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L’Intifada dei coltelli

Otto morti – ebrei, israeliani – finora. Quarantaquattro arabi e palestinesi deceduti. Centinaia di feriti. Un ottobre così complicato non si vedeva da tempo. Dal 2000, da quando scoppiò la Seconda Intifada. Questa, per molti, è un’altra Intifada. L’Intifada dei coltelli. “Falafel Cafè” offre questa mappa-infografica aggiornata sulle vittime israeliane. Nella selezione vengono inserite le aggressioni nei confronti di civili che comportano il decesso di almeno una persona: cliccate ogni pallinea – è anche possibile ingrandire la cartina – per leggere nomi e storie delle persone uccise (l.b.)

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L’esercito, il massacro, la politica e il coma: vita (e foto) di Ariel Sharon

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Ariel Sharon, nel 2001, appena diventato primo ministro (foto di Menahem Kahana/Afp/Getty Images)

Tra le figure più controverse della politica israeliana, Ariel Sharon ha segnato profondamente la storia del Paese. Fu per decenni il volto duro di una politica ostile ai palestinesi per poi, inaspettatamente, cambiare rotta, decidendo il ritiro dalla Striscia di Gaza e fondando un partito di centro. Una parabola che fu bruscamente interrotta dal coma, dal quale non si riprese più.

DA GENERALE A MINISTRO – La storia politica di Sharon inizia quando si guadagna la fama come generale durante la guerra arabo-israeliana del 1973. Fu lui a guidare le forze israeliane lungo il Canale di Suez bloccando parte dell’esercito egiziano e capovolgendo in favore di Israele l’esito del conflitto. Guadagnata la fama, viene eletto quello stesso anno deputato nel Likud, il principale partito di centrodestra del Paese.

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

Sharon, durante la guerra del 1967, controlla la frontiera con il Sinai egiziano. In quel periodo era il comandante di una divisione che vinse una battaglia strategica per le sorti del conflitto (foto di Yossi Greenberg/Gpo)

SABRA E SHATILA – Ministro dell’Agricoltura prima e della Difesa poi, è il protagonista dell’invasione del Libano del 1982, segnato dal massacro dei campi profughi palestinesi a opera delle milizie cristiane maronite, alle quali le forze isaeliane lasciarono mano libera. Da allora il nome di Sharon è stato sempre legato in particolare alla strage del campo di Sabra e Shatila, nel quale furono uccise centinaia o migliaia di persone, a seconda delle fonti. Per quella strage Sharon fu accusato di crimini di guerra ma il suo principale accusatore, Elie Hobeika, capo delle milizie maronite, fu ucciso in un attentato.

Durante l'offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell'esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar / Afp / Getty Images)

Durante l’offensiva in Libano e con una Beirut sotto il controllo dell’esercito isrealiano, centinaia di palestinesi che vivevano nei campi profughi di Sabra e Shatila vennero massacrati dalle milizie dei falangisti (alleati dello Stato ebraico) il 16 settembre 1982 (foto di Ramzi Haidar/Afp/Getty Images)

LA PASSEGGIATA NELLA SPIANATA DELLE MOSCHEE – Nel 2000 Sharon si distinse per un drammatico gesto dimostrativo, che innescò per reazione la seconda Intifada palestinese: il 28 settembre, accompagnato da un migliaio di militanti, entra nella Spianata delle moschee di Gerusalemme, luogo sacro ai musulmani e tradizionalmente controllato dai palestinesi.

Nel settembre del 2000, Sharon - scortato da centinaia di agenti e poliziotti - decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

Nel settembre del 2000, Sharon – scortato da centinaia di agenti e poliziotti – decide di visitare il Monte del Tempio, conosciuto dai musulmani come Moschea di Al Aqsa. Una scelta che scatenò la collera dei palestinesi e, secondo molti, portò alla Seconda Intifada (Awad Awad/Afp/Getty Images)

LA CAMPAGNA CONTRO GLI ACCORDI DI OSLO – Fece una dura campagna contro gli accordi di Oslo del 1993 (quelli che portarono alla storica foto della stretta di mano tra il leader Olp Yasser Arafat e il premier israeliano Yitzhak Rabin, tra le braccia del presidente Usa Bill Clinton), che prevedevano il ritiro delle forze israeliane da alcune aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, e affermavano il diritto palestinese all’autogoverno attraverso la creazione dell’Autorità nazionale palestinese.

IL CONFINO DI ARAFAT E LA COSTRUZIONE DEL MURO  Sharon vinse le elezioni nel 2001 e divenne primo ministro. Fu lui a confinare Arafat a Ramallah, città della Cisgiordania dalla quale il leader palestinese non potè più muoversi fino al ricovero a Parigi, dove morì. Sulla stessa morte di Arafat pesano tuttora sospetti di avvelenamento. E fu sempre Sharon a volere la costruzione del muro, una barriera che circondava tutta la Cisgiordania.

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l'appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l'allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

Uno dei tanti incontri e dei tanti colloqui di pace tra israeliani e palestinesi: sopra l’appuntamento del 2003 ad Aqaba, in Giordania, tra l’allora presidente Usa George W. Bush (al centro), Ariel Sharon (a sinistra) e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Avi Ohayon/Afp/Getty Images)

IL RITIRO DA GAZA – Nel 2003 però qualcosa cambiò. Sharon avviò il dialogo con Mahmoud Abbas (più noto col soprannome di Abu Mazen), primo ministro dell’Autorità nazionale palestinese. In seguito annunciò l’intenzione di ritirare i soldati israeliani da Gaza, cosa che fece nel 2005, pur mantenendo il controllo del suo spazio aereo e dello specchio di mare antistante (ragione per la quale i movimenti filo-palestinesi la definiscono una «prigione a cielo aperto»).

E' il 2005: l'allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

E’ il 2005: l’allora premier Sharon decide di ritirare i soldati israeliani dalla Striscia di Gaza e spingendo i coloni residenti ad abbandonare la zona. Una decisione che non venne gradita tanto che ci furono molte proteste, come questa a Gush Katif (foto Roberto Schmidt/Afp/Getty Images)

LA NASCITA DI KADIMA – Nello stesso anno Sharon lasciò il Likud per fondare un proprio partito moderato di centro, Kadima, in cui confluì anche Shimon Peres. Pochi mesi dopo però fu colpito da una grave emorragia cerebrale e andò in coma. Nel frattempo aveva vinto le elezioni ed era stato nominato nuovamente primo ministro. L’11 aprile 2006, visto il permanere del coma, fu destituito e sostituito da Ehud Olmert. (LaPresse)

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IL CASO / La morte del piccolo Mohammed, il dossier d’Israele e quei commenti (nascosti) di alcuni giornalisti stranieri

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Un fermo immagine del video trasmesso da France 2 nel 2000 con gli ultimi istanti di vita del dodicenne palestinese Mohammed Al-Durrah

Tredici anni dopo l’argomento scotta ancora. Brucia nei ricordi dei famigliari. Di migliaia di palestinesi. Degl’israeliani. E anche dei giornalisti che in quel periodo, in quel fazzoletto di terra c’erano. Hanno visto. Hanno sentito. Hanno raccontato. In modo imparziale, si spera. Anche se oggi, quella imparzialità, per qualcuno sembra essere venuta meno.

E allora. Succede che da tempo i corrispondenti stranieri in Israele, Libano e Cisgiordania parlino tra loro sempre più via social network. Uno dei canali di comunicazione è il gruppo su Facebook chiamato «The Vulture Club». È un gruppo chiuso. Si accede dopo essere stati accettati. Si entra se si è giornalisti o se si ha a che fare – in Medio Oriente – con chi opera nella comunicazione. Fino a ora quello che succede dentro il gruppo virtuale lo possono leggere in 3.500. Non uno di più.

Domenica scorsa il governo israeliano ha pubblicato un voluminoso dossier. Decine di pagine in cui cerca di affrontare, una volta per tutte, una quelle questioni più delicate della storia israelo-palestinese: cosa sia successo a Mohammed Al-Durrah, il bambino palestinese di 12 anni, ucciso durante i disordini nella Striscia di Gaza in piena Seconda Intifada il 30 settembre 2000. Le immagini, tra le più conosciute al mondo, mostrano il piccolo Mohammed aggrappato alla vita e alle spalle del padre mentre insieme si difendono appoggiati a un muro. Il ragazzino, poco dopo, morirà, mentre il padre verrà ferito in modo grave. Non si è mai capito perché. Anche se un video dell’emittente France 2 sostiene che sia stato ucciso dall’esercito israeliano (sotto il filmato grezzo, così com’è stato fornito dall’emittente francese alle altre tv e che Falafel Cafè ripropone nella sua versione integrale).

Gerusalemme ha sempre negato un suo coinvolgimento. E per questo proprio domenica ha presentato il rapporto di una commissione d’inchiesta composta da rappresentanti di diversi ministeri, da esponenti della Polizia e della Difesa israeliana nominati lo scorso settembre dal premier Benjamin Netanyahu. Scrive il documento che «non ci sono prove evidenti per dimostrare che Mohammed Al-Durrah e suo padre, Jamal Al-Durrah, abbiano subito lesioni da arma da fuoco quel giorno». Secondo una fonte citata dal rapporto «non ci sarebbero state tracce di sangue nel punto in cui i due palestinesi si erano accucciati per proteggersi dai proiettili». Per il dossier, poi, «l’operato di France 2 ha avuto l’effetto immediato di danneggiare l’immagine internazionale di Israele, ha soffiato sul fuoco del terrorismo e dell’odio». Per questo, «da quel giorno le riprese di France 2 sono state fonte d’ispirazione e giustificazione per il terrorismo, l’antisemitismo e la delegittimazione di Israele».

Vero? Falso? La verità, forse, non si saprà mai. Anche se sulla Cnn il padre di Mohammed si è detto disposto a riesumare la salma del figlio «per accertare la verità». La questione, a dire il vero, in Israele non è percepita come una vicenda – una tra le tante – che vede lo Stato ebraico contro i palestinesi. È, la morte di Mohammed, una delle storie che ha danneggiato sensibilmente l’immagine del Paese nel mondo. Per mesi gl’israeliani sono stati dipinti come «pazzi», «scatenati», «assatanati di sangue e vendetta», «privi di qualsiasi sentimento umano tanto da uccidere anche i piccoli innocenti».

E veniamo quindi alle ultime 72 ore. A quello che nel frattempo ha iniziato a prendere piede all’interno del gruppo Facebook ad accesso riservato. «Io ho visto i filmati di quella vicenda, immagini che mi hanno convinta della veridicità dell’evento. Quello che mi da fastidio è che questo dossier (quello israeliano, nda) stia ricevendo così tanta attenzione mediatica». È Susan Glen ad avviare la discussione su «The Vulture Club» con questo post e un link all’articolo sulla vicenda del quotidiano inglese The Independent.

Il post e i primi commenti - tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch - sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Il post e i primi commenti – tra i quali quello di uno dei dirigenti di Human Rights Watch – sulla copertura mediatica del dossier israeliano (da Facebook)

Nel giro di pochi minuti arrivano altri commenti. «Queste sono le tipiche bugie dell’Idf (l’esercito israeliano, nda) e come sempre ci vuole sempre tanto tempo per mettere in piedi una bugia», interviene Peter Bouckaert, uno degli alti funzionari di Human Rights Watch. Bouckaert se la prende anche con l’attenzione che il New York Times dedica al dossier del governo di Gerusalemme. «Questo non è proprio un buon giornalismo – attacca –, scrivere queste cose come se fossero vere, quando in realtà sono un mucchio di bugie».

Poi intervengono i giornalisti. Ed è qui che l’etica imporrebbe una presa di distanza. Un distacco professionale che serve non solo a salvaguardare la bontà del proprio lavoro (di ieri, di oggi, di domani), ma anche di quello di tanti altri che operano per la tua organizzazione. «È un problema serio perché la lobby (ebraica? Non è dato saperlo) usa tutta la sua forza e le sue capacità per pubblicare di tutto nei più grandi quotidiani britannici e sul New York Times». A scriverlo, a parlare di lobby, è Javier Espinosa, corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano spagnolo El Mundo dal 2002. L’ufficio di Espinosa non è più a Gerusalemme o a Tel Aviv, ma a Beirut, in Libano. Il giornalista non si limita a questo. E nello stesso intervento aggiunge: «Le ambasciate israeliane chiamano i loro contatti in tutti questi giornali che quindi accettano di pubblicare queste informazioni».

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

I commenti dei giornalisti sul dossier israeliano e la copertura mediatica (da Facebook)

«Ho lavorato su quel caso per una settimana per Stern (rivista tedesca, nda) nel 2000», ricorda il fotogiornalista Bruno Stevens. «Mi ricordo tutto, conosco il posto molto bene e per me non c’è il minimo dubbio che le cose sono andate come le ha raccontate France 2», aggiunge. «L’Idf pensa che la Terra sia piatta…», interviene Jerome Delay, uno dei fotografi di punta dell’Associated Press ora responsabile dell’ufficio dislocato in Africa. Arrivano altri commenti. Alcuni attivisti pro-Palestina – anche loro membri del gruppo – accusano Israele di revisionismo storico, mentre il funzionario di Human Rights Watch continua a prendersela con le autorità israeliane e per la copertura mediatica. Il tutto, in un miscuglio che, forse, i giornalisti potevano e dovevano evitare.

A surriscaldare l’argomento, a dire il vero, sono anche le notizie arrivate ieri da Parigi. La Corte d’Appello ha annunciato che il 26 giugno dirà la sua sul caso di diffamazione che vede contrapposti il corrispondente israeliano di France 2, Charles Enderlin – il primo a diffondere il filmato della sparatoria in cui è morto il piccolo Mohammed – e Philippe Karsenty, fondatore di Media Rating. Poco dopo la trasmissione di quelle immagini Karsenty aveva pubblicamente dubitato della veridicità del filmato e parlato di una messa in scena della morte.

© Leonard Berberi

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Israele, la commissione raccomanda di legalizzare gli insediamenti illegali in Cisgiordania

Il messaggio è chiaro. Le conclusioni pure. La portata – politica e internazionale – altrettanto. Tanto che, dall’altra parte del muro hanno bollato la cosa come «pura provocazione» e «pietra tombale sul processo di pace».

Il fatto è che con un tempismo che a molti è sembrato sospetto la commissione nominata dal governo israeliano per dare un parere su cosa fare con gli insediamenti illegali in Cisgiordania ha inviato il suo rapporto e le sue conclusioni. In sintesi: quegli insediamenti non autorizzati vanno legalizzati.

Di più. «La commissione – ha detto uno dei membri, Alan Baker – crede che lo Stato ebraico abbia il diritto di colonizzarela Cisgiordaniaperché il territorio non è occupato e non ha un governo sovrano». Non solo. «Gli insediamenti illegali – ha continuato Baker – non sono stati autorizzati perché le autorità avevano bloccato le pratiche a causa delle pressioni internazionali». Quindi l’invito all’esecutivo a completare il processo di approvazione degli insediamenti in questione.

La conclusione del rapporto non è una sciocchezza. Certo, non è vincolante. Ma rischia di tracciare la rotta di questo governo e di quelli futuri. Oltre che di offrire la possibilità al premier Netanyahu di legalizzare gli avamposti illegali. Secondo la comunità internazionale proprio quegl’insediamenti costituiscono l’ostacolo principale al processo di pace con i palestinesi, che chiedono chela Cisgiordaniafaccia parte del loro futuro Stato. Un pezzo di terra prima annesso dalla Giordania nel 1948, poi occupato da Israele nel 1967. Quindi la decisione di Amman di rinunciare a rivendicare la sovranità della Cisgiordania nel 1988.

Di là, a Ramallah, non sono stati zitti. «Si tratta di una raccomandazione in assoluta contraddizione con la legge internazionale, con le specifiche risoluzioni delle Nazioni unite e con la politica ufficiale di quasi tutti i Paesi del mondo», ha replicato Ghassan Khatib, portavoce dell’Autorità nazionale palestinese. «Simili posizioni poi sono in contraddizione con gli sforzi internazionali volti a raggiungere la pace con la soluzione a due Stati, uno dei quali dovrebbe essere situato nei territori occupati nel 1967».

A Gerusalemme, ora, si aspettano una risposta della comunità internazionale. E la divisione, sempre più marcata, tra i Paesi contrari a qualsiasi politica favorevole agl’insediamenti (Francia, in primis) e quelli che tendono a chiudere un occhio.

© Leonard Berberi

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“Palestinian Airlines” torna a volare (dopo 7 anni)

Uno dei due Fokker della Palestinian Airlines

Certo, la flotta è piccina piccina: 4 aerei (due Fokker, un Boeing 727, un Airbus 320), poche hostess e pochissimi dipendenti. Niente a che vedere con i giganti dei cieli dei fratelli del Golfo Persico. Però. Però è un piccolo passo verso la normalizzazione della vita. E dei viaggi.

Poi, ovvio, c’è quel piccolo particolare di non poco conto: scali, da queste parti, non ce ne sono. E quel che c’era, lo Yasser Arafat International Airport di Gaza City, prima l’han distrutto le bombe degl’israeliani (nel 2001). Poi l’hanno cancellato del tutto gli stessi palestinesi. I quali, senza bitume per asfaltare le strade (materiale bloccato ai varchi proprio dagl’israeliani), han pensato bene di prendersi – pezzo dopo pezzo – l’intera pista di decollo/atterraggio. Vedere per credere. Così, oggi, non restano che le carcasse della hall dell’aeroporto e della torre di controllo. Più qualche rimasuglio di reticolato qua e là.

E comunque. A volte ritornano. Un po’ in sordina, a dire il vero. Ma comunque tornano. E, forse, è un segno di normalità. Perché il giorno dopo il primo decollo, il direttore generale Zeyad Albad ha annunciato che la «Palestinian Airlines» è tornata a volare. Sette anni dopo l’ultimo decollo, nel 2005. Diciassette anni dopo la creazione, fortemente voluta dall’Autorità nazionale palestinese. La base, ora, è in territorio egiziano, nello scalo di Al Arish, aperto proprio dopo la distruzione di quello di Gaza City. La prima destinazione è stata Amman, capitale della Giordania. Esattamente l’ultimo scalo servito prima dello stop. Il tutto grazie a un accordo tra l’Anp e le nuove autorità egiziane.

Quel che resta dell’aeroporto internazionale “Yasser Arafat” di Gaza

Albad ha spiegato che ci saranno due voli andata e ritorno settimanali con Amman per i viaggiatori che transitano per il terminal di frontiera di Rafah, tra Gaza e l’Egitto, a circa 50 km da Al Arish. «Un decimo della distanza che erano costretti a percorrere per raggiungere gli aeroporti più vicini dell’Egitto», ci ha tenuto a precisare. Certo, non che Al Arish sia messa bene: nel 2011 i passeggeri totali sono stati 5.991, quasi la metà di quelli dell’anno prima.

Il direttore generale ha aggiunto che «avremo presto anche dei voli verso Gedda (Arabia Saudita), e pensiamo anche di allacciare dei contatti con la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti». Per il momento, però, piedi per terra. Il Boeing 727 e l’Airbus 320 restano in deposito. Voleranno soltanto i due Fokker. Velivoli vecchiotti e non sempre sicuri. «Ma abbiamo ancora pochi passeggeri, ci bastano gli aerei più piccoli», spiega Albad. Il realismo, prima di tutto. E le economie di scala. E l’analisi del mercato. Poi, si vedrà. Magari un giorno tutto diventerà più semplice. Più normale. Israele e Hamas, permettendo.

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Una notte a Nabi Saleh

Dicono i palestinesi di Nabi Saleh che ormai non ci fanno più caso. Dicono anche che, pur nella follia del gesto, «i soldati israeliani di solito si comportano molto bene». E però certe immagini, qui, a migliaia di chilometri di distanza un po’ colpiscono. Un po’ fanno riflettere. E ci spingono a chiederci se certa Palestina e certa parte d’Israele non si sia assuefatta al controllo militarizzato della propria esistenza.

Qualche giorno fa Joseph Dana, giornalista israeliano filo palestinese, ha pubblicato una foto. È quella che apre questo post. È stata scattata il 24 novembre 2011 in una casa di Nabi Saleh, villaggio palestinese di qualche centinaio di abitanti e a 20 chilometri da Ramallah. Nabi Saleh è famosa – nell’area e nel mondo – per essere il paesino da dove quasi ogni giorno si registrano sassaiole contro i soldati dell’esercito israeliano. La foto, dicevamo. Ecco, nella foto s’intuisce che è notte fonda. Dentro una casa si vedono due militari di Gerusalemme con il volto coperto, le armi pronte e sparare e l’aria di chi sa benissimo della follia della situazione. Ma gli ordini sono ordini. A due metri c’è un ragazzino palestinese. S’è appena svegliato. Guarda fisso verso la macchina fotografica e con le due dita fa il segno della libertà.

Gli abitanti di Nabi Saleh fanno sapere che è così quasi ogni sera. O meglio: ogni notte. I soldati israeliani bussano alla porta, chiedono di entrare, controllano chi vive in quella casa e registrano – facendo foto – tutti i componenti di sesso maschile. Servirà per identificare, uno a uno, quelli che lanciano pietre di giorno contro i blindati dell’esercito.

Giusto? Sbagliato? La risposta non è poi così scontata. Le variabili da considerare sono tante. A partire dal contesto in cui uno vive. Ma al di là di queste valutazioni, restano le immagini. E un video – che trovate sotto – dove un padre di famiglia di Nabi Saleh accoglie i militari israeliani con la telecamera. Filma tutto. Anche la naturalezza di quella scena.

© Leonard Berberi

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Shalit, Israele sotto shock per l’elenco dei terroristi che saranno liberati

«Con tutto il rispetto». Ecco, «con tutto il rispetto, forse lo scambio è stato un po’ eccessivo». Forse, «troppo permissivo». «E per uno solo dei nostri». «Con tutto il rispetto» per la mamma di Shalit. E il papà. E i fratelli. E il nonno. E buona parte del Paese.

Mai come in queste ore Israele è dilaniato dalle discussioni e dalle analisi. Dalle recriminazioni e dalle accuse. Soprattutto: dal passato. Che, evidentemente, non passa. Sono momenti emotivamente instabili, questi, per lo Stato ebraico. Stretto – e costretto – tra le ragioni del cuore che lo spingono a fare di tutto per riportare a casa un proprio soldato e quelle della mente – e della memoria – che lo frenano, lo irritano, lo fanno arrabbiare.

Decine di famigliari delle vittime degli attacchi terroristici per mano palestinese hanno alzato la voce. Hanno protestato. Hanno ricordato la sorte dei loro cari. «Questa situazione è uno schiaffo in faccia», dice Haim Karisi, padre di Yasmin, uccisa in un attentato terroristico del 14 febbraio 2001 all’uscita Azor, sud di Tel Aviv, dell’autostrada 44. «Vi sembra una cosa di questo mondo venire a sapere dalla tv che l’assassino di tua figlia sarà liberato in cambio di Gilad Shalit?». L’assassino è Mohammed Abu Ulbah, uno dei 477 detenuti palestinesi presenti nella prima lista di quelli che saranno rilasciato per lo scambio. È stato condannato a otto ergastoli, dopo aver fatto schiantare un bus contro un gruppo di soldatesse che aspettavano alla fermata presso l’uscita Azor: morirono otto persone e altre 26 rimasero ferite.

Haim è uno dei pochi che, in un modo o nell’altro, accetta lo scambio «sproporzionato». «Ma mi sarei aspettato una telefonata da qualcuno del governo, una chiamata in cui mi veniva detto che per far tornare Gilad dovevano liberare l’assassino di mia figlia. E invece niente».

Ci sono parenti di vittime e feriti che hanno deciso pure di rivolgersi all’Alta corte israeliana. Per fermare la «transazione umana». Per far saltare tutto il tavolo dei negoziati. «Perché mille terroristi in cambio di un solo soldato non è uno scambio equo». «Perché il premier Netanyahu non ci ha mai consultati? Perché non ci ha mai chiesto una nostra opinione sullo scambio?», si chiede Zion Yunesi, papà di un’altra Yasmin, per fortuna solo ferita nello stesso attacco.

Ogni lamentela è una storia. Ogni volto è una sofferenza. Ogni incrocio è una croce, una preghiera, una foto, un ricordo, un dolore. Messi insieme, questi padri e madri, questi fratelli e sorelle, questi amici e conoscenti, ecco, messi insieme creano un grande dramma umano. Una tragedia. Soffocata dalla quotidianità. Dal tempo che, anno dopo anno, sbiadisce, schiarisce, lenisce, allenta. E dal fatto che quegli anni bui, quei giorni in cui uscivi di casa e non sapevi se avresti fatto ritorno, rappresentano un capitolo quasi chiuso. Ma che la liberazione di Gilad Shalit sembra aver riaperto.

«Mia figlia è stata uccisa a Bat Yam da Fuad Amrin», racconta Ze’ev Rapp. «E ho saputo solo dalla tv che l’uomo che ha aperto il petto di mia figlia con un coltello e le ha tolto il cuore sarà liberato». L’uomo non nasconde la rabbia e il dolore. Nonostante la figlia sia stata uccisa – all’età di quasi sedici anni – il 24 maggio 1992. «Due primi ministri israeliani – Ariel Sharon e Ehud Olmert – mi hanno fatto una promessa scritta su un foglio: non rilasceremo mai l’assassino di tua figlia», rivela ancora Ze’ev. Ma è carta straccia, ormai. E a nulla serve la dichiarazione in calce a ogni documento che stabilisce la grazia presidenziale dei primi 477 detenuti palestinesi. Ecco, c’è scritto in ognuno dei fogli, poco sopra la firma di Shimon Peres, «non dimentico e non perdono».

Ormai la storia ha preso un’altra piega. E 477 terroristi palestinesi o pseudo tali saranno rilasciati entro pochissimi giorni. E anche qui ci sono volti e storie. Attentati e azioni individuali. Giovani e vecchi. C’è, per esempio, Nail Barghouti, dietro le sbarre dal 1978 per aver collaborato a un attacco che ha provocato la morte di un soldato israeliano. Ma c’è pure Sami Khaled Younes, ex tassista, il più anziano del primo blocco di detenuti, condannato a quarant’anni per aver ucciso un militare nel 1983 senza un motivo apparente.

Poi ci sono anche loro, gli autori materiali di alcune delle stragi più sanguinose. Come Walid Anjas. Originario di Ramallah e affiliato a Hamas, l’uomo è stato arrestato nel 2002 e condannato a 36 ergastoli per l’attentato al caffè “Moment” di Gerusalemme dove sono morti 11 ragazzi. Anjas, come da disposizione, sarà espulso all’estero. All’esilio sarà mandato anche Nasser Yateima, di Tulkarem (Cisgiordania): l’uomo ha sulle spalle condanne a 29 ergastoli dopo aver fatto saltare un hotel a Netanya (nord di Tel Aviv) nel giorno della Pasqua ebraica del 2002: nell’attacco sono morte 29 persone. C’è anche Abdelaziz Salha. L’uomo che a un certo punto, in piena Seconda Intifada, si fece riprendere dalle tv di tutto il mondo con le mani insanguinate. Quello era il sangue di due soldati israeliani che si erano persi per le vie di Ramallah, nel 2001. I militari furono entrambi uccisi.

C’è lo spazio anche per le donne. Ahlam al-Tamimi è una delle 27. Inserita in un commando delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, è stata condannata a 16 ergastoli per l’attentato alla pizzeria “Sbarro” di Gerusalemme, che nel 2001 causò 11 morti. Sarà espulsa in Giordania, Paese dov’è nata. Tra i nomi compare anche Amna Mouna. La ragazza di Gerusalemme est che adescò su Internet un adolescente israeliano e l’attirò in una trappola mortale tesa da una cellula delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa, gruppo armato nato dalla costola più radicale del Fatah.

Insomma, comunque la si veda tutta questa storia di Gilad Shalit, le ferite sono riaperte. La polemica è servita. Le tensioni con il governo Netanyahu pure. Tanto che, da qualche giorno, intorno al premier e al suo staff è stato elevato il livello di sicurezza. Giusto per evitare un altro Yitzhak Rabin.

Intanto dalle prime ore di domenica 16 ottobre le autorità israeliane hanno dato inizio al trasferimento dei prigionieri palestinesi coinvolti nello scambio con Hamas. Secondo la radio militare israeliana i detenuti sono stati trasferiti nella prigione di Ketziot, vicino al confine con l’Egitto e in quella di Sharon, nel centro di Israele. Tutti quelli che faranno ritorno a Gaza saranno accompagnato in Egitto e poi fatti entrare nella Striscia attraverso il valico di Rafah.

Al Cairo l’inviato israeliano ha perfezionato e firmato le ultime disposizioni dell’accordo con gli emissari di Hamas. Ormai è tutto fatto. Manca solo il rilascio di Gilad Shalit, previsto martedì 18 ottobre o mercoledì 19.

Leonard Berberi

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