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Cartoni animati al vetriolo e canzoni: in Israele è iniziata la campagna elettorale

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Il fermo immagine della canzone-spot di Meretz, la sinistra israeliana (da YouTube)

Inizia a muoversi qualcosa sotto il cielo d’Israele a meno di cinquanta giorni dalle elezioni. Per ora la sfida si gioca molto sui social network e a suon di canzoni. Intanto la Commissione elettorale centrale di Gerusalemme ha reso noto il numero degli aventi diritto di voto alla tornata del 17 marzo: 5.881.696 persone potranno esprimere la loro preferenza. Nel 2013 l’affluenza definitiva è stata del 67,7 per cento.

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

I principali candidati politici alle elezioni del 17 marzo in Israele (da Canale 2)

L’ultimo sondaggio – La principale tv privata, Canale 2, ha mostrato l’ultimo sondaggio in ordine di tempo su chi, secondo gl’israeliani, dovrebbe guidare il Paese (qui lo speciale). A livello di partiti il blocco di centro-sinistra (chiamato «Blocco sionista») – formato dai partiti Labor (guidato da Isaac Herzog) e Hatnua (guidato da Tzipi Livni) – batterebbe il Likud di Benjamin Netanyahu, premier uscente, 26 seggi (su 120 totali alla Knesset, il parlamento) a 23. Seguono Jewish Home (Naftali Bennett) 15 seggi, il blocco dei partiti arabi con 12, Yesh Atid (Yair Lapid) 9, Kulanu (Moshe Kahlon) 8, Israel Beitenu (Avigdor Lieberman) 7, Shas (ultraortodossi) 7, United Torah Judaism 7, Meretz (sinistra) 6. Insomma: se così dovesse essere sarà caos coalizioni. A livello di leadership è Netanyahu che scavalcherebbe Herzog con il 44,4 per cento delle preferenze contro i 35,4 del volto del centro-sinistra.

Qui Likud – Dopo aver tolto il video (ne abbiamo parlato qui) perché usava under 15enni a scopi elettorali il partito del primo ministro stavolta prende in giro – con un cartone animato (sopra) – direttamente i due leader del centro-sinistra (Herzog e Livni, i quali, in caso di vittoria, governerebbero a rotazione). Nel filmato si prende in giro proprio questo tandem e la «rotazia»: i due volti si vedono seduti di fronte al telefono rosso (quello delle emergenze) che a un certo punto suona. È Obama. Ma nessuno dei due alza la cornetta perché continuano a dirsi l’un l’altro «Tocca a te», «No, tocca a te», «Avevamo deciso per la rotazione». Così, fino alla fine. Fino a quando il telefono smette di squillare. E compare la scritta: «Nel momento della verità, Netanyahu».

Jeremy Bird, una delle principali "menti" delle campagne elettorali - vincenti - di Barack Obama (foto da web)

Jeremy Bird, una delle principali “menti” delle campagne elettorali – vincenti – di Barack Obama (foto da web)

L’anti-Netanyahu – Il quotidiano Haaretz, nella sua versione ebraica, scrive che Jeremy Bird, capo a livello nazionale della campagna elettorale di Obama nel 2012, ex vice direttore nazionale dell’associazione (pro Obama) «Organizing for America» (e tanto altro), si sposterà – momentaneamente – in Israele, da Washington – per gestire «una campagna elettorale contro Netanyahu fuori da Tel Aviv». I finanziamenti anti-Likud, secondo Haaretz, sembrano provenire fuori dallo Stato ebraico. Bird prenderà quindi una pausa dalla campagna di Hillary Clinton.

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Ex calciatore famosissimo in Israele Eli Ohana (foto Flash 90)

Qui Jewish Home – Campagna acquisti, è proprio il caso di dirlo, per Naftali Bennett: la formazione di destra ha «ingaggiato», pardon, candida Eli Ohana, ex famosissimo calciatore del Beitar Gerusalemme. «Senza nessuna esperienza politica», fanno notare i più maliziosi, «ed ex sostenitore del Likud di Netanyahu». Ohana sarà inserito – secondo quanto rivelato da Canale 2 – tra i primi dieci nella lista guidata da Bennett.

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire "C'è un futuro" (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Yair Lapid (il secondo da sinistra, in prima fila) presenta i volti candidati del suo partito, Yesh Atid, che in ebraico vuol dire “C’è un futuro” (foto di Ben Kelmer / Flash 90)

Qui Yesh Atid – Con il motto «Combattere per il nostro Paese» il leader Yair Lapid, ex ministro delle Finanze con Netanyahu, ha avviato la sua campagna elettorale da ieri sera. Tra i candidati ci sono Haim Jelin (al numero sette in lista) capo del Consiglio regionale di Eshkol, Elazar Stern (numero 12) ex Idf, l’esercito israeliano ed ex deputato di Hatnua, il partito di Tzipi Livni. Ma anche Zehorit Sorek (19 in graduatoria) attivista ortodosso per i diritti Lgbt.

Qui Meretz – Nemmeno la sinistra-sinistra sta ferma in queste ore. È diventato un vero tormentone il video-spot «Voglio Meretz al governo» (sopra): in un matrimonio – decisamente noioso – la musica cambia e tutti, compreso il leader (vero) Zahava Gal-Or iniziano a cantare insieme per il proprio partito. «Tutto è possibile – recita il messaggio – è una questione di scelte».

© Leonard Berberi

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La solitudine di Netanyahu

Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele e leader del partito "Likud"

Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele e leader del partito “Likud”

L’occasione, dal punto di vista di Hamas, è storica: fare fuori, politicamente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Non a colpi di razzi. Non solo almeno. Ma dall’interno: con l’aiuto degli uomini di fiducia del primo ministro che negli ultimi giorni hanno preso le distanze da lui o, peggio, l’hanno apertamente attaccato. Non è un caso se proprio la formazione palestinese ha detto no, per ora, al piano di cessate il fuoco proposto dall’Egitto e accettato dallo Stato ebraico.

Sono giorni davvero difficili per Netanyahu. Da sempre considerato un «falco» della politica israeliana, ora – per paradosso – si sta rivelando l’uomo che non vuole far precipitare le cose. Ed è sempre meno appoggiato nella compagine governativa. Si rifiuta di mandare l’esercito a Gaza. Bolla come «rumore di fondo da non accogliere» le parole del suo (ormai ex) braccio destro Avigdor Lieberman: il ministro degli Esteri, infatti, ha proposto di invadere la Striscia «per farla finita una volta per tutte». Poi caccia dalla compagine di governo Danny Danon, viceministro della Difesa, uno degli uomini di punta del Likud, lo stesso partito del premier. Danon aveva pubblicamente criticato Netanyahu per aver accettato il piano egiziano per la tregua con Hamas: «La decisione del premier è uno schiaffo in faccia agl’israeliani», ha detto Danon.

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Le scie di fumo lasciate dai razzi sparati da Gaza City verso Israele dal braccio armato di Hamas, martedì 15 luglio (foto di Thomas Coex/Afp)

Il comunicato sul «licenziamento» la dice lunga sullo stato di agitazione a Gerusalemme. È delle 20.35 di martedì 15 luglio. E bisogna ricordarsela l’ora. «In un momento in cui il governo d’Israele e l’esercito sono nel mezzo di una campagna militare contro le organizzazioni terroristiche e proprio quando stanno facendo di tutto per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e dei suoi cittadini, non è accettabile che il viceministro della Difesa attacchi il vertice del Paese proprio sulla gestione della situazione. Alla luce delle sue frasi – che esprimono una mancanza di fiducia nel governo e, personalmente, nel primo ministro, ci si sarebbero aspettate le sue dimissioni. Ma visto che questo non è successo, io (Netanyahu, ndr) ho deciso di allontanarlo dal suo incarico».

L'ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

L’ex viceministro della Difesa, Danny Danon (a sinistra) e il premier israeliano Benjamin Netanyahu in una delle ultime apparizioni insieme (foto di Tomer Neuberg/Flash90)

Danon resta parlamentare, sempre nelle file del Likud. E non si capisce se Netanyahu l’abbia cacciato davvero per le sue frasi o, perché, temeva che proprio Danon avrebbe potuto prendersi la fetta più oltranzista del partito. Fatto sta che la replica dell’ex viceministro non si è fatta attendere. Ed è stata altrettanto dura. Durissima. Parte da lontano. E arriva alle redazioni dei giornali alle 20.36. Un minuto dopo la lettera di Netanyahu.

«Il primo ministro è capitolato di fronte al presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, nel momento in cui ha accettato di rilasciare 78 assassini per riprendere i negoziati, quando non ha reagito in modo duro quando i nostri tre ragazzi sono stati uccisi brutalmente e quando stamattina (ieri, ndr) ha accettato il cessate il fuoco con Hamas, rendendo così Israele ancora più debole. Io non potrei accettare l’aria di sconfitta che ormai domina il governo e non tradirei mai i miei valori in cambio della poltrona».

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Il ministro israeliano degli Esteri, Avigdor Lieberman, nella conferenza stampa di martedì 15 luglio, dove invita a invadere Gaza (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

La verità è che più passano le ore, più Hamas continua a lanciare razzi, più le sirene continuano a suonare in metà dello Stato ebraico, più la leadership di Netanyahu è messa in discussione dai ministri stessi. Oltre a Lieberman, oltre a Danon, ci sono altre figure di spicco che ormai sono contro le decisioni di Netanyahu. E fanno capire che l’uomo dovrebbe andarsene. Molto critici sono i ministri Yisrael Katz (Likud) e Uzi Landau (Israel Beitenu, il partito di Lieberman).

«Il messaggio che viene dato agl’israeliani dai loro ministri è questo: Netanyahu non sa quello che sta facendo», sintetizzano diversi analisti sui giornali locali e sulle emittenti tv da giorni impegnati con le dirette non stop. «Ma quando la situazione si sarà ristabilita, se si sarà ristabilita, il premier dovrebbe fare i conti una volta per tutte con Lieberman e il suo partito».

© Leonard Berberi

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Israele, si allungano i tempi per il nuovo governo: stallo nei negoziati con Yair Lapid

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Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro), il secondo partito più votato alle elezioni israeliane del 22 gennaio scorso (foto Ariel Schalit / Ap)

«Ma Yair a che gioco sta giocando?». Dicono che Benjamin Netanyahu, premier uscente e prossimo alla conferma, stia perdendo la pazienza. Con una crisi – per ora contenuta – con Siria, Iran e Libano, lo Stato ebraico, a più di una settimana dal voto, non ha ancora un nuovo governo. E a bloccare la formazione del prossimo esecutivo sarebbe, secondo i fedelissimi di Netanyahu, Yair Lapid. Il leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro, in ebraico) pare abbia fatto un bel po’ di richieste. «Alcune del tutto inaccettabili», sussurrano dall’ufficio del premier, «il belloccio della tv dovrebbe scendere dal suo cavallo bianco e sporcarsi le mani».

Ed ecco quindi la proposta, estrema: «Fare a meno di Lapid e del suo partito». Formare un governo spostato più a destra. Imbarcare non solo Naftali Bennett con il suo “Jewish Home / National Union”, ma anche gli ultrareligiosi di “Shas”, “United Torah Judaism”. E superare la maggioranza con i centristi di “Kadima” e “Hatnuah”. Totale: 69 seggi su un totale di 120. «Bibi (Netanyahu, nda) non può lasciare il controllo della coalizione a Lapid», spiega un alto rappresentante del “Likud”, il partito del premier. Che aggiunge: «L’obiettivo del leader di “Yesh Atid” è quello di trovare il momento opportuno per far cadere Bibi. L’ha sempre detto prima e confermato in campagna elettorale».

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Un poster elettorale con il volto del premier uscente (e confermato) Benjamin Netanyahu (foto Ariel Schalit / Ap)

I colloqui per il nuovo esecutivo intanto vanno avanti. Mercoledì David Shimron, alto rappresentante del “Likud” ha incontrato Uri Ariel, deputato di “Jewish Home / National Union”, per mettere a punto gli accordi di governo. Il giorno dopo – giovedì – il numero uno di “Israel Beitenu” (il partito che si è presentato insieme al “Likud”), Avigdor Lieberman, ha incontrato direttamente Naftali Bennett. Ma gli analisti avvertono: «Senza i voti di Yair Lapid il premier Netanyahu difficilmente potrà mettere in piedi un governo stabile. Non solo per i partiti che dovrebbero comporlo, ma anche perché la volontà popolare è stata chiara e ha chiesto una tregua dalle politiche di estrema destra».

Sul fronte mediorientale, il settimanale americano Time ha confermato quanto raccontato in esclusiva da Falafel Cafè: il raid notturno israeliano sulla Siria, tra martedì e mercoledì scorso, ha colpito più di un obiettivo. Non soltanto un convoglio in viaggio verso il Libano e un laboratorio chimico alla periferia di Damasco, ma anche un laboratorio chimico. Time aggiunge – citando fonti d’intelligence occidentali – che gli Usa avrebbero dato luce verde allo Stato ebraico non solo a quelle incursioni aeree, ma anche alle prossime.

© Leonard Berberi

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