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Quelle condoglianze dell’imam «ai fratelli e sorelle ebrei»

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Ezra Schwartz (nel tondo), ucciso giovedì 19 novembre in un insediamento poco lontano da Gerusalemme. Aveva 18 anni (foto da Facebook)

Li chiama «fratelli e sorelle». Chiude il messaggio con una frase in ebraico. Si offre di alleviare – assieme alla sua comunità – le sofferenze di chi, in questo momento, vive i suoi giorni peggiori. Firmato: l’imam. La speranza in mezzo all’orrore. Una piccola candela accesa in mezzo al buio più profondo. Buio che resta ancora là, esteso come non mai. Ma che il 20 novembre scorso ha ceduto un piccolo pezzetto all’umanità.

Abdul Rahman Ahmad

L’imam Abdul Rahman Ahmad

Mentre a Sharon, in Massachusetts, stanno ancora piangendo la morte di Ezra Schwartz – 18enne ebreo americano ucciso dai colpi di arma da fuoco giovedì 19 novembre nell’insediamento di Alon Shvut assieme ad altri due – al rabbino della comunità ebraica della cittadina americana, Joseph Meszler, arriva una lettera. È quella dell’imam del Centro islamico del New England a Sharon, Abdul Rahman Ahmad.

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Le condoglianze dell’imam al rabbino per la morte di Schwartz (foto via Forward.com)

«È con grande tristezza che apprendo che la vita di Ezra è stata interrotta brutalmente in Israele», esordisce il religioso nel suo messaggio indirizzato «ai fratelli e sorelle ebrei». Poi passa a citare i Salmi. Sottolinea che i suoi fedeli «hanno sempre condannato questi gesti». Si offre di aiutare ad alleviare la sofferenza. Promette che «le vostre famiglie saranno nelle preghiere e nei cuori dei miei famigliari». Quindi chiude con le condoglianze tradizionali ebraiche: «Hamakom yenachem et’chem b’toch shar avay’lay Tzion vee’Yerushalayim», possa l’Onnipresente consolarvi tra i dolenti di Sion e di Gerusalemme.

© Leonard Berberi

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Una domenica a Gerusalemme sulla Spianata delle Moschee

Un arabo si prepara a lanciare una pietra contro la polizia israeliana sulla Spianata della Moschee di Gerusalemme, domenica 27 settembre 2015 (fermo immagine da Polizia israeliana/Falafel Cafè)

Un arabo si prepara a lanciare una pietra contro la polizia israeliana sulla Spianata della Moschee di Gerusalemme, domenica 27 settembre 2015 (fermo immagine da Polizia israeliana/Falafel Cafè)

Slogan e proteste. Ma anche – e soprattutto – sassi grandi e piccoli, bottiglie incendiarie, pezzi di edifici centenari staccati da usare come arma, fuochi d’artificio. Tutti, o quasi, mascherati. Tutti contro le autorità israeliane. È stata una domenica convulsa al Monte del Tempio, il luogo sacro per i musulmani e anche per gli ebrei. Centinaia di arabi e palestinesi si sono scagliati contro la polizia alla chiusura del quarto giorno dell’Eid al-Adha (festa islamica) e alla vigilia dell’inizio di Sukkot, la celebrazione ebraica che dura una settimana.

Secondo le autorità israeliane – che hanno contenuto le violenze dopo alcuni minuti – nessun membro del Waqf, l’autorità musulmana che sovrintende il Monte del Tempio, avrebbe mosso un dito per fermare le violenze. Ecco le immagini – fornite dalla polizia di Gerusalemme – di quello che è successo.

© Leonard Berberi

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Cinque anni di riprese e decine di autorizzazioni: ecco il documentario su Gerusalemme

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Tramonto su Gerusalemme in un fermo immagine della pellicola ad altissima definizione sulla città (foto Falafel Cafè / Jerusalem US LP)

Più che sulla sceneggiatura, dicono gli autori, hanno dovuto faticare sui permessi. Imparando a destreggiarsi tra ostacoli burocratici, rivalità culturali e religiose, leader religiosi e vertici militari, esponenti politici e non. Per dire: fare le riprese aeree sulla Città vecchia – no-fly zone per eccellenza – ha richiesto il via libera delle forze armate israeliane. Un tipo di nulla osta che non veniva dato da almeno vent’anni.

Ma alla fine, dopo più di cinque anni di lavoro, eccolo, il risultato: 45 minuti di documentario, interamente girato con cineprese pensate per gli schermi Imax (quelli con la definizione più alta del mondo) e in uno dei posti più esclusivi, misteriosi e tormentati: Gerusalemme.

E proprio «Gerusalemme» è il titolo dell’opera distribuita dal National Geographic Entertainment (in fondo il trailer video) e narrata dall’attore inglese Benedict Cumberbatch. Le carrellate e le riprese mozzafiato ci accompagnano nella Città vecchia, al Muro del pianto, nella Via Dolorosa e nella Moschea di Al-Aqsa. I luoghi simbolo per ebrei, cristiani e musulmani. Sopra e nei sotterranei. Nei giorni normali e in quelli di festa. Tanto che, per esempio, per accedere in molti edifici è stato necessario convincere i leader religiosi.

E prima di accendere le cineprese, i produttori hanno comprato spazi sui giornali e in tv per spiegare ai gerosolimitani – in inglese, ebraico e arabo – che di lì a poco avrebbero visto strane attrezzature svolazzare ad altezza uomo. «Non c’è stata nemmeno una cosa davvero facile da fare», ha spiegato alla Jewish Telegraphic Agency Taran Davies, uno dei produttori del documentario. «Anche le normali riprese, quelle fatte semplicemente su un treppiede, sono state difficili da realizzare».

Un momento delle riprese del documentario "Gerusalemme" sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Un momento delle riprese del documentario “Gerusalemme” sul Muro del Pianto il giorno della Pasqua ebraica. Per realizzare questa scena è stato necessario chiedere chiedere sei permessi diversi tra loro (foto di Nicolas Ruel)

Tra le cose più ostiche, ricordano gli autori, le scene dall’alto sul Muro del pianto. Per installare la «giraffa» sopra alle teste di migliaia di pellegrini è stato necessario, tra le altre cose, avere l’autorizzazione delle sei autorità – politiche, militari e religiose – che hanno voce in capitolo sull’area.

E nemmeno sul fronte islamico le cose sono state poi così semplici. «Le maggiori difficoltà le abbiamo avute per fare le riprese all’interno della Spianata delle Moschee», fisicamente subito dopo il Muro del Pianto. «Abbiamo dovuto chiedere il permesso all’autorità musulmana che gestisce l’area, il ministero degli Affari religiosi in Giordania e le forze di sicurezza israeliane».

Perché un film su Gerusalemme? «Non per ragioni politiche o religiose – ha chiarito Daniel Ferguson, un altro dei produttori –, ma per ragioni culturali: vogliamo promuovere la comprensione e mettere in discussione le convinzioni di ebrei, musulmani e cristiani. Vogliamo offrire un altro punto di vista». E non è un caso, forse, che alle tre grandi religioni monoteiste, nel documentario, è stato dedicato lo stesso, identico tempo.

© Leonard Berberi

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“Quell’etichetta è un insulto”. E i marocchini emettono una fatwa sui datteri israeliani

«Un insulto». Di più. «Una provocazione bella e buona». Una cosa così grave da meritare una «fatwa». Ecco, han dovuto scomodare pure un religioso – tal sceicco Ahmed al-Raysouni, giureconsulto islamico di Gedda (Arabia Saudita) – per porre un divieto religioso contro quel che associazioni e movimenti islamici hanno bollato come un subdolo tentativo degli ebrei di corrompere uomini e mezzi del Paese arabo.

Più che il pomo della discordia, qui a far arrabbiare sono i datteri. Siamo in Marocco. È iniziato da poco il Ramadan, il periodo di digiuno per i musulmani di tutto il mondo. Come da tradizione l’assenza di cibo per tutto il giorno s’interrompe proprio con i datteri. Solo che il mercato marocchino non ha retto e la domanda ha superato l’offerta. Così, oltre ai prezzi, a schizzare in alto è stata anche l’esportazione da altri Paesi. Arabi, soprattutto. Ma anche da Israele. Terra di latte e miele, ma anche di datteri (e agrumi, e verdure, ecc).

Così, quando sulle etichette gl’islamici hanno letto «Made in Israel» hanno avvertito tutto. E alzato la voce. «I nostri commercianti si sono dimostrati insensibili», ha accusato l’attivista Khaled al-Soufiyani, portavoce del sedicente «Gruppo d’azione nazionale per la solidarietà con la Palestina e l’Iraq». «Comprare e consumare questi prodotti ­– ha commentato sul sito dell’emittente Al Arabiya – è un insulto ai sentimenti dei marocchini, molti dei quali rifiutano la normalizzazione dei rapporti con Israele». Del resto, è il sillogismo dell’attivista, «vendere e comprare prodotti ebraici rappresenta un sostegno all’occupazione israeliana della Palestina».

E così è arrivata pure la sentenza religiosa del religioso saudita. «È proibito vendere, acquistare, importare o esportare datteri da Israele», ha detto Ahmed al-Raysouni. Pazienza se, poi, il prodotto non arriva direttamente dallo Stato ebraico, ma dall’Europa. E pazienza se i prezzi dei prodotti israeliani sono molto più bassi, persino dei datteri provenienti da Algeria, Tunisia e Arabia Saudita.

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Il Muro del Pianto in vendita (a pezzi) su eBay

Quello di Berlino è già in vendita. Nei mercatini della capitale tedesca, a ridosso dei musei, sul web. Pezzetto per pezzetto. Ma su quell’altro muro, altrettanto famoso, di Gerusalemme, dovevano ancora pensarci su. E alla fine, qualche buontempone, ha deciso: deve andare all’asta. Su eBay. Subito. E a brandelli.

Succede anche questo. Che uno dei simboli religiosi meglio custoditi al mondo finisca con lo scontrarsi con la Rete. E il mercato. Certo, lì davanti alla Spianata delle moschee negli anni hanno venduto un po’ di tutto: «aria della Terra Santa», «acqua del fiume Giordano», le «scaglie dorate prese dalla cupola della moschea» che c’è dietro al Muro. Ma questa mancava ancora.

Due soldati israeliani di fronte al Muro del Pianto

L’allarme l’ha lanciato il quotidiano ebraico ultraortodosso “Behadrei Haredim”: «Le pietre del santo Muro del Pianto di Gerusalemme sono in vendita a 4,99 dollari l’una». I rabbini israeliani si sono rivolti alla polizia. Un magistrato ha avviato le indagini. Mentre il sito di aste più famoso al mondo, eBay appunto, nonostante gli appelli non ha rimosso ancora l’offerta delle pietre.

Certo, nella Storia quel muro non è passato indenne. A distruggerlo per bene ci hanno pensato quasi due millenni prima i legionari dell’imperatore romano Tito. Ma è da sempre un luogo di preghiera per gli ebrei di tutto il mondo. E un momento di ritrovo per i turisti che a Gerusalemme vengono soprattutto per questo: per vedere questa facciata di grandi pietre, piena di fessurine e di bigliettini-preghiere-invocazioni lasciate da chiunque e per decenni.

Non si capisce bene, a dire il vero, se le piccole pietre sono state prese di proposito, oppure se sono il prodotto dello sfarinamento nel tempo. In attesa di scoprirlo, ci hanno pensato i religiosi a lanciare i loro strali. «Queste pietre non hanno una proprietà soprannaturale», ha detto il rabbino del Muro del Pianto Shmuel Rabinovitch nel fare denuncia alla polizia. «Anzi, secondo il testo morale del rabbino Yitzhak Silverstein, c’è il timore che queste abbiano l’effetto opposto». E via con una storia macabra. Nella speranza, di religiosi e non, che questo basti a fermare sul nascere il nuovo filone religioso del mercato virtuale.

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Hamas continua a colpire Israele. E Gerusalemme pensa all’intervento militare

«È chiaro che vogliono la guerra». Il commento, brevissimo, i più alti ufficiali dell’esercito l’hanno sentito dalla bocca del ministro della Difesa, Ehud Barak. Il quale, in calo di consensi, come il suo capo, il premier Benjamin Netanyahu, sta pensando a un blitz militare in stile operazione “Piombo fuso”. Quello, tanto per intenderci, che ha portato al criticato e poi corretto “Rapporto Goldstone”. Un modo, per Barak, di fermare una volta per tutte il lancio dei razzi. E, perché no, di guadagnare voti.

E’ stata l’ennesima giornata calda in suolo israeliano. Quel suolo che, a ridosso della Striscia di Gaza, sta diventando una groviera. A furia di essere bersagliata da razzi Qassam, mortai, colpi di fucile e ogni altra diavoleria militare passi per la testa – e le mani – dei miliziani islamici di Hamas.

Un razzo palestinese ha appena colpito il suolo israeliano (foto Epa)

Il copione si ripete, immutato, da giorni. I palestinesi sparano. Gl’israeliani replicano. Di qua i danni materiali (per ora). Di là quelli umani. Con morti, feriti, mutilati. Sabato mattina – a Shabat ancora in corso – sono esplosi tre missili Grad a Ofakim. Un altro è caduto vicino a una scuola, nella zona di Merchavim. Un altro ancora ha colpito un campo aperto, lontano dalle abitazioni. Ci sarebbe pure un quarto missile. Di cui però s’è perso traccia. Poco più lontano, un mortaio è esploso in un kibbutz, nei pressi di Eshkol, e ha danneggiato un edificio. Per fortuna nessuno è rimasto ferito. In tutto, in mezza giornata, nell’area di Eshkol si sono abbattuti 24 colpi di mortaio.

Durante la notte sono stati sparati altri missili contro Beersheba, due dei quali intercettati dal sistema di difesa “Iron Dome”, Ofakim e aree a nord di Ashdod e Nitsanim. Un volantino mandato via fax ai giornalisti dalle Brigate al Qassam, ala militare di Hamas, ha rivendicato l’intenso lancio di missili contro Israele di sabato mattina.

L'attacco sulla Striscia di Gaza da parte dell'aviazione israeliana

Quindi è stata la volta dell’esercito israeliano. Che in un blitz durato pochi minuti, ha colpito edifici e persone ritenute responsabili degli attacchi di questi giorni. Secondo un primo, provvisorio, bilancio quattro militanti palestinesi sarebbero stati uccisi.

Nella notte tra venerdì e sabato un comandante di Hamas e due suoi uomini sono stati uccisi in un raid israeliano. Poi, qualche ora dopo, quando ormai sulla Strisca s’era alzato il sole, un quarto militante del movimento islamico è morto dopo essere stato colpito in un raid israeliano presso Jabaliya. Secondo i portavoce di Hamas, sono 17 i palestinesi uccisi e 60 i feriti da giovedì scorso.

Gaza è in subbuglio. Chiede l’aiuto internazionale. «Quanti ne dovranno morire ancora prima che le organizzazioni di governance internazionale condannino Israele?», si sono chiesti i ragazzi via Facebook e Twitter. La sensazione è che Hamas abbia perso il controllo delle ali più estremiste dell’organizzazione. Altrimenti non si spiegherebbe la moratoria di razzi anti-israeliani annunciata dai vertici, ma smentita nemmeno dodici ore dopo. E questo, stando a molti analisti militari, non potrà che costringere lo Stato ebraico a punire Hamas & Co. per far smettere la pioggia di razzi, missili e mortai che piovono dalla Striscia sul suolo israeliano.

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Un arabo-israeliano denuncia la Coca Cola: “Alcol nella bibita”

Per la Coca Cola è la più insidiosa battaglia della storia. Quella che potrebbe costringerla a rivelare – ironia della sorte – la ricetta meglio custodita al mondo: quella della bibita famosa in tutto il mondo. E tutto per colpa di chi ha fatto circolare in rete la lista (falsa) degl’ingredienti della bevanda marroncina piena di bollicine.

Perché è da quel giorno che Malek Salaimeh, un arabo-israeliano, non si dà pace. Da quando ha letto nella finta ricetta che dentro la Coca Cola si troverebbe una piccola quantità di alcolico, vietatissimo per uno fedele come lui ai precetti religiosi dell’Islam. Ed è così che ha deciso di ingaggiare una battaglia legale molto rischiosa per l’azienda americana.

«Per me si tratta di un vero incubo», ha raccontato Salaimeh alla radio militare israeliana. «Da buon musulmano, prego cinque volte al giorno e digiuno nel periodo del Ramadan», ha aggiunto l’uomo. «Non voglio certo andare incontro a punizioni divine per aver consumato, a mia insaputa, dosi di alcol».

Secondo l’arabo-israeliano, la Coca Cola doveva precisare che fra gli elementi utilizzati c’era anche l’alcol. «Se lo avessi saputo le loro bottiglie non le avrei nemmeno sfiorate», ha spiegato. Da adesso ne ha comunque già cessato il consumo. E aspetta di sapere cosa farà il tribunale israeliano al quale si è rivolto e attraverso il quale ha chiesto alla società statunitense circa mille shekel (quasi 200 euro) per ogni israeliano di religione musulmana (poco più di un milione). Totale: 200 milioni di euro.

La Coca Cola ha replicato che la produzione della bevanda è controllata in maniera meticolosa e che non è presente nemmeno la minima traccia di alcol. Ma se il giudice israeliano dovesse decidere di dare corso alla denuncia presentata dal signor Salaimeh, la compagnia potrebbe essere costretta a rivelare la ricetta segreta. Certo, con tutte le garanzie del caso. Ma siamo proprio sicuri che dentro quell’aula nessuno prenderà nota degl’ingredienti “miracolosi” che creano la Coca Cola?

© Leonard Berberi

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