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Da Londra a Gerusalemme, ecco il volto (e la voce) dell’esercito israeliano

Peter Lerner, nato a Londra nel 1973, è il portavoce dell'esercito israeliano

Peter Lerner, nato a Londra nel 1973, è il portavoce dell’esercito israeliano

C’è chi pensa che il suo sia il peggior lavoro del momento. C’è chi lo accusa di nascondere con belle parole le malefatte dell’esercito del suo Paese. C’è chi ritiene che il suo compito sia interessante, ma impossibile. E chi, invece, per giorni se l’è ritrovato nella tv della propria casa. A raccontare – di giorno, di sera, di notte – cosa stava succedendo in Medio Oriente. A spiegare, a ribattere con il suo inglese impeccabile che no, le cose non stanno proprio le racconta Hamas o certa stampa araba.

Perché mentre tra Israele e Gaza si sparava con le armi, a pochi metri di distanza Peter Lerner – biondo, un po’ in carne, sempre impeccabile nella sua divisa militare – ecco questo signore era lì a combattere la guerra delle parole contro i palestinesi. Lui, da solo, o quasi, a rappresentare il punto di vista, le ragioni dello Stato ebraico.

Non è un caso se il settimanale americano Newsweek gli abbia dedicato un lungo articolo. Nato a Londra nel 1973, Peter Lerner è – forse – il protagonista mediatico di questo conflitto estivo sulla sponda sud-orientale del Mediterraneo. Uno che a dodici anni Lerner ha preso quel che c’era da prendere, ha lasciato il Regno Unito e s’è trasferito in Israele, dove ha fatto l’aliya nel 1985.

Lerner in diretta da Gerusalemme con Wolf Blitzer, volto storico della Cnn

Lerner in diretta da Gerusalemme con Wolf Blitzer, volto storico della Cnn

Da venti anni parte della comunicazione – militare e civile dello Stato ebraico – è passata dalla sua scrivania. Nel frattempo s’è laureato in Scienze politiche all’Università Bar-Ilan, ha partecipato a un bel po’ di corsi in giro per il mondo. Uno di questi l’ha portato in Italia, a San Remo, a un evento organizzato dall’Istituto internazionale di diritto umanitario. Sposato con un’avvocatessa, ha una figlia, vive a Ramat Gan, alla periferia di Tel Aviv, ha la passione per la corsa e – tra una crisi e l’altra – studia per laurearsi in Gestione e risoluzione dei conflitti.

Non è un caso se, dopo essere stato il portavoce dell’unità centrale dell’Idf, l’esercito israeliano, i vertici militari hanno deciso di farlo salire di livello. E di affidargli – da marzo 2014 – non solo l’ufficio stampa più delicato del mondo e il rapporto con i media stranieri, ma anche la supervisione della presenza online dell’Idf dal sito web ai social media, passando per i video, le foto e le infografiche.

«Il mio non è un lavoro facile, anzi. Ma penso sia comunque più facile di quello dei ragazzi che sono laggiù al fronte», ha raccontato a Matthew Kalman di Newsweek. «Mi alzo ogni giorno e mi chiedo: sono degno di rappresentare questi ragazzi?». Però, nonostante la fatica dell’incarico, «questo lavoro mi piace», continua. «Non è una carriera, è una vocazione. Lo faccio perché è importante».

Lerner circondato dai giornalisti - locali e stranieri - durante i giorni caldi dell'operazione militare sulla Striscia di Gaza

Lerner circondato dai giornalisti – locali e stranieri – durante i giorni caldi dell’operazione militare sulla Striscia di Gaza

Uno dei primi incarichi di Lerner è stato quando Israele si ritirò da buona parte della Cisgiordania dopo gli accordi di Oslo: è stato tra quelli che hanno organizzato la prima conferenza stampa che sanciva il passaggio di poteri all’Autorità palestinese. Uno dei momenti storici del Medio Oriente. Carichi di ottimismo. «Sembrava un momento in cui tutto procedeva per il verso giusto», ricorda lui. Poi, come accade ormai con precisione svizzera, le cose prendono la solita piega negativa. Arrivano i kamikaze. La Seconda Intifada. E Oslo viene sepolto sotto metri di detriti, polvere da sparo, proiettili, bottiglie incendiarie.

Ed eccoci a giugno 2014. Tre giovani israeliani vengono rapiti e uccisi da due palestinesi. La situazione precipita dopo giorno. E Lerner diventa il volto d’Israele. Forse più del premier Benjamin Netanyahu. Parla bene Lerner. Non si arrabbia. Cerca di spiegare, anche a quei giornalisti che vogliono provocarlo, come stanno le cose, almeno dal punto di vista israeliano. Ri-contestualizza i razzi di Hamas in ambito europeo o americano. «Cosa fareste voi – chiede spesso in diretta tv ai media occidentali – se qualcuno sparasse bombe contro di voi?».

Non piace a tutti Lerner. Tanti non gli perdonano quei tweet al veleno contro un attivista palestinese ucciso durante una manifestazione in Cisgiordania nel 2011. «Provo imbarazzo ogni volta che lo vedo in tv», dice sempre a Newsweek Dimi Reider, fondatore di +972, un sito di notizie su Israele e Palestina con forte orientamento a sinistra. «La sua tattica non è quella di parlare dei fatti. Lui offre una certa visione, un certo racconto. Non risponde alle domande, le evita. E mente anche sulle cose evidenti e sul dolore che è stato causato».

© Leonard Berberi

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Giovane, madre e divorziata: ecco la nuova portavoce di Hamas

Divorziata, mamma, «convinta femminista» e ora portavoce di Hamas. Una donna, per la prima volta. E a solo 23 anni. Due giorni fa l’organizzazione paramilitare che comanda la Striscia di Gaza ha scelto chi sarà il nuovo volto che andrà a parlare a tutti i giornalisti stranieri per conto di quelli che Israele considera dei terroristi.

Lei si chiama Israa al-Mudallal, è divorziata, ha una figlia e parla l’inglese come fosse la prima lingua. Del resto come potrebbe essere altrimenti visto che ha studiato a Bradford, nel Regno Unito, dove ha passato anche l’infanzia. Poi è tornata a Gaza, dove ha fatto la corrispondente con Press Tv, l’all news dell’Iran, per lavorare poi con al-Kitab, un’emittente locale. In parallelo, sulle orme del papà che insegna Scienze politiche all’Università islamica di Gaza, anche lei è docente. Di giornalismo, ovviamente.

Israa al-Mudallal, 23 anni, la nuova portavoce di Hamas con i giornalisti stranieri

Israa al-Mudallal, 23 anni, la nuova portavoce di Hamas con i giornalisti stranieri

Israa dovrà spiegare ai cronisti internazionali Hamas e quello che fa. Da poche ore gestisce un ufficio stampa composto di soli uomini. Uomini che, a proposito, parlano già benissimo di lei e la giudicano un «vulcano di idee». Parlando con l’Ansa, il nuovo portavoce dice di avere molto da imparare. Non vuole ancora esporsi, soprattutto sulle questioni delicate: «Lasciatemi studiare – dice –, ne riparleremo magari fra un mese…».

Che Hamas voglia riguadagnarsi un po’ di credibilità agli occhi dei palestinesi? Probabile. Di certo è un colpo ad effetto assumere una donna, divorziata, per un ruolo da anni assegnato agli uomini. E in una società che per molti è profondamente maschilista.

Il lavoro di Israa, per ora, si concentrerà proprio su questioni sociali: la gioventù di Gaza, i profughi, la condizione femminile. «I miei impegni di lavoro sono assillanti – racconta ancora all’Ansa – mia figlia è adesso con la nonna». Mentre con l’agenzia stampa palestinese Maan analizza già quella che secondo lei è la nuova realtà: «I media occidentali finalmente si sono accorti che i cronisti israeliani falsificano i fatti, per questo dobbiamo sforzarci ancora di più per far scoprire le loro bugie».

© Leonard Berberi

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La “stretta” di Hamas: limiti ai giornalisti stranieri, obblighi a quelli palestinesi

Miliziani di Hamas durante una delle ultime conferenze stampa a Gaza City (foto di Hatem Moussa / Ap)

Miliziani di Hamas durante una delle ultime conferenze stampa a Gaza City (foto di Hatem Moussa / Ap)

Un blitz notturno. Quando nei quartier generali i registratori ri-trasmettono il meglio della giornata televisiva. E quando i quotidiani sono ormai in stampa. Un blitz di quelli che magari vuol dire poco. O, forse, tutto. Perché nella sorpresa generale i vertici di Hamas hanno deciso che troppa libertà di stampa fa male. A loro, forse. Alla causa del Jihad, chissà. Di certo, mette in pericolo quel poco – pochissimo – di democrazia che c’è in quel pezzo di terra che si chiama Striscia di Gaza.

E allora. Limiti ai giornalisti stranieri che vogliono entrare – e raccontare – quel che succede a Gaza. Ordine – più o meno esplicito – ai cronisti locali di farla finita con le collaborazioni con la stampa israeliana e le agenzie internazionali.  Ovvio, se proprio un giornalista del posto volesse continuare a fare il «corrispondente» può pure farlo. Ma nessuno gli garantisce l’incolumità. Soprattutto di fronte a chi, da anni, vede quel manipolo di cronisti che scrive su Haaretz o Yedioth Ahronoth come spie al servizio di «entità nemiche». Peggio, come dei traditori.

Le cose saranno un po’ diverse per chi viene da fuori. Come prima tutti dovranno presentare una richiesta alle autorità centrali di Hamas. Ma mentre prima il nulla osta arrivava nel giro di una giornata, ora di tempo ce ne vorrà molto di più. I miliziani, infatti, si metteranno lì a spulciare tra gli articoli pubblicati, i tweet scritti e gli audio-video mandati in onda per cercare di capire se è stato detto/scritto/raccontato qualcosa di negativo nei confronti di Hamas. In quel caso, saranno considerati «ostili» alla causa palestinese e respinti.

Cosa voglia dire tutto questo, per ora nessuno l’ha capito. Come nessuno ha ben chiaro il motivo del gesto. Forse – azzardano i cronisti palestinesi – i miliziani islamici non hanno gradito il dossier di Human Rights Watch che di fatto boccia la gestione, politica e militare, di Hamas nella Striscia. O, più semplicemente, è solo un modo per ribadire chi comanda nell’area. Quel che è sicuro è che c’è già una vittima: la verità.

© Leonard Berberi

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