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“Abbiamo risolto il conflitto. Con una spallata”

Evan Reshef

La si potrebbe chiamare la squadra-mondo. Se non fosse per il fatto che la questione è molto più seria. Perché siamo in Israele. E perché il team in questione fa giocare nella stessa formazione israeliani di religione ebraica e arabi di fede musulmana. Senza dimenticare un filippino, un thailandese e due statunitensi.

Sono i Tel Aviv Sabres. Giocano nella Israel Football league. I risultati sono così così. Ma loro hanno già vinto: perché allo scontro decennale del Medio Oriente rispondono a colpi di spallate e di bevute post-partita. Tutti insieme.

Tamir Elterman (in primo piano)

A gestire questo gruppo di giovanissimi c’è il presidente Said Abulafia. Che in realtà è un giovanotto di 28 anni. Di giorno fa l’avvocato. La sera, invece, casco in testa, si spacca le ossa. E appartiene a una delle più note famiglie di Jaffa, cittadina vicino a Tel Aviv e a maggioranza musulmana.

Il gioco è semplice. Non del football americano, ma della vita di squadra. Le differenze nazionali, religiose e politiche restano fuori dal campo. E il terzo tempo, più che una regola morale da rispettare, è il motto. “Amo questa squadra perché a volte sono costretto a dire una cosa in tre lingue diverse”, dice Alex Trafton. Viene da Los Angeles e in Israele ci è arrivato sei mesi fa. Stessa storia per Niv Sultan, 16 anni, di Long Island. E per l’allenatore: David Miller. Anche lui americano. Ma originario di Houston, Texas.

Proprio nessun discorso di politica? “Quella è per i grandi ragazzi”, scherzano. E intanto continuano ad allenarsi, sotto gli occhi divertiti degli abitanti di Tel Aviv, al Yarkon Park.

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