attualità

Contro gli attacchi informatici Israele schiera 80 persone

La sicurezza informatica di un intero Paese nelle mani di ottanta persone. Un vero e proprio “cyber commando” che ha il compito di vigilare sulle reti di passaggio dati d’Israele ventiquattrore su ventiquattro. Sempre pronti ad affrontare gli hacker e a difendere l’economia e la logistica. «Chissà perché questa nazione senta il bisogno di formare un team difensivo», s’è chiesto più di un esperto. «Forse perché negli ultimi mesi Gerusalemme ha dato il via alla maggior parte degli attacchi informatici nel Medio Oriente?». (continua…)

Standard
attualità

Niente sms, niente web, niente Facebook. Ecco il primo cellulare “kosher”

Un telefonino “kosher” mancava ancora. Un cellulare, insomma, con melodie hassidiche a far da suoneria e un menu in lingua yiddish.

Qualche compagnia ci aveva provato vendendo prodotti con il blocco delle caselle e-mail e dei profili Facebook. Ma non aveva convinto più di tanto gli ultraortodossi. (continua…)

Standard
attualità

E il database dell’Olocausto riunisce due cugini

Vivevano a un’ora di macchina di distanza. Dopo decenni di persecuzioni, campi di concentramento, espulsioni di massa, torture, viaggi attraverso l’Europa, avevano deciso di trascorrere i loro ultimi anni di vita in Israele. Lei, Liora Tamir, 65 anni, aveva preso una casa a Tel Aviv. Lui, Aryeh Shikler, 73, ad Haifa. (continua…)

Standard
intervista

“Io, ragazzo di Gaza, vi spiego quanto sia cambiata la nostra vita con l’arrivo di Internet”

Mohammed Rabah Suliman è un ragazzo di 21 anni. Nato in Arabia Saudita, ora vive a Gaza City e studia Letteratura Inglese all’università islamica della città. È anche un famoso blogger nella Striscia, tanto che il suo spazio virtuale “Gaza diaries of peace and war” accoglie spesso gli umori che si agitano nell’area mediorientale. Ho avuto il piacere di intervistarlo per “Sette”, il settimanale del Corriere della Sera. Sotto trovate il resto dell’intervista. Qui, invece, trovate il pezzo uscito a pagina 22 dell’edizione del 10 marzo 2011. (l.b.)

* * *

Mohammed, come vive un ragazzo nella Gaza di oggi? Cosa fa?
«Dipende dove si trova. Il campo profughi di Jabaliya è un inferno. Tel al-Hawa, poco distante, è quasi un paradiso»

Qual è la tua giornata-tipo?
«Mi sveglio nella tarda mattinata, leggo un libro, mi aggiorno su quello che è successo nel mondo, navigo in Internet. La sera di solito esco con i miei amici. E prima di andare a dormire, sto ancora un po’ sul web. Ovviamente l’andazzo è diverso quando devo frequentare l’università».

Com’è cambiata la vita con l’arrivo di Internet e dei social network?
«Per uno studente come me sono diventati una parte essenziale della vita. Di solito non sto meno di quattro, cinque ore al giorno su Internet, quando non salta l’energia elettrica. E chi ha un blog, un forum, chi ha interesse a seguire le notizie del mondo non può fare a meno né dei siti, né dei social network».

Pensi che Internet possa cambiare una società come quella palestinese?
«Sono convinto che lo farà. Anzi, qualcosa – in questo senso – si sta già verificando. C’è un grande numero di blogger, di attivisti politici e dei diritti civili, scrittori, giornalisti ed esperti di informatica che, consapevolmente o meno, stanno già facendo qualcosa, stanno già modificando la nostra società attraverso la Rete».

Come viene raccontata, secondo te, la realtà palestinese dagli stranieri?
«Diciamo che c’è ancora molta strada da fare. La vera immagine della Striscia e della Cisgiordania non è stata ancora mostrata al resto del mondo. Ci vorrà ancora tempo, ma per adesso va bene così: l’importante è che si continui a parlare di noi e della nostra condizione».

I palestine papers sembrano aver reso più difficile il dialogo con Israele. Tu che pensi?
«È vero. Però il contenuto non ci ha sorpreso. Erano – e sono – cose che qui tutti sapevano da tempo. Ora si apre una fase delicata. E bisogna anche ammettere che – come dice il giornalista Ali Abunimah di “Electronic Intifada” – il processo di pace, così come lo conosciamo, è morto».

Si arriverà mai a una pace con Israele? Qual è il sentiment della maggioranza palestinese?
«Dipenderà da come Israele si comporterà con noi, se continuerà nella sua politica aggressiva, nei suoi omicidi mirati, nel furto della terra e negl’insediamenti. Se farà tutto questo, la Pace non ci sarà mai. Non perché noi – soprattutto di Gaza – siamo contro la pace, ma perché non possiamo farci umiliare nel nome della Pace».

Secondo molti analisti quella del Cairo potrebbe portare i palestinesi della Striscia a chiedere una maggiore democratizzazione. Cosa ne pensi?
«A Gaza abbiamo due problemi: uno è la democrazia, l’altro è il blocco israeliano. È ovvio che risolvendo uno non si pone più nemmeno l’altro problema».

Che rapporto c’è tra la popolazione di Gaza e Hamas?
«Hamas gode ancora di un’ampia popolarità qui nella Striscia. Ma è anche vero che negli ultimi tempi il loro gradimento è sceso di molto. C’è molta rabbia contro il potere e un po’ di disperazione per questo continuo fratricidio con i palestinesi di Fatah e della Cisgiordania».

Meglio Hamas o Al Fatah per il futuro Stato palestinese?
«Nessuno dei due. Entrambi hanno fallito ed entrambi non sono in grado di governare la Palestina. Né Hamas, né Fatah hanno in testa un’idea effettiva di quello che dovrà essere il nostro Stato».

Cosa ne pensi di Gybo, l’associazione dei giovani di Gaza che vuole promuovere il cambiamento?
«Mi piace il loro manifesto, però non è scritto bene e l’organizzazione non è proprio il massimo. Forse dovrebbero battersi per cose più realistiche e mettere da parte l’idealismo. Però mi rendo conto che è anche un modo per attirare l’attenzione dei media».

Secondo te una maggiore democratizzazione può arrivare solo dai palestinesi o serve l’aiuto di Unione europea e Stati Uniti?
«Solo i palestinesi possono risolvere i problemi della Palestina. Compreso il processo di democratizzazione».

© Leonard Berberi

Standard
attualità, tecnologia

E Israele decide se dare l’ok o meno a Google Street View

Può un Paese iper-tecnologico avere paura della tecnologia? Sì, se quel Paese si chiama Israele. E se ai confini premono nemici, finti amici, nuove minacce e incognite grandi quanto l’Egitto.

Che sarebbe venuto il momento fatidico, quello dell’incontro tra ragioni di sicurezza e di progresso, questo gl’israeliani lo sapevano. Soprattutto ai ministeri della Difesa e dell’Interno. Ma la macchinina di Google Street View, quella con un complesso sistema di macchine fotografiche a trecentosessanta gradi, fa paura.

In settimana una speciale task force governativa si è riunita una prima volta e presto dovrà dare una risposta al colosso americano Google per quanto riguarda le autorizzazioni ad andare in giro e portare in tutto il mondo le strade lussuose di Tel Aviv, le lunghe discese – o salite – di Haifa, le vie piene di storia di Gerusalemme.

Uno scorcio di Tel Aviv (foto di Tom Iahat)

La commissione è chiamata a valutare i possibili rischi che tale servizio può arrecare al Paese. Vedi alla voce “attentati”. In questo senso esiste un precedente: Google Earth, quello che utilizza le immagini satellitari, è parzialmente schermato. In pratica Israele dall’alto si vede, ma non al massimo della risoluzione possibile, così da evitare di dare il massimo numero di informazioni a possibili nemici dello Stato ebraico.

Ma Street Viev è diverso. Stavolta le foto non si possono pecettare. Le strade, gl’incroci, gli edifici, l’affollamento, le vie di fuga non si possono nascondere. Ed è su questo che dovranno produrre una documentazione rigorosa  i vari ministri: Dan Meridor (Intelligence), Limor Livnat (Cultura e Sport), Moshe Kahlon (Comunicazioni e Welfare), Michale Eitan (Scienza e tecnologia), Stas Misezhnikov (Turismo) e Yossi Peled (senza portafoglio).

Il sì non è scontato. Anzi, per ora prevarrebbe il parere negativo. Ma il Paese dovrebbe poi fare i conti con tutta una serie di considerazioni e controffensive di Google. Si porrebbe un problema di coerenza con la sua immagine di Stato che incentiva l’uso della tecnologia e investe miliardi di dollari nel settore (si pensi al distretto di Tel Aviv e a quello di Be’er Sheva).

L’altra questione è puramente economica: le big del settore a livello mondiale negli ultimi anni hanno investito molti soldi nel Paese. Un parere negativo al servizio Street View potrebbe spaventare eventuali nuove società. Nel 2011, per esempio, la sola Intel ha stanziato 2,7 miliardi di dollari per il micro-chip di ultima generazione che sarà elaborato nel complesso di Kiryat Gap.

Google non è stata da meno. Oltre a comprare decine di start up (nate grazie ai fondi del governo e dei privati), ha acquistato anche l’israeliana Quiksee. Non una società qualsiasi, ma quella – unica al mondo – che ha sviluppato la tecnologia che consente agli utenti di costruire aree in realtà virtuali, in tridimensione, proprio là dove il servizio di Street View non può arrivare.

Entro poche settimane la commissione dovrebbe dare il suo responso. E a quel punto si scoprirà se lo Stato ebraico ha optato per la sua sicurezza interna – a tutti i costi – o per l’apertura alla tecnologia, e quindi anche agl’investimenti.

© Leonard Berberi

Standard
attualità, tecnologia

I religiosi ultraortodossi: “Internet provoca il cancro”

Non solo è peccaminoso. Fa pure male. Peggio: provoca il cancro. Insomma: porta dritto alla morte. La sfida all’uso di Internet da parte della comunità di ebrei ultraortodossi scala ancora un gradino nella società israeliana. E si alimenta di una campagna pubblicitaria a colpi di poster che mettono in guardia dal web.

«Dove c’è Internet non piove», si può leggere su un grande foglio esposto lungo le vie dei quartieri ultraortodossi israeliani. E ancora: «Scacciamo l’idolatria dalla nostra comunità. Centinaia di migliaia di persone sono ammalate di cancro per colpa di Internet». Per rendere ancora più esplicito il messaggio, in alcuni stampati si è fatto ricorso persino alla Ghimatriah, lo studio numerologico delle parole scritte in lingua ebraica. Il tutto per dimostrate che fatte le dovute conversioni lettere-cifre la parola “Internet” equivale a “tumore”.

Le reazioni, per ora, arrivano tutte dai vertici religiosi. Preoccupati – più che dei palestinesi – di tenere alla larga i propri fede dal web. Il rabbino capo, Ovadia Yosef, continua a sostenere in ogni occasione che navigare su Internet significa prenotare il viaggio verso l’Inferno. Mentre il rabbino Yosef Shalom Elyashiv ha aggiunto che «connettersi alla rete è un abominio, quindi chi lo fa è come se portasse l’abominio in casa propria».

Quindi è la volta del rabbino Shmuel Halevi Wosner: «Internet provoca malattie e ogni genere di avversità. Da che esiste il mondo, il web è in assoluto lo strumento più pericoloso».

© Leonard Berberi

Standard
tecnologia

Ecco “Glatube”, la versione kosher di YouTube

Per ora c’è musica folk israeliana, alcune lezioni intere sulla Torah e anche un gatto che suona il pianoforte con le sue zampette. Ma in questo nuovo sito non c’è posto per Shakira. E nemmeno per Rihanna o Lady Gaga. Perché quel che conta è che niente vada contro i precetti religiosi. Anche se si propone come l’alternativa a YouTube.

Dopo anni di attacchi, scomuniche, critiche e analisi, alla fine è arrivato “Glatube”, la versione kosher del principale sito di condivisione dei video. Nonostante il divieto religioso di usare Internet.

In realtà “Glatube” (ora solo in ebraico) non ha nulla a che fare con l’azienda americana. A partire dalla grafica, semplice e primitiva. Ma nelle intenzioni di chi l’ha creato – Sharon Bokobza – tra qualche mese dovrebbe diventare il sito più visitato dalla comunità degli ebrei ultraortodossi. Non solo israeliana.

L'home page di "Glatube", il sito che vuole imitare YouTube, ma rispettando i precetti religiosi ebraici (Falafel Cafè)

Bokobza è uno studente alla scuola religiosa (yeshiva) Shuvu Banim e ha deciso di venire incontro a quegli ebrei religiosi che usano il web. «È proprio come YouTube», spiega il ragazzo. «Ma con un’eccezione: non c’è promiscuità». Niente video di donne, insomma. Tantomeno di donne poco vestite. «Glatube è pensato soprattutto per quelli che stanno entrando nel mondo religioso, ma vogliono anche sentire un po’ di musica», continua Bokobza.

I video caricati sul sito sono poco più di mille. Ogni file, prima di essere messo in rete, viene visto e analizzato da “supervisori kosher” che si assicurano di non trasmettere filmati con contenuto promiscuo, violento oppure osceno.

«In realtà non è che vietiamo tutto. Semplicemente non diamo visibilità ai video dove ci sono delle donne», chiarisce Bokobza. Un esempio? «Se in un filmato ci sono immagini di donne oppure parti femminili, non necessariamente intime, purtroppo quel video non potrà essere caricato». Il divieto vale anche per i videoclip con canzoni cantate dalle ragazze.

© Leonard Berberi

Standard