portato 50 mila famiglie a Jaffa», ha detto Arieh King, il direttore dell’Israel Land Fund. Jaffa è la città a maggioranza araba che fa parte di Tel Aviv. «Ci sono luoghi in Jaffa dove si sono insediati il Movimento islamico e altri gruppi», ha aggiunto King. «La gente aveva paura di sventolare la nostra bandiera nazionale per paura di qualche reazione araba. Ma ora, grazie a noi, gli ebrei si sentono decisamente più al sicuro».

Un’israeliana passeggia davanti a un cantiere edile che sta costruendo edifici soltanto per ebrei nella città di Lod (foto Ariel Schalit/Ap)

Il fondo non si ferma qui. Ora sta cercando investitori per realizzare un progetto da 16 milioni dollari per costruire condomini e alberghi nell’area portuale di Acco. Ma quell’area di Acco, fanno sapere gli arabi, è patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Non la pensa così il mega-cartellone che compare all’ingresso dell’area interessata: «Come sempre, le ricompense finanziarie sono nulla in confronto ai benefici spirituali e ideologici che deriverebbero dal sapere che il progetto avrà un impatto enorme per far sì che Acco resti una città ebraica».

A proposito di Acco (San Giovanni d’Acri). Qui ci vivono in 50 mila: sette su dieci sono ebrei, il restante è arabo. Nonostante le differenze numeriche hanno vissuto per decenni in tranquillità. Ma per molti l’equilibrio è compromesso con l’arrivo delle nuove famiglie ultraortodosse. «I nuovi arrivati non capiscono la mentalità di ebrei e arabi che convivono qui da anni in santa pace», ha denunciato Adham Jamal, vice-sindaco di Acco il cui primo cittadino è ebreo.

Un processo simile sta avendo luogo anche a Lod, a metà tra Tel Aviv e Gerusalemme, dove l’Associated Press ha sentito un po’ di residenti. Quelli ebrei ultraortodossi parlano di lotta per non lasciare la città in mano agli arabi. Questi ultimi descrivono i «coloni di nuova generazione» come un «cancro che non si riesce più a estirpare».

 © Leonard Berberi

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I telefonini, la polizia israeliana e il video che fa discutere

I telefonini. Eccoli i veri nemici delle forze di sicurezza israeliane. Si trovano ovunque, si usano comunque. E in qualsiasi condizione. Anche a costo di rischiare qualche manganellata per aver fatto foto o aver realizzato video che potrebbero scatenare la rabbia di un popolo o l’inchiesta dell’Alta Corte.

E’ il caso di questo video. Arriva da Jaffa, la cittadina ormai diventata tutt’uno con Tel Aviv. Si vedono uomini della polizia israeliana strattonare uomini e donne, tutti palestinesi, dall’interno di quella che sembra una casa. Non si hanno molte informazioni. Se non il fatto che la famiglia sarebbe stata sfrattata da una costruzione illegale e quindi da abbattere. Il filmato – per mano di Haim Schwarczenberg – sarebbe stato girato il 4 ottobre scorso.

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E alla fine Street View arriva in Israele

E alla fine Street View arrivò in Israele. Le macchinine e i tricicli di Google dotati di fotocamere capaci di registrare immagini a 360 gradi da oggi sono in giro per le vie di Gerusalemme. Poi andranno a Tel Aviv e Jaffa, quindi ad Haifa, il Mar Morto, il cratere Ramon, Nazareth, Akko. Nel giro di pochi mesi anche Israele sarà sulla cartina di Google Maps. Ma il viaggio, nonostante i proclami, non sarà così facile.

Per dire: come si comporterà la macchinina per le vie del quartiere ultraortodosso di Mea Shearim? E come si avvicinerà a tutto il compound che riguarda il Parlamento, il palazzo del governo, il museo dello Yad Vashem e altri obiettivi sensibili? Per non parlare dei quartieri a est, quelli a maggioranza palestinese. Di risposte certe, non ne sono state date. È tutto un «rispetteremo la privacy», «faremo in modo da non urtare le sensibilità religiose e politiche di Gerusalemme», ecc.

Di certo, stando a chi questo servizio un po’ lo conosce, Street View rischia di essere preso a sassate una volta che gli ebrei ultraortodossi si accorgeranno di essere fotografati. Vai poi a spiegarglielo che i volti, ecco, quelli non si vedranno. E nemmeno le targhe delle auto. E nemmeno altre indicazioni «sensibili» per la religione e la sicurezza.

Un trionfante Nir Barkat (foto sopra), primo cittadino gerosolimitano, ha annunciato ieri – a ridosso delle antiche mura della città vecchia (e contestata) – che parte dalla «capitale d’Israele» il viaggio di Google. In sella al triciclo con la grande “G” ha detto che il servizio che sarà offerto al mondo «permetterà di incrementare i visitatori prima virtuali poi reali della città: i tesori di Gerusalemme saranno visti da chiunque».

I primi posti «coperti», nella Città Santa, saranno il mercato Mahane Yehuda e il quartiere di Ein Kerem. Si procederà a macchia di leopardo, cercando di consegnare al web il prima possibile le principali attrattività delle città – e delle località turistiche – coprendo poi le zone ancora non fotografate.

Con un occhio – grosso così – alla sicurezza. Perché la vera paura d’Israele, quella che ha bloccato il servizio Street View fino a ora, è quella di offrire ai terroristi islamici prove fotografiche, indicazioni stradali e localizzazione esatta dei punti sensibili del Paese. Non basterà quindi la semplice pecettatura di volti e altro. Google ha promesso che eliminerà tutte quelle scritte o simboli che potrebbero poi finire nei dossier dei miliziani estremisti, Hamas su tutti.

Leonard Berberi

[foto di Sebastian Scheiner / Ap – Per sapere la copertura di Street View nel mondo cliccare qui]

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Immigrazione, esplode la rabbia degli israeliani: “Via gli africani dal nostro Paese”

"Non è razzismo, ma sopravvivenza", recita il cartello di alcuni manifestanti contro l'immigrazione africana nelle città israeliane

Sembra la Padania. Se non fosse che fa più caldo, non domina il verde e non c’è un leader alla guida. Non ancora, almeno. Ma le parole urlate ieri per le vie periferiche delle grandi città hanno fatto gridare qualcuno a una nuova forma di “leghismo”. E di razzismo. Non in Italia. In Israele.

«Non vogliamo aver paura a casa nostra». «Gli infiltrati devono tornarsene a casa loro». Questi e altri slogan sono stati urlati ieri da centinaia di abitanti dei rioni proletari di Tel Aviv e di altri centri urbani israeliani. In tutto il Paese ci sono state molte manifestazioni contro la crescente presenza nelle loro strade di immigrati africani entrati in Israele nella speranza di trovare lavoro. Nella città di Bat Yam, a sud di Tel Aviv, altri dimostranti sono scesi in piazza per chiedere l’espulsione dalle loro strade di arabi originari di Jaffa accusati di «sedurre e corrompere» le donne ebree.

«Spirano pericolosi venti xenofobi, fomentati da gruppi radicali di destra e da rabbini nazionalisti», sintetizzano i principali quotidiani dello Stato ebraico. E non sempre si tratta solo di parole. Tanto che, fatti i conti qualche giorno dopo sembra l’inizio di una guerriglia. Ad Ashdod (a sud di Tel Aviv) alcune persone non identificate hanno tentato di dar fuoco a un appartamento abitato da cinque sudanesi. A Tel Aviv ragazze di colore sono state malmenate ed insultate da un gruppo di ragazzi. A Gerusalemme la polizia ha arrestato dieci giovani ebrei (fra cui diversi minorenni e alcune ragazze) sospettati di aver sistematicamente aggredito nel centro della città arabi «sorpresi a corteggiare ragazze ebree».

E loro, gli immigrati africani, che fanno? Molti lavorano. Altri bivaccano. E quasi tutti sono preoccupati e spaventati. Negli ultimi giorni hanno tentato di dire la loro, aiutati dai centri sociali israeliani. Ma sono stati zittiti dalla massa di persone che urlava loro contro. E si è sentito anche qualcuno dire: «Forse il governo farà qualcosa per proteggerci». Per ora, il governo, decide di non decidere.

Nel 2010 sono entrati nel Paese 13 mila immigrati africani. Si trovano soprattutto a Eilat, Arad, Ashdod e nei rioni poveri di Tel Aviv. Il fenomeno dei lavoratori stranieri è iniziato con la seconda Intifada, nel 2000, quando i palestinesi hanno cessato di entrare in Israele. Sono stati sostituiti da thailandesi (per i lavori agricoli), cinesi, romeni e turchi (per i lavori edili) e filippini (per l’assistenza agli anziani). Poi sono arrivati gli africani. E la situazione s’è fatta esplosiva.

© Leonard Berberi

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Dieci cose da fare (e vedere) quando andate a Tel Aviv

Dieci cose da fare se siete a Tel Aviv. Dall’alba al tramonto fino a notte fonda. Dieci posti da visitare, dieci punti di vista (diversi) della città da gustare. L’organizzazione Israel21c ha realizzato un video – e un elenco – per vivere la vera città israeliana. Città che, secondo la rivista “National Geographic” si posiziona al nono posto al mondo per la spiaggia più bella.

1. Un giorno allo HaYarkon Park: passeggiate, corse e lunghi respiri nel cuore verde della “città più divertente” del mondo.

2. Colazione al Porto di Tel Aviv: un tempo in rovina, ora uno dei posti più belli e vitali. Un pezzo di città che non dorme mai.

3. Compere in Gan HaHashmall. Non troverete grandi boutique di lusso, ma stilisti che cercano di allontanarsi il più possibile dalla moda mainstream. E a prezzi contenuti.

4. Giocare a “matkot” sulla spiaggia: due racchette di legno, una pallina di plastica e l’acqua fresca del Mediterraneo. Sono gli ingredienti per divertirsi sulle spiagge della città. Giocando a quello che in molti definiscono “lo sport nazionale”.

5. Uno yogurt gelato al “Tamara Yogurt”: di solito le yogurterie si trovano agli angoli della città. Come ad osservare gli incroci – di persone, di macchine e di stili – comodamente seduti e rinfrescati dallo yogurt che, a Tel Aviv, è veramente buono (qui altre yogurterie).

6. Assistere a uno spettacolo al “Suzanne Dellal Centre“: dove lo spirito ebraico e quello musulmano si fondono per dare luogo a interpretazioni del mondo moderno.

7. Una mattinata al mercato delle pulci di Jaffa: a sud di Tel Aviv, nel cuore della parte araba della città, ogni mattina, migliaia di bancarelle invadono l’area del vecchio mercato. Dopo la lunga scarpinata, potrete mangiare falafel, kebab, hummus e altri cibi tipici dirigendovi verso il mare e verso la torre dell’orologio.

8. Atletica lungo la “New Promenade”: chi è stato a Tel Aviv se n’è già accorto. Chi ci andrà, lo vedrà: quasi tutti i telavivini presentano una forma fisica pressochè perfetta. Merito, soprattutto, dell’intensa attività fisica che li tiene impegnati anche per tre ore al giorno. Attività che si svolge lungo tutta la promenade che costeggia il mare. Dal porto cittadino (a nord) fino al porto di Jaffa (al sud).

9. Cena al “Goocha“: carne e, soprattutto, pesce a volontà. Musica bella – e a basso volume – e servizio in tavola efficiente. Prezzi medi. A pochi passi dal cuore del divertimento notturno.

10. Nottata al “Gazoz“: musica e drink a volontà. Prezzi alti. Arredamento moderno, come il cuore della città.

Il video delle dieci cose da fare a Tel Aviv (da Israel21c)

Cari lettori, Falafel Cafè va per qualche giorno in vacanza. Ci rivediamo presto. Grazie per le tante visite e i tanti commenti. Buona estate (l.b.)

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“Non siamo un campo di addestramento”

Il momento dell'arresto di Jira, uno dei fratelli Copti candidati all'Oscar per il miglior film straniero (foto di Muhammad Babi)

C’è un film candidato all’Oscar, “Ajami”, che descrive le tensioni tra la polizia (israeliana) e gli abitanti di Jaffa (musulmani). Poi c’è questa manifestazione, vera, di circa 300 persone per le vie del quartiere a maggioranza araba. Fatta oggi pomeriggio, un sabato, giorno di riposo assoluto per gli ebrei.

A unire il film e la manifestazione ci sono i fratelli Copti. Autori, sceneggiatori, direttori e protagonisti del film. Ma anche protagonisti di un fermo di polizia per essersi scontrati con le forze dell’ordine. Tutto per colpa di un animale morto che attendeva di essere seppellito dai bambini del quartiere.

“Jaffa non è un campo di addestramento”, hanno urlato i manifestanti. Contro la polizia, contro lo Stato che li lascia soli, contro il silenzio generale. “‘Ajami’ descrive la realtà di questo posto: noi per gli ebrei siamo una nullità”, dice qualcun altro.

La manifestazione, partita dal simbolo di Jaffa, la torre dell’orologio, è stata scortata dalla polizia. Dopo un’oretta è arrivata di fronte al comando centrale della Polizia di Tel Aviv. Nessun incidente. Qualche slogan forte. E la presenza di un parlamentare, nato a Jaffa, Dov Khenin (del partito di sinistra e filo-arabo Hadash), a testimoniare che lo Stato c’è. Se non tutto, almeno un pezzo.

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