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Netanyahu e l’accusa di spese folli, il premier querela il giornale Ma’ariv e Canale 10

Querela a giornali e tv. E a tutti quelli che dovessero continuare a parlare di uno scandalo – per ora presunto – che colpisce lui e la moglie. Non siamo in Italia, ma in Israele. Dove il premier Benjamin Netanyahu ha querelato per diffamazione la televisione commerciale Canale 10 e il quotidiano Ma’ariv che nei giorni scorsi hanno scritto e detto – con grande evidenza – che per anni il premier e la moglie avrebbero effettuato decine di costosi viaggi all’estero a spese di uomini d’affari e di organizzazioni straniere.

Il giornale gratuito e filo-governativo Israel ha-Yom ha scritto che Netanyahu ha trovato particolarmente scorretto il fatto che le sue dettagliate spiegazioni inoltrate a Canale 10 non siano state prese nella dovuta considerazione. Ma’ariv, invece, sempre secondo Israel ha-Yom, sarebbe stato querelato per aver sostenuto che i coniugi Netanyahu avrebbero sperperato in una sola cena di gala – a spese di sostenitori stranieri – una somma di circa 12 mila euro.

Per ora Canale 10 e Ma’ariv hanno preferito non commentare. Anche se la questione dei voli dei coniugi Netanyahu – e del loro elevato tenore di vita a spese di sostenitori – ha dominato le prime pagine dei quotidiani negli ultimi giorni. Netanyahu ha fatto notare che quelle missioni all’estero avevano per scopo la raccolta di fondi da devolversi a cause di carattere umanitario o sociale.

L.B.

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Un giornale svela gli scenari di guerra: Tel Aviv ridotta a un ammasso di macerie

Tel Aviv in macerie. Centinaia di morti ad Haifa. Migliaia di persone sotto shock in tutto il Paese. Per una volta lo scenario apocalittico non arriva dai video farneticanti di Hamas o di Hezbollah, ma direttamente dal comando militare dello Stato ebraico. Che, stando a quanto racconta il free press “Israel ha-Yom” (Israele oggi, di orientamento filo-governativo), si sarebbero riuniti negli ultimi giorni per mostrare alle diverse autorità del Paese i diversi scenari e le possibili misure da prendere nel caso in cui Israele si trovasse coinvolto in un conflitto regionale con Libano, Siria, Iran, Hamas.

Secondo le rivelazioni del giornale ebraico, l’esercito ha immaginato uno scenario con centinaia di missili di lunga gittata che vengono lanciati nelle strade del Paese, soprattutto vicino alle basi militari e nella grande centrale elettrica di Reading, a nord di Tel Aviv. I morti sarebbero tanti, così come i feriti. L’erogazione di acqua, gas e corrente elettrica sarebbe paralizzata.

Israele, nonostante l’accerchiamento nemico lo esponga a una costante pressione militare, non ha mai vissuto una reale situazione di emergenza. Nemmeno quando – nota il giornale – il dittatore iracheno Saddam Hussein ordinò nel 1991 di bombardare le maggiori città dello Stato ebraico.

In un nuovo conflitto rischierebbe la distruzione anche Haifa, essendo più vicina al Libano e alla Siria. In particolare, secondo gli scenari, sarebbero colpite le basi militari e le raffinerie di petrolio alla periferia settentrionale. Be’er Sheva, nel deserto del Negev, subirebbe invece danni più contenuti.

In tutto questo, resterebbe fuori Gerusalemme. Nel documento – almeno a leggere “Israel ha-Yom” – non si fa mai riferimento alla città contesa.

Leonard Berberi

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Stampa israeliana all’attacco del governo: “Mio figlio di sei anni avrebbe fatto meglio di Netanyahu”

«Quella di ieri è stata una trappola. E Israele c’è cascata in pieno». La maggior parte dei quotidiani israeliani spiega così l’assalto alla nave turca Mavi Marmara che trasportava aiuti e pacifisti diretti alla Striscia di Gaza. Con un bilancio che, anche se non ancora confermato, parla di nove morti (la maggior parte con passaporto turco). C’è solo un giornale, il progressista Haaretz, che già nella prima pagina chiede una commissione nazionale d’inchiesta per spiegare l’accaduto e «per decidere chi deve pagare per questa decisione politica pericolosissima».

«La trappola» è il titolone di apertura dello Yedioth Ahronoth, il più venduto nel paese. «Il fallimento e l’eroismo» è la prima pagina del quotidiano Ma’ariv. Mentre il free press Israel Ha-yom (di destra e filo-governativo) mette in evidenza «il linciaggio dei soldati».

Giro d’opinioni. Molto critico Ari Shavit, giornalista di Haaretz, noto fino a non molto tempo fa per i suoi buoni rapporti con Ehud Barak (attuale ministro della Difesa) e Benjamin Netanyahu (premier): «Durante la guerra del 2006 in Libano, ho scritto che mia figlia di 15 anni avrebbe potuto prendere delle decisioni molto più sagge di quelle prese dal duo Olmert-Peretz», esordisce l’analista. «Beh, vedo che abbiamo fatto progressi: oggi è chiaro che anche mio figlio di 6 anni potrebbe fare meglio del nostro attuale governo».

Sempre su Haaretz, mano pesante sul governo anche da parte di Gideon Levi: «Se l’operazione Piombo fuso (sulla Striscia di Gaza) è stata un punto di svolta nell’atteggiamento del mondo verso di noi, questa operazione è una sorta di secondo film dell’orrore. Una saga che evidentemente continua». Senza scampo l’intervento, sullo stesso quotidiano progressista, dell’ex ministro Yossi Sarid e capo del partito di sinistra Meretz: «Il nostro governo è gestito da sette idioti». I sette componenti sono quelli che hanno deciso qualche giorno fa l’intervento sulle navi in avvicinamento alla Striscia di Gaza: Ehud Barak, Benjamin Netanyahu, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri), Eli Yishay (Shas, ultra-destra), Beni Begin e Dan Meridor, Moshe Yaalon (Likud, il partito del premier Netanyahu).

Pessimista l’analisi di Zvi Mazel, un veterano del Foreign Office e commentatore del Jerusalem Post. «Siamo di fronte a una crisi vera e diplomatica – scrive Mazel –. Nessuno ci darà una mano in questa fare delicata. Mi vengono in mente le parole della Bibbia: “Ecco un popolo che abiterà da parte, e non si acconterà fra l’altre nazioni”». L’editoriale del Jerusalem Post respinge le critiche internazionali e spiega che la reazione dell’Idf, l’esercito israeliano, sarebbe potuta essere anche peggiore.

«Con quello che è successo lunedì, Israele ormai viene dipinto come un paese che agisce in modo violento a prescindere, senza la minima lucida analisi e con una costante paura esistenziale». Queste le parole di Ofer Sela, giornalista militare per Ma’ariv.

Sever Plotsker, sulle pagine dello Yedioth Ahronoth chiede le dimissioni del ministro della Difesa, Barak (partito laburista). E nemmeno Nahum Barnea, sullo stesso giornale, fa sconti al governo. «Nonostante le conseguenze, l’operazione resta ancora la cosa più giusta che si poteva e doveva fare», scrive invece l’esperto militare dello Yedioth, Alex Fishman.

Mentre Amnon Abramowitz, commentatore politico di alto livello per l’emittente israeliana Canale 2 ha chiesto che il primo ministro Netanyahu formi subito «una coalizione governativa diversa da quella attuale. Una coalizione che sia in grado di adottare nuove politiche diplomatiche, sia a Gaza che in Cisgiordania».

© Leonard Berberi

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