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FOCUS / L’Iran prende tempo: “Altra sede per i negoziati nucleari”

Prendere tempo. Spostare la sede dei colloqui. Cercare di sfibrare gl’intenti interventisti d’Israele. Avvicinarsi, il più possibile, alle elezioni americane di novembre. Perché, a quel punto, sarà molto difficile per gli Usa avventurarsi in una guerra di proporzioni regionali.

I piani di Teheran, da qualche giorno, sono ormai chiarissimi. Mentre si avvicina l’estate e quando il ministro israeliano della Difesa, Ehud Barak, ammette che «il 2012 è l’anno giusto per risolvere la questione nucleare iraniana», ecco che il regime di Ahmadinejad ha già fatto sapere di considerare fallita, prim’ancora che inizi, la due giorni di Istanbul – il 13 e il 14 aprile – di negoziati nucleari. L’ultimo tentativo prima dell’intervento militare dello Stato ebraico.

Il gioco di Ahmadinejad però irrita Washington e Gerusalemme. Perché l’obiettivo iraniano è duplice: spostare la sede verso un Paese più «amico» (si parla, nell’ordine, di Mosca, Vienna o Ginevra). E guadagnare tempo – «almeno due mesi» – dallo spostamento dei colloqui. Poi, attraverso la Russia, Teheran ha già fatto sapere di non essere disposto a dialogare «in condizioni di minaccia militare e sanzioni economiche».

Mohsen Rezaie, uno degli emissari dell’ayatollah, ha detto che «i turchi non sono riusciti a realizzare alcune delle nostre richieste». E quindi «è meglio se i colloqui si svolgono in un altro Paese amico». Non ha detto, Rezaie, quali siano state le richieste iraniane, ma non ha esitato a bocciare Istanbul come sede adeguata. Ismail Kosari, altro alto esponente di Teheran, quello che lo scorso anno disse che «bin Laden è stato un pupazzo dei Sionisti», ecco Kosari ha attaccato il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan. «Ankara è un servo degli Usa, è il portavoce d’Israele». Frasi dette non a caso, segnalano a Gerusalemme. Perché sia Rezaie, sia Kosari – prima di aprire bocca – «avranno avuto il via libera del leader supremo religioso, l’ayatollah Ali Khamenei».

Insomma, un pasticcio. E tanto lavoro dietro le quinte. Soprattutto sull’asse Mosca-Teheran. E proprio i russi non nascondono le loro preoccupazioni. Dopo aver cercato per mesi di calmare le acque, anche al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il viceministro degli Esteri di Mosca, Sergey Ryabkov, ha ammesso che «la situazione di stallo in Medio Oriente potrebbe esplodere in un’azione militare in qualsiasi momento». Di più. Sostengono i russi che «l’area è una pentola a pressione pronta a esplodere», che «è sempre più vicino il momento della conflagrazione militare». E quindi, proprio per questo, «bisognerebbe togliere il coperchio con la diplomazia».

© Leonard Berberi

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Mavi Marmara, la Turchia identifica tutti i soldati israeliani del blitz

La notizia, a dire il vero, è passata un po’ sotto silenzio. Anche se rischia di aprire un altro fronte ostile tra Israele e Turchia. Il quotidiano di Ankara “Sabah” ha raccontato che – usando Facebook e Twitter – i servizi segreti turchi sono riusciti ad individuare quasi tutti i militari israeliani coinvolti nell’arrembaggio alla nave di militanti filo-palestinesi “Mavi Marmara” il 1° maggio 2010. Nel blitz morirono nove attivisti, tutti con passaporto turco. Da quel momento i rapporti Ankara e Gerusalemme sono andati deteriorandosi.

L’azione del Mit (l’agenzia dei servizi segreti turchi) avrebbe preso il via dopo che la Procura di Istanbul non è riuscita a farsi dare da Israele i nomi dei commando e dei loro capi per i canali convenzionali. Il Mit a quel punto avrebbe esaminato le immagini disponibili del raid del maggio 2010 sulla Mavi Marmara, avrebbe passato al setaccio anche le istantanee riprese durante una visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu in ottobre alla base navale dei pressi di Haifa che pilotò l’arrembaggio.

Tutto il materiale visivo sarebbe stato incrociato con le foto dei profili Facebook e Twitter di molti soldati israeliani. Non solo. Sempre secondo il quotidiano turco i servizi segreti del Paese avrebbero anche effettuato svariati accessi alle caselle di posta elettronica dei militari sospettati di aver preso parte al blitz a bordo della Mavi Marmara. Alla fine, tutti i riscontri sarebbero poi stati confermati o smentiti dagli agenti segreti turchi in Israele.

Il magistrato inquirente di Istanbul avrebbe ora una lista di 174 persone: tra questi ci sarebbero tutti i soldati che parteciparono all’arrembaggio (148 in tutto) assieme agli ufficiali e ai politici che lo ordinarono, a cominciare da Netanyahu. E ora? Secondo la prassi giuridica, il magistrato – attraverso il ministero della Giustizia turco – dovrebbe chiedere conferma alle autorità israeliane che i militari identificati hanno effettivamente preso parte al raid. Ma è molto probabile – anzi: certo – che la pratica resti appesa al vuoto e si vada ad aggiungere al dossier dei torti e delle incomprensioni tra i due Paesi.

La notizia bomba, a dire il vero, è stata prima smentita del tutto. Poi parzialmente confermata. Il timore di Ankara è che Israele possa iniziare un’azione di rappresaglia con azioni militari mirate o a far pulizia di tutti gli 007 turchi presenti nello Stato ebraico. A rendere ancora più confusa la situazione è stato il vice procuratore di Istanbul, Ates Shasan Sozen: il magistrato ha negato le notizie, ma poi ha precisato che la lista, effettivamente sottoposta al suo ufficio, è stata in realtà preparata da IHH, l’ong organizzatrice della flottiglia.

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Tra turchi e israeliani spunta un’altra sfida. Stavolta sull’erba

E alla fine piombò una partita di calcio. In piena crisi diplomatica. E tra due Paesi ormai ex amici. Stasera alle otto (le 19 in Italia) andrà in scena Besiktas – Maccabi Tel Aviv. Turchia contro Israele. A pochi giorni dalla rottura diplomatica, dall’assalto all’ambasciata al Cairo, dalla visita del premier di Ankara alla capitale egiziana e dalle parole minacciose pronunciate di fronte alla Lega Araba.

È in questo scenario che, sul campo dello «İnönü Stadyumu» di Istanbul, ci sarà la sfida di Europa League. Non una sfida qualsiasi, ormai. Se è vero che per garantire la sicurezza – soprattutto dei tifosi dello Stato ebraico – sono stati mobilitati 1.500 poliziotti, 800 agenti delle forze speciali, mentre migliaia di soldati sono in pre-allerta.

Dicono i giornali turchi che per calmare le acque i simpatizzanti (150 circa) del Maccabi Tel Aviv si presenteranno sugli spalti con ramoscelli d’ulivo e con 100 chili di caramelle per dare un messaggio ai turchi: «Superiamo la crisi parlando dolcemente». Chissà se, vero o meno che sia, il gesto poi servirà a portare distensione tra due Paesi che, fino a ieri, andavano d’amore e d’accordo.

Le frizioni, diplomatiche, sono ormai note. I turchi se la son presa per le mancate scuse israeliane per l’uccisione di suoi attivisti filopalestinesi nell’arrembaggio dell’anno scorso alla flottiglia della Mavi Marmara. Così hanno cacciato l’ambasciatore dello Stato ebraico. Ankara, poi, ha chiesto la revoca del blocco israeliano contro la Striscia di Gaza, che però è governata dal movimento radicale Hamas, che Israele considera terrorista. E come se non bastasse, il premier Erdogan ha avvertito Israele che se continua così «minaccia la sua esistenza nell’area».

È così che la sfida, nemmeno a farla apposta, non poteva capitare in un momento peggiore. Tanto da far scrivere al giornale turco Hurriyet frasi come «Speriamo che i giocatori e tifosi israeliani se ne vadano come sono arrivati», cioè sani e salvi. La squadra telavivina è arrivata ieri. Scortata fino al midollo fino all’albergo e su una strada che – dall’aeroporto all’hotel – è stata chiusa al traffico.

«È solo una partita di calcio», ha cercato di sdrammatizzare un giocatore israeliano ai microfoni della tv turca Ntv. Fatto sta che le autorità locali hanno proibito di introdurre allo stadio bandiere palestinesi e striscioni provocatori. Nella speranza che stasera parli il linguaggio del calcio. Non quello della politica. E nemmeno quello della violenza.

Leonard Berberi

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Istanbul, la Mavi Marmara accolta come una star

Le hanno riservato un’accoglienza trionfale. Hanno seguito il suo arrivo al porto di Istanbul in diretta video e in streaming sul web. Hanno sventolato migliaia di bandiere e urlato centinaia di slogan contro Israele e a favore della Palestina.

La regina della giornata di ieri, in Turchia, è stata una nave: la Mavi Marmara. Quella, tanto per intenderci, che insieme ad altre è stata assaltata il 31 maggio scorso dai marine israeliani perché stava tentando di rompere l’assedio su Gaza. Nel blitz morirono nove persone, tutte con il passaporto turco. Dopo essere stata parcheggiata in un porto israeliano, la nave è stata dissequestrata e quindi riportata a “casa”.

Al molo di Istanbul – sotto una cappa di nuvole che minacciavano pioggia – migliaia di uomini e donne agitavano le bandiere palestinesi e turche. Poi urlavano “a morte Israele”. Alle loro spalle, un tendone plastificato raffigurava i volti delle nove vittime. Alcune ragazze, poi, lungo l’avambraccio riportavano la scritta “Filistin”, Palestina.

La Mavi Marmara si avvicina al porto di Istanbul accolta da migliaia di sostenitori filo-palestinesi (foto Afp)

Sul palco hanno parlato in tanti. E tutti hanno lanciato i loro proclami contro lo Stato ebraico. Sarà anche per questo che, nel tardo pomeriggio, il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman ha avuto parole durissime nei confronti dei leader turchi. «I politici di Ankara rivolgono a Israele accuse menzognere», ha detto il leader di “Israel Beitenu”. E ha poi escluso le scuse del suo Stato per l’uccisione dei nove cittadini turchi che si trovavano proprio sulla Mavi Marmara.

Intervenuto davanti a un foro di ambasciatori israeliani, Lieberman ha detto «di non essere disposto a sopportare menzogne di tutti i tipi e accuse false che ci vengono rivolte mattina e sera anche dal loro premier che visita il Libano e minaccia lo Stato di Israele». Lieberman ha anche accusato di «menzogne» e «falsità » il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, secondo il quale, accordi politici interni nel governo israeliano impediscono la positiva conclusione della grave crisi nei rapporti tra i due Paesi causata dall’uccisione dei passeggeri della nave Marmara.

Leonard Berberi

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L’offensiva mediatica d’Israele: pronto un canale tv satellitare tutto in lingua araba

I minareti di Istanbul e il logo di Canale 10, l'emittente tv di stato israeliana (fotomontaggio: Falafel Cafè)

Saranno pagati a peso d’oro. Dovranno trovarsi in tutte le capitali mediorientali, in particolare al Cairo, ad Ankara e ad Amman. Soprattutto: devono essere giornalisti. Meglio ancora: cronisti in lingua araba. L’offensiva mediatica israeliana parte dal lancio di un nuovo canale satellitare che guarda al mondo musulmano distribuito in tutto il Medio oriente.

Sarà – secondo le anticipazioni del quotidiano Haaretz – una sorta di versione araba di Canale 10, il decimo canale della tv di stato israeliana. E dovrebbe funzionare grazie a una rete di corrispondenti dalle varie capitali dell’area. Con un occhio particolare su tre paesi: l’Egitto, la Turchia e la Giordania. Giornalisti, scrivono le indiscrezioni, a cui sarebbero stati offerti compensi molto cospicui.

Il tutto con un finanziamento di centinaia di migliaia di euro messo a disposizione da arabi e israeliani. In attesa, come già anticipato da questo blog, di una all news israeliana sul modello di France 24.

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