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La “gaffe” di Netanyahu e la reazione (via web) dei giovani iraniani

Un fermo immagine dell'intervista a Bbc Persian di Benjamin Netanyahu, primo ministro d'Israele

Un fermo immagine dell’intervista a Bbc Persian di Benjamin Netanyahu, primo ministro d’Israele

«Netanyahu, ma che dici?». Conoscendolo bene, chissà quante teste farà cadere, il premier israeliano. Soprattutto dopo quella che alcuni, a Gerusalemme, ritengono una figuraccia. Fatta peraltro su un terreno, quello culturale, sul quale lo Stato ebraico vuole puntare molto per destabilizzare politicamente il regime di Teheran. E su una tv, Bbc Persian, che si rivolge proprio agl’iraniani.

Lo scorso giovedì l’emittente in farsi della tv britannica trasmette l’intervista esclusiva al primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu. Si parla, ovviamente, del programma nucleare di Teheran. Si discute sul regime che dal 1979 detta legge in un Paese chiave per il Medio Oriente e che spinge Netanyahu a dire che l’attuale presidente, Hassan Rouhani, nonostante le aperture agli Usa, «non rappresenta il popolo iraniano». Si sottolinea, poi, la mancanza di democrazia e trasparenza. Ed è qui che il premier israeliano «scivola».

La replica, su Twitter, di Sallar alle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu

La replica, su Twitter, di Sallar alle parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu

«Gl’iraniani meritano di più e di meglio», dice Netanyahu. E, rivolgendosi ai giovani, «Bibi» dice che non sono liberi, perché se lo fossero «potrebbero indossare senza problemi i blue jeans, potrebbero ascoltare la musica occidentale e partecipare a vere elezioni». Passi l’ultima – cosa secondo molti vera – ma i jeans e la musica pop, rap e tutto quello che si produce in Europa e Usa, ecco tutto questo in Iran «c’è da anni».

Sui social network la replica dei giovani iraniani non si fa attendere. A colpi di post e soprattutto di foto. Tante foto. Di uomini e donne e bambini che indossano, ovviamente i blue jeans. A casa. A lavoro. Nei centri commerciali. In strada. «Netanyahu, ecco i miei jeans e la mia musica occidentale», scrive su Twitter – con un insulto finale – Sallar. «Ora indosso i jeans come fanno tutti i giovani e i vecchi qui in Iran», aggiunge Mohammed. E come lui altri. Tanto da spingere il sito socialmedia.ir a creare una pagina apposita per raccogliere tutti questi post e cinguettii. La Rete, ancora una volta, non perdona.

© Leonard Berberi

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Il premier Benjamin Netanyahu intervistato dagli utenti del web

Stanotte è andata in onda un’intervista video particolare: a rispondere c’era il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. A farle, le domande, decine di persone sparse per il mondo. Il tutto nell’ambito del progetto “World View” di YouTube. Buona visione. (l.b.)

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Un sussulto. Anche minimo

In fondo, si potrebbe bollare la dichiarazione come una boutade. O il frutto di un colpo di caldo di chi l’ha pronunciata. C’è però un piccolo particolare: il tutto è successo nella sede romana della Federazione nazionale della stampa italiana.

«La crisi finanziaria internazionale è stata ampiamente voluta soprattutto dalla lobby ebraica». Questa la dichiarazione di Giorgio Vitali, iscritto all’Ordine dei giornalisti di Roma e all’Ordine dei chimici, in un’intervista video rilasciata a Giovanna Canzano.

Qui sotto trovate il video integrale. Nella speranza che, pur nel pieno rispetto delle opinioni individuali, le coscienze di voi lettori provino un sussulto. Anche minimo. (l.b.)

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Faccia a faccia con Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista

Adolf Eichmann, durante quello che è stato definito il "Processo del Secolo"

Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Ma ci sono certi figli, il cui semplice cognome, li proietta dritti nelle colpe dei padri. E se già non è facile avere un cognome scomodo, perché è uno di quelli che rimanda subito all’orrore dei tempi recenti, figurarsi se uno dei fautori di quell’orrore è anche tuo papà.

Il figlio in questione si chiama Ricardo. Oggi ha 55 anni e lavora a Berlino, all’Istituto archeologico tedesco. Il papà si chiama Adolf. Come il leader che adorava e di cui era succube (pare). Ma di cognome fa Eichmann.

Ed è, forse, più famoso del leader indiscusso del Nazifascismo. Perché è riuscito a fuggire in Argentina. Perché l’hanno beccato nottetempo gl’israeliani. E perché, dopo un processo pubblico e mediatico nel cuore d’Israele, è stato condannato a morte.

Da allora sono passati cinquant’anni. Eichmann – l’incarnazione della «banalità del Male» secondo la Arendt – risulta essere l’unico civile condannato a morte nel suolo israeliano.

Ricardo Eichmann non ama farsi intervistare. Le sue ultime parole risalgono ad un colloquio del 1995. Da quel momento il silenzio. Lo Yedioth Ahronoth, un giornale israeliano, dopo molti tentativi è riuscito ad avere un appuntamento. E ne ha redatto un lungo articolo che – a molti – è suonata anche come un tentativo di riconciliazione tra mondo ebraico e quel figlio rimasto orfano senza averne colpa. Anche perché quel pezzo è stato scritto da Dor Glick, cronista i cui nonni sono stati cacciati dall’Ungheria proprio in applicazione del piano di annientamento di Adolf Eichmann.

Ricardo Eichmann, il figlio del gerarca nazista esperto di "Affari ebraici"

Ogni mattina – scrive lo Yedioth – Ricardo va all’Istituto dove lavora e segue i lavori del dipartimento sull’Oriente, di cui è anche direttore. Viaggia molto, ma si tiene alla larga dai convegni che hanno come oggetto il periodo della Seconda Guerra Mondiale. Ma è anche un uomo sorprendente. Che non ha esitato a stringere la mano di Zvi Aharoni, uno degli agenti del Mossad che hanno seguito, arrestato e portato in Israele suo papà.

Non sono molti i ricordi di Ricardo. Del resto aveva solo cinque anni quando il papà gli fu portato via. Le poche istantanee le ha raccontate al settimanale tedesco “Die Zeit”: «Mi ricordo solo il viaggio in un bus dei trasporti pubblici di Buenos Aires e un uomo seduto di fianco a me, di nome Adolf, che mi dava della cioccolata», ha detto in quell’occasione l’archeologo.

Fino a quando, all’improvviso, il padre era scomparso. «Non solo come presenza fisica – dice Ricardo allo Yedioth –, ma anche l’idea stessa».

Leonard Berberi

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Parla l’autrice del video delle polemiche: “Volevo celebrare un inno alla vita per noi ebrei”

Jane Korman (la prima da destra) insieme ai figli e al padre lungo i binari che percorrevano i treni dello sterminio (foto: Jane Korman)

«Volevo realizzare un inno alla vita, una celebrazione alla sopravvivenza umana. Un messaggio a tutto il mondo: nonostante la follia, nonostante il male assoluto, nonostante le persecuzioni, ecco, nonostante tutto questo noi ebrei siamo ancora qui. Viviamo, ci divertiamo, facciamo trionfare i nostri valori sulla morte».

Jane Korman, australiana di passaporto, ma ebrea di origine e religione, è un’artista particolare. Prende gli eventi della storia, quelli più vicini a lei, e li riproduce da un diverso punto di vista. Ha studiato per un pezzo anche nel nostro Paese, a Prato, ha presentato mostre in giro per mezzo mondo e non ha mai dimenticato le sue radici.

E proprio queste radici l’hanno portata a ricevere molte critiche per aver realizzato un video – “I will survive – Dancing Auschwitz” – dove suo papà (uno scampato allo sterminio nazista) balla insieme a Jane e ai suoi nipoti davanti ai luoghi dell’orrore nazista. Un filmato molto cliccato in Rete, ma anche stigmatizzato per aver trattato un argomento così serio in modo tanto leggero. Falafel Cafè ha contattato Jane Kormane e l’ha intervistata.

Dentro una delle carrozze della morte della follia nazista (foto: Jane Korman)

Come le è venuta l’idea del video?

«Stavamo facendo il viaggio di famiglia lungo l’Europa e lì ho pensato di far ballare tre generazioni con una canzone che rappresentasse il concetto di sopravvivenza. Mi sono ricordato subito di “I Will Survive” di Gloria Gaynor e con pochi passi di danza abbiamo fatto il video».

Si è chiesta prima se l’idea avrebbe potuto ferire i sentimenti dei sopravvissuti ebrei?

«Ovvio. Ma speravo che avrebbero capito che la danza è un omaggio alla volontà umana di sopravvivere, è una celebrazione della vita. È un modo per dire a tutto il mondo che, nonostante la brutalità e la crudeltà sistematica che abbiamo subìto, noi ebrei siamo ancora qui. Non solo un sopravvissuto (mio papà), non solo tre generazioni di una stessa famiglia, ma l’intera stirpe ebraica».

Sì, però far ballare delle persone di fronte ai luoghi che evocano brutti ricordi per milioni di persone non le sembra un po’ eccessivo?

«Ma il fatto che nel video ci siamo noi che balliamo non vuol dire mancare di rispetto a quello che è accaduto sessantacinque anni fa. Perché la nostra danza contiene tutti i traumi, gli shock e il disgusto della Shoah: non balliamo in luoghi normali, ma in posti che hanno rappresentato il periodo più buio per l’umanità. Con questo video non vogliamo che la disperazioni ci demoralizzi e ci deprima».

È vero che il video che gira su YouTube è solo una parte?

«Sì. È la prima parte. E non può essere vista senza la seconda. Perché è qui, nella puntata successiva, che faccio vedere un vecchio filmato casalingo di com’eravamo noi 45 anni fa: c’è tutta la commozione di noi ebrei per quello che è successo. Ci sono io bambina che ballo con i miei genitori e con i loro amici – tutti sopravvissuti alla Shoah – in un bosco vicino Melbourne. C’è tutta la libertà dei miei genitori, dopo quello che hanno passato. La nostra famiglia ha sempre espresso così l’amore per la vita: ballando».

E la terza parte?

«È la parte più “seria”, se vogliamo. Svela frammenti delle nostre vite attraverso i luoghi di sterminio. C’è mio papà che rievoca il suo passato, c’è la sua voce che si fa roca, ci sono le immagini di archivio in bianco e nero. È la parte riflessiva, sintetizza cosa vuol dire essere ebrei».

Cosa le ha detto suo papà quando gli ha proposto di girare il video?

«Ha capito subito e ci ha anche dato una mano. Ha pensato che fosse un’ottima idea quella di usare la danza per esprimere la sopravvivenza e la libertà, dopo l’orrore che ha visto in quei posti. Sia mio papà, che mia mamma, mi hanno detto: “Siamo venuti dalle ceneri, ora si balla!”».

Ritorno al passato: il padre sopravvissuto ai campi di concentramento di nuovo dentro il treno della Shoah (foto: Jane Korman)

E i suoi figli?

«Due dei miei quattro figli, Yasmin e Gil, hanno pensato che fosse un’ottima idea. L’altra mia figlia – Sunny – ha avuto più difficoltà nel ballare, visto che vive in Israele. Lei, più di tutti noi, ha vissuto sulla propria pelle la separazione della famiglia e il trauma che si porta dietro. Yakov, il quarto figlio, ha preferito non ballare, ma ha fatto le riprese».

Si aspettava così tante critiche negative?

«No. Così come non credevo di ricevere tanto sostegno da altre persone. Ho ricevuto molte lettere e commenti. È stata un’esperienza travolgente. Certo, molti giudizi scritti su YouTube hanno un vago sapore antisemiat e ad alcuni di loro ho anche risposto. Ma l’aver fatto pace con almeno un neo-nazista – cosa che è successa in questi giorni – non può che essere una conquista!».

Pensa che ci sia ancora una sorta di tabù che circonda l’Olocausto, per cui nessuno – lei compresa – può permettersi di trattare l’argomento da una diversa prospettiva?

«Credo di sì. E le critiche che ho ricevuto lo dimostrano. Ma io non ho fatto altro che dare una nuova risposta e offrire una nuova interpretazione della Shoah e del trauma storico che ha causato. Sentivo che la gente iniziava ad allontanarsi dal ricordo dell’Olocausto. Per questo, avevo bisogno di creare un’opera d’arte che risvegliasse nelle persone la memoria storica, ricordando loro cos’è stata la Soluzione finale».

© Leonard Berberi

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Cbs News intervista Benjamin Netanyahu

Katie Couric, volto del telegiornale della sera dell’emittente americana Cbs ha intervistato per una ventina di minuti il primo ministro israeliani Benjamin Netanyahu.

Tanti i temi: Obama, Israele, la società ebraica, gli insediamenti, il futuro dell’area, i rapporti con l’Autorità nazionale palestinese, la questione di Gaza, la minaccia iraniana. L’intera intervista potete vederla qui.

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