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E a Gaza Hamas vorrebbe insegnare l’ebraico nelle scuole superiori

Possibile? Possibile. Almeno così pare. La notizia, un po’ a sorpresa a dire il vero – anzi: un po’ tanto a sorpresa – ecco, la notizia è che Hamas sarebbe intenzionata a introdurre, dal prossimo anno scolastico, l’insegnamento della lingua ebraica nelle scuole superiori della Striscia di Gaza. A dirlo è stato Ziad Thabet, sottosegretario del ministero dell’Istruzione del gruppo paramilitare che comanda nel pezzettino di terra tra Israele ed Egitto.

Thabet ha anche aggiunto che il governo sta cercando e formando docenti. Studenti palestinesi che imparano l’ebraico – la lingua delle persone che nella Striscia odiano – e tutto con il consenso di Hamas? La cosa sembra seria. E vera. E con una ragione ben precisa. Secondo il sottosegretario «gli studenti dovrebbero avere accesso al maggior numero di lingue straniere possibile». Compresa la lingua dei «nemici», pare di capire.

Certo, come spesso accade da queste parti, serve sempre un nulla osta in più del previsto e dell’immaginato. Per questo Thabet ci tiene a far sapere che Hamas, la stessa Hamas di cui lui è un rappresentante, «deve ancora dare l’approvazione finale alla  decisione, ma si tratta di un’ipotesi altamente probabile».

Non che sia la rottura di un tabù, a Gaza. L’ebraico i ragazzi lo imparano all’università. Ma non ci si era mai spinti al di sotto di una formazione altamente qualificata. Anche perché, poliglotti o meno, Israele è sempre quell’ente percepito come oppressore e maligno e portatore di morte e di rogne. Anche se, assicurano in tanti, è proprio in ebraico che parlano certi di Hamas per non farsi capire dal loro popolo.

© Leonard Berberi

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Il ministero dell’Istruzione palestinese: non abbiamo mai approvato il libro bipartisan

Ma allora, questo libro di storia bipartisan, gli studenti palestinesi lo studieranno sì o no? Il testo bocciato dal ministero dell’Educazione israeliano – ne abbiamo parlato qui – secondo il quotidiano israeliano Haaretz dovrebbe essere adottato dalle scuole dell’Autorità palestinese a partire da quest’anno scolastico.

Solo che lo stesso giorno, e a stretto giro, un lancio dell’agenzia palestinese Maan, quota un funzionario dell’Istruzione di Ramallah il quale smentisce la notizia. Nel frattempo, nonostante le segnalazioni, l’edizione online di Haaretz continua a confermare la sua versione dei fatti.

In rete si scatena il putiferio. E anche Falafel Cafè – pur con la terzietà che, ne vado orgoglioso, la contraddistingue – è finita in mezzo alle polemiche. Qualcuna sensata, qualcun’altra puramente strumentale.

Il putiferio, dicevo. La notizia dell’adozione-non adozione ha diviso in due il mondo dei blogger. Da un lato i filo-israeliani che hanno rilanciato il dispaccio dell’agenzia Maan accusando chi aveva ripreso Haaretz – compreso Falafel Cafè – di essere troppo vicino alla causa palestinese. Dall’altro chi ha citato il pezzo del quotidiano israeliano per attaccare la democrazia ebraica.

In mezzo alle polemiche sterili e alle offese gratuite, il compito di un giornalista è quello di capire come stanno le cose. Il libro – “Imparare la narrativa storica dell’altro” – è stato o no adottato dall’Autorità nazionale palestinese?

Falafel Cafè ha contattato Ramallah. Ha chiesto qual è la verità. La risposta ufficiale – al netto delle frasi ideologiche – è questa: «Il ministero dell’Educazione e dell’alta istruzione nega che il testo sionista sia stato inserito nel curriculum delle scuole palestinesi. Le informazioni a mezzo stampa che sono state pubblicate sono non solo prive di fondamento, ma anche un goffo tentativo di danneggiare le istituzioni dell’Autorità nazionale palestinese». Fine della storia.

© Leonard Berberi

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Israele, la metà dei giovani non vuole avere un arabo come compagno di classe

La notizia buona, l’unica in un mare di pessimi risultati, è che due giovani su tre (15-18 anni) pensano che gli arabo-israeliani non godono di tutti i diritti all’interno dello Stato ebraico. Poi il vuoto. O meglio: le cattive notizie. Che il sondaggio curato dal professor Camil Fuchs (dipartimento di Statistica, Università di Tel Aviv) e presentato ad Haifa al convegno “L’educazione nell’era digitale” non evita di rilanciare in ogni pagina del dossier.

Perché, al di là della consapevolezza che qualcosa non stia andando per il verso giusto dal punto di vista dei diritti civili, i risultati dell’inchiesta mostrano un quadro preoccupante e una generazione che cresce a colpi di divisioni. E di discriminazioni. Non solo nei confronti dei musulmani.

Nello specifico: il 59% dei ragazzi intervistati (campione di 500 persone) pensa che gli arabo-israeliani non dovrebbero avere gli stessi diritti degli ebrei, il 96% vuole che Israele sia uno stato ebraico e democratico. Di questi, il 27% pensa che chi si azzarda a mettere in dubbio questo binomio debba essere processato e il 41% pensa che la punizione migliore sia privare queste persone della cittadinanza.

Per quanto riguarda l’ambito scolastico, il 32% non vorrebbe avere nella sua classe nemmeno uno studente con bisogni speciali (intendi: portatori di handicap), il 23% preferirebbe non avere a che fare con compagni omosessuali e per quanto riguarda gli israeliani di origini arabe la risposta è ancora più preoccupante: esattamente la metà non li vuole proprio come vicini di banco.

Leonard Berberi

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Schiaffi, pugni e calci. La dura vita degli insegnanti israeliani

Israele? Non è un paese per insegnanti. Almeno stando alle testimonianze raccolte proprio da loro, i docenti. Schiaffi, spintoni, calci, pugni e anche minacce con il coltello a serramanico. Non passa giorno senza un nuovo incidente. E anche se nelle statistiche ufficiali il dato è di molto inferiore alla realtà, gli insegnanti – alla larga dai registri ufficiali – lamentano un tasso di violenza giovanile preoccupante.

In dettaglio, oltre la metà lamenta di aver subìto un qualche tipo di vessazione – verbale o fisica – da parte dei propri allievi. Con un picco, del 56%, per quelli che dicono di essere stati presi a male parole. Un’altra buona metà, poi, dichiara di sentirsi impotente di fronte alla classe, un 30% racconta di aver visto scene di violenza fisica contro altri insegnanti e un altro 38% dice di essere stato testimone di atti di vandalismo contro il personale docente.

Non solo. Perché il dossier del ministero dell’Istruzione – che ha elaborato i questionari relativi all’anno scolastico 2009-2010 – scrive anche che tre maestri su sette hanno detto di avere paura di presentare una denuncia alla polizia o al Ministero in caso di violenza degli studenti.

L’Unione degl’insegnanti – la principale sigla di riferimento della categoria – chiede a gran voce un inasprimento delle punizioni per gli studenti responsabili di atti di violenza contro gli educatori. Ma più di qualcuno si chiede se non sia il caso di «(ri)educare i genitori di questi ragazzi».

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Israele, libri di storia incompleti. Scoppia la polemica

Bambini giocano nei pressi di Beirut - nel 1982 - su quello che resta di un carro armato impegnato nella guerra del Libano (foto: Steve McCurry)

La prima guerra del Libano? Mai combattuta. Gli Accordi di Oslo? Mai firmati. I libri di storia delle scuole israeliane iniziano a diventare motivi di scontro durissimo tra intellettuali e storici da una parte e il governo dall’altra. Perché – accusano i primi – «ai nostri figli viene insegnata una storia parziale, incompleta e in alcuni passaggi senza senso».

«Non possiamo mettere nei libri di testo tutti gli eventi storici», si giustificano dal Ministero dell’Educazione. Ma la polemica scatenata qualche giorno fa, quando gli insegnanti hanno ricevuto le linee guida dei prossimi tre anni, rischia di mettere a nudo un sistema educativo che soffre da sempre le troppe lacune.

Le lezioni di storia – fa sapere il quotidiano Haaretz – saranno suddivise in due blocchi. Gli argomenti sono quelli soliti: il Nazismo, l’anti-semitismo, la Seconda guerra mondiale, l’Olocausto, la costruzione dello Stato d’Israele nel Medio Oriente. Senza dimenticare i conflitti nell’area, a partire dalla guerra del 1973, e gli accordi di pace tra Israele, Egitto e Giordania.

Nessuna menzione per la prima guerra in Libano o gli Accordi di Oslo. «Ci vogliono almeno 20-30 anni prima di arrivare ad avere una prospettiva storica attendibile», hanno da sempre fatto sapere dal ministero dell’Educazione. Ma, hanno fatto notare gli studiosi, «com’è possibile che questo lasso di tempo non valga per il capitolo che riguarda l’immigrazione ebraica in Israele degli ultimi due decenni?».

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