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I timori degli occidentali sul nuovo governo Netanyahu

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (foto Flash 90)

Per carità, un po’ di credito si concede sempre. Soprattutto se il governo deve ancora iniziare a lavorare. Però. Però c’è agitazione tra le cancellerie europee – e non solo – a Tel Aviv. Il nuovo esecutivo di Benjamin Netanyahu – risicato, risicatissimo (61 seggi su un totale di 120) –, ecco, il nuovo esecutivo «è decisamente di destra, forse il più di destra da decenni», concordano diversi diplomatici. Di più. Dicono molti analisti israeliani che «questo è uno dei governi più nazionalisti e pieno di falchi che si ricordi».

A preoccupare, molto, è il ruolo di «Casa ebraica», il partito dei coloni guidato da Naftali Bennett che siederà al ministero dell’Educazione della diaspora: la formazione dell’imprenditore dell’hi tech vuole lasciare il segno. E di certo si è preso un dicastero – la Giustizia – che è stato affidato ad Ayelet Shaked, numero due del partito e con idee che, sostengono i palestinesi, «fanno rabbrividire». Soprattutto perché questo 34esimo governo è il primo degli ultimi vent’anni a non menzionare nel suo programma ufficiale le parole «colloqui di pace» con la controparte araba.

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Un ebreo ultraortodosso cammina per le vie di Ramat Shlomo, insediamento in Cisgiordania (foto Ronen Zvulun / Reuters)

Il timore degli occidentali è che con questo nuovo esecutivo – nell’immediato – qualsiasi residua speranza di pace tra israeliani e palestinesi potrebbe essersi dissolta. Un po’ perché Naftali Bennett e, appunto, Ayelet Shaked, potrebbero portare Netanyahu ad allargare gli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un po’ perché – nel medio e lungo periodo – si potrebbe assistere a una terza Intifada.

Proprio Shaked è diventata uno degli esponenti più di spicco nel disegno di leggere su Israele nazione ebraica. Ma ha anche appoggiato la bozza che prevedeva un controllo maggiore sulle decisioni della Corte Suprema. E nessuno dimentica la sua veemenza quando si è trattato di porre un freno alle donazioni straniere alle Ong israeliane. Proprio quest’ultimo punto tornerà nel nuovo esecutivo Netanyahu.

Il leader di "Casa ebraica" Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d'Israele

Il leader di “Casa ebraica” Naftali Bennett (seduto) e, a fianco, la numero due del partito, Ayelet Shaked, il nuovo ministro della Giustizia dello Stato d’Israele

«La nostra linea rossa non sono solo gli insediamenti», spiega un diplomatico europeo all’agenzia Reuters. «Se si guardano certe proposte di legge c’è da preoccuparsi: sono anti-democratiche e sembrano pensate per spegnere qualsiasi voce critica. È quel tipo di cose che ti aspetteresti in Russia». Anche gli americani non sono entusiasti. Ma contano sul fatto che con un solo parlamentare in più certi disegni di legge potrebbe essere più facile non farli approvare.

Gli occhi degli occidentali sono puntati quindi tutti su Moshe Kahlon. Il leader della formazione centrista «Kulanu», la sorpresa delle elezioni del 17 marzo scorso, potrebbe essere un argine contro «Casa ebraica» e contro la deriva di estrema destra del governo Netanyahu. Ma come fa notare più di un diplomatico europeo, «avevamo puntato molto anche su Yair Lapid, nella passata legislatura, e alla fine abbiamo visto com’è finita: lui ha fatto poco, il governo è crollato e ci siamo trovati con un esecutivo ancora più di destra».

© Leonard Berberi

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Insediamenti, in un anno le nuove costruzioni sono aumentate del 123,7%

Nuove costruzioni nell'insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Nuove costruzioni nell’insediamento di Har Homa (foto di Debbie Hill/Upi)

Alla fine succede che, forse, avevano ragione i palestinesi. Per mesi sono andati avanti lamentandosi. Urlando. Bussando alla Casa Bianca. E denunciando. «Ma quale congelamento, i coloni in Cisgiordania costruiscono che è una meraviglia».

E loro, gl’israeliani, a smentire. A dire che no, non era vero nulla. Poi arriva l’Ufficio centrale israeliano di statistica. E smentisce le sue stesse autorità. Perché mentre il premier israeliano si preparava a incontrare a Washington il presidente statunitense Barack Obama, da Gerusalemme sfornavano un dossier niente male per le sorti dei negoziati di pace con i palestinesi.

Ecco, dice quel dossier, che nel 2013 le nuove abitazioni tirate su dai coloni sono aumentate – in un solo anno – del 123,7 per cento. Se nel 2012 erano 1.133, l’anno passato era stata toccata quota 2.534. Il tutto in un contesto, la Cisgiordania, dove ora vivono 350 mila persone con passaporto israeliano, pari al 4,4 per cento della popolazione totale dello Stato ebraico. Per fare un confronto: nello stesso periodo di riferimento le nuove abitazioni nella zona di Tel Aviv sono crollate del 19 per cento.

La cosa, a dire il vero, a Washington la sapevano già. Tanto che proprio il presidente Obama ha detto al giornalista di Bloomberg Jeffrey Goldberg che «negli ultimi due anni abbiamo assistito a una politica edilizia israeliana nella West Bank così aggressiva come non si vedeva da tempo».

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Dentro SodaStream tra israeliani, palestinesi e l’attrice Scarlett Johansson

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Alcuni dipendenti di SodaStream imballano le bottiglie che conterranno le bibite gassate (foto Nati Shohat/Flash90)

Nella zona industriale di Mishor Adumim è cambiato poco o nulla per anni. Nei circa 300 capannoni industriali si è lavorato ai soliti orari. I dipendenti – uomini e donne, ebrei e musulmani, israeliani e palestinesi – continuavano a entrare e a uscire dalle strutture tenendosi il loro badge bene in vista. Il tutto a tre chilometri di distanza da Ma’ale Adumim, uno degli insediamenti più grandi in Cisgiordania. E a dieci da Gerusalemme.

Poi un’attrice, Scarlett Johansson – famosa, famosissima, formosa, formosissima – ha deciso che le andava di fare da testimonial a quest’azienda, SodaStream, sconosciuta al pubblico europeo e a buona parte di quello americano. Poi è arrivata una pubblicità (in fondo al post, nda). Poi sul web è partita tutta una gran baldoria prima per chiedere alla ragazza di ripensarci. Poi per spingere un’organizzazione non governativa – vedi alla voce «Oxfam» – di cacciare la giovane perché ormai «indegna» di essere un’«ambasciatrice». Perché questa ha prestato il suo volto e la sua voce a un’azienda che ha la sede in una colonia israeliana, quindi in un’entità «illegale» per il diritto internazionale, «che sottrae e sfrutta le risorse del popolo palestinese».

Un impianto di SodaStream (foto di Elhanan Miller/Times of Israel)

Un impianto di SodaStream (foto Elhanan Miller/Times of Israel)

E insomma da allora, e siamo ormai alla fine di gennaio 2014, è cambiato molto nella zona industriale di Mishor Adumim. Sono arrivati i «curiosi». Si sono fatti vedere addirittura dei turisti. Hanno iniziato a parcheggiare bolidi di metallo con tanto di grandi antenne paraboliche puntate verso il cielo e telecamere e treppiedi e luci e microfoni grandi e piccoli. Nemmeno fosse la scena di un crimine o il luogo di un grande evento internazionale.

Forse SodaStream non pensava di creare tutto questo sconquasso mediatico. Forse non immaginava di finire nella top ten mondiale delle notizie più lette, cliccate, condivise, discusse. E sarà per questo che il suo amministratore delegato, Daniel Birnbaum, ha deciso di fare da guida alle troupe tv internazionali e a decine di giornalisti tra i macchinari dell’azienda che fattura circa 450 milioni di dollari all’anno ed è leader, come spiega il sito ufficiale, nella «preparazione domestica di bevande gasate e di acqua minerale frizzante». Quello che a Mishor Adumim pensavano sarebbe scoppiato come una bolla, anzi una bollicina di anidride carbonica, in realtà è cresciuta, è diventata qualcosa di quasi incontrollabile.

Due lavoratrici - una ebrea, una palestinese - di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

Due lavoratrici – una ebrea, una palestinese – di SodaStream (foto Nati Shohat/Flash90)

«All’ingresso dell’azienda c’è una statua con alcuni versi del profeta Isaia», racconta Elhanan Miller sul quotidiano elettronico «Times of Israel»: «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra». Il boom per SodaStream è iniziato nel 2007 quando è passata di mano e al comando è arrivato Daniel Birnbaum. Ora gli stabilimenti sono 25 in tutto il mondo di cui otto tra Israele e Cisgiordania.

A Mishor Adumim gli impiegati sono 1.300: 350 ebrei, 450 arabo-israeliani, 500 palestinesi. «Qui gli stipendi sono uguali per tutti», spiegano i vertici di SodaStream. E via, a favor di telecamere, a farsi riprendere tra lavoratrici velate e altre a capo scoperto, a dare l’autorizzazione ad alcune palestinesi a rilasciare interviste e a spiegare ai cronisti stranieri che «SodaStream paga tre volte uno stipendio medio in Cisgiordania».

Tra qualche settimana – ne è convinto l’amministratore delegato – di quest’impianto in una terra contesa e contestata non si ricorderà quasi più nessuno. Ma intanto si gode la pubblicità, ulteriore, gratuita e utile agli affari. Perché anche in Cisgiordania vale la vecchia regola del se ne parli pure male, ma l’importante è che se ne parli.

© Leonard Berberi

VIDEO / La pubblicità di SodaStream con Scarlett Johannson

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