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Gli agenti segreti israeliani raccontano gli omicidi (mirati) in Palestina

«Vedi questo? Si chiama Basim Subeih, è un giovane palestinese. Ovviamente l’ho ucciso io». Oren Beaton non accenna la minima emozione mentre parla davanti alla telecamera. Indossa una polo scura di un noto marchio occidentale, ha un pizzetto sottilissimo e occhiali “Ray Ban” sfumati. Dietro di lui c’è il sole al tramonto e delle barche che si agitano lentamente. (leggi il resto QUI)

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La denuncia di un giornalista: “Allarme razzismo a Tel Aviv”

A Tel Aviv c’è un problema razzismo? A sentire David Sheen, giornalista israeliano del quotidiano Haaretz pare proprio di sì. Il cronista da mesi sta seguendo con la sua telecamera quello che lui ha chiamato «la nascita del razzismo» nella più grande e cosmopolita città d’Israele.

Nell’ultimo video, Sheen ha seguito una manifestazione organizzata da ebrei nazionalisti che chiedono l’espulsione degli immigrati «perché stanno prendendo il pieno possesso della parte meridionale di Tel Aviv», come denunciano i leader della protesta. Nel filmato – che potete vedere in basso, con i sottotitoli in inglese – viene fuori il ritratto di una nazione in crisi. Esattamente come quelle dell’Europa occidentale. (l.b.)


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Piombo fuso, Goldstone smentisce il suo rapporto. Israele: “Annullare tutto”

Il giudice sudafricano Richard Goldstone

E ora che l’accusa di crimini di guerra è caduta, per bocca – anzi: per penna – del protagonista, Israele ne chiede la revisione. E la cancellazione di una macchia che da due anni pesa sullo Stato ebraico. Richard Goldstone, il giudice incaricato dalle Nazioni Unite di indagare sull’operazione “Piombo Fuso” su Gaza, ha scritto un articolo sul “Washington Post” in cui smentisce in parte il contenuto del rapporto severo che lui stesso ha scritto. «L’indagine – scrive Goldstone – avrebbe avuto esito diverso, soprattutto per quanto riguarda le accuse mosse a Israele relative a crimini di guerra, se avessi avuto allora a disposizione le informazioni che possiedo ora».

Goldstone riconosce anche che da allora lo Stato ebraico ha saputo investigare sul comportamento dei propri militari e si lamenta della mancata collaborazione del governo israeliano con la sua Commissione.

Apriti cielo. «Goldstone deve chiedere scusa al nostro Paese», ha replicato il capo dello Stato Shimon Peres. «Scuse appropriate» per il presidente israeliano dopo che il giudice sudafricano smentito il suo stesso dossier. «Chiediamo all’Onu di annullare quel rapporto sulla guerra a Gaza di due anni fa», ha detto a gran voce il premier israeliano Benjamin Netanyahu. «Il rapporto dovrebbe essere buttato nel cestino dei rifiuti della storia». E ancora: «Ci sono pochi esempi in cui chi si macchia di diffamazione poi la ritratta e questo è successo con il dossier Goldstone».

Esplosione durante l'operazione "Piombo fuso" sulla Striscia di Gaza

«Sono sempre stato sicuro che la verità sarebbe venuta un giorno alla luce», ha aggiunto compiaciuto il ministro israeliano degli Esteri Avigdor Lieberman. «Sono felice che il giudice Goldstone abbia adesso cambiato le proprie convinzioni», ha aggiunto ancora, ribadendo la giustezza della posizione israeliana di chiusura di fronte alla sua Commissione. Anche il ministro della difesa Ehud Barak si è felicitato per l’articolo pubblicato dal Goldstone e ha auspicato che questi adesso trovi il modo di pubblicare una versione aggiornata e corretta di quel rapporto «falso e distorto».

Nella guerra a Gaza nel 2009 secondo i calcoli più attendibili nelle tre settimane di bombardamenti israeliani morirono 1.400 persone, in maggioranza civili. Il rapporto Goldstone, pubblicato nel settembre del 2009, affermava che erano state trovate forti prove che sia gl’israeliani che Hamas avevano commesso «crimini di guerra» e possibili «crimini contro l’umanità» durante la guerra.

© Leonard Berberi

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Il giornalista Dan Rather accusa la sicurezza israeliana: “Ha umiliato la mia troupe”

«In vita mia non è mai capitato di venire perquisito e spogliato dalla polizia di uno Stato prima di fare un’intervista. Non mi è successo nemmeno con l’amministrazione di Saddam Hussein in Iraq».

Non è andata proprio giù a Dan Rather, uno degli anchorman più famosi al mondo, la serie di controlli a cui è stata sottoposta la sua troupe prima di registrare l’intervista al vice primo ministro Dan Meridor. E in una lettera – resa pubblica dall’agenzia Associated Press – si è lamentato direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Secondo l’accusa, scritta da Andrew Glanzer, produttore storico del giornalista e vincitore di un Emmy, il gruppo doveva seguire Rather in Israele e Palestina per realizzare un documentario sul difficile processo di Pace, soprattutto dopo l’arrivo di Avigdor Lieberman (destra nazionalista) al ministero degli Esteri. Ma una volta arrivato ai controlli del Parlamento, la polizia avrebbe portato la troupe in una stanza, dove – dopo diverse ore – avrebbe costretto i componenti a «calarsi i pantaloni per un’ispezione completa».

Dan Rather, 79 anni, storico giornalista ed ex conduttore dei programmi della Cbs americana "60 Minutes" e "Cbs Evening News"

Non solo. L’esercito avrebbe bloccato anche l’accesso a un villaggio cisgiordano a uno dei cameraman, di origine palestinese, ma residente a Gerusalemme.

Glanzer ha confermato di aver inviato la stessa lettera a più persone del governo israeliano, ma ha anche preferito non rivelare né il contenuto, né quando sarebbero successe queste cose. Ha però ricordato che sono anni che quella troupe fa interviste in Israele e Palestina e mai le era successo qualcosa.

Non è il primo incidente con i media stranieri, questo. Basti ricordare l’imbarazzante vicenda della corrispondente di Al Jazeera, costretta a togliersi anche il reggiseno durante i controlli, prima di andare a registrare una conferenza stampa del premier Netanyahu.

Incidenti che hanno quasi sempre costretto lo Stato ebraico a chiedere scusa. Ma anche a ricordare che si tratta di un Paese sempre esposto agli attentati. Intanto il nuovo direttore dell’ufficio stampa del governo, Oren Helman, ha promesso una nuova era fatta di rapporti cordiali con le centinaia di giornalisti stranieri che lavorano in Israele.

© Leonard Berberi

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INCHIESTA / Il giallo di Dirar Abu Sisi, l’ingegnere di Gaza sparito da un treno in Ucraina, ma detenuto da giorni in Israele

Abu Sisi e tre dei suoi sei figli

Altro che film di spionaggio. Dirar Abu Sisi entra di diritto nei manuali dei servizi di sicurezza. E nei libri di racconti gialli. L’hanno cercato tutti Abu Sisi, per quasi tre settimane. Palestinese di Gaza, 42 anni, l’uomo ha una moglie ucraina, sei figli e un lavoro alla società elettrica della Striscia. Tra il 18 e il 19 febbraio era salito su un treno dalla stazione di Kharkov, in Ucraina, e si stava dirigendo nella capitale Kiev, quasi 500 chilometri più lontano. Ma lì non è mai arrivato. Sparito, insieme alle sue cose, nel nulla. E da un treno in corsa.

La moglie Veronika aveva subito parlato di rapimento di un servizio di sicurezza ben preciso: il Mossad. Ucraina e Israele negavano. O al massimo non rispondevano. Mentre i blogger si scatenavano per giorni e giorni. Perché tanto ai giornalisti ebrei era stato imposto il silenzio di Stato. Intanto lui, Abu Sisi, continuava a non dare segnali.

Fino a quando, domenica pomeriggio, è arrivata l’ammissione ufficiale: l’ingegnere palestinese è nelle mani dello Stato ebraico ed è un detenuto. Ieri un magistrato del tribunale di Petah Tikva (vicino a Tel Aviv) ha parzialmente sollevato la cortina di silenzio imposta dalle autorità israeliane sul caso, autorizzando solo la pubblicazione del fatto che Sisi sia prigioniero in Israele. Ma sulle ragioni della sua detenzione non si sa nulla. La prima versione, ufficiosa, è che l’uomo sarebbe stato fermato perché da mesi starebbe lavorando alla costruzione di una bomba molto potente e sarebbe in contatto con agenti dei servizi segreti siriani, libanesi e iraniani che da tempo portano armi e munizioni verso la Striscia di Gaza. Sarebbe, poi, anche uno degli uomini di fiducia dell’organizzazione terroristica Hamas.

I sei figli di Abu Sisi, l'uomo rapito in Ucraina dal Mossad (foto di Adel Hana / Ap)

Il palestinese è stato visitato da un legale israeliano, assunto dalla moglie, che ha detto di averlo trovato in discrete condizioni fisiche, nonostante qualche problema di salute di cui era affetto prima ancora della sua scomparsa. Secondo alcune voci il rapimento sarebbe avvenuto col consenso e l’assistenza delle autorità ucraine. Anche se, nella sua visita di qualche giorno fa a Gerusalemme, il premier ucraino Nikolai Azarov ha evitato di rispondere alle domande dei giornalisti sul caso, limitandosi a dire che è in corso una verifica delle autorità del suo paese. I bene informati dicono che in cambio dell’extraordinary rendition in salsa israeliana all’Ucraina saranno concessi vantaggi fiscali e commerciali con lo Stato ebraico.

Il primo ministro ucraino Nikolai Azarov (foto di Emil Salman)

Resta il giallo su tutta la vicenda. Quello che è successo nella notte tra il 18 e il 19 febbraio lo si può capire incrociando informazioni pubbliche, ammissioni pubbliche e dati riservati. Abu Sisi, stando alle informazioni in nostro possesso, sarebbe stato prelevato dal treno poco più di un’ora dopo la partenza da uomini vestiti con la divisa dell’ente ferroviario ucraino. L’operazione, guidata e gestita dagli agenti del Mossad, avrebbe visto la partecipazione anche di cinque uomini dei servizi segreti ucraini.

Da lì l’ingegnere palestinese, una volta bendato, sarebbe stato portato all’aeroporto di Poltava, sempre in Ucraina. Un luogo che già in passato è stato teatro di voli segreti con persone non meglio identificate a bordo. Due ore dopo, Abu Sisi sarebbe stato messo su un volo militare con destinazione Israele. Una volta arrivati nello Stato ebraico, il detenuto sarebbe stato rinchiuso prima al centro di detenzione dello Shabak (il servizio di sicurezza israeliano) di Petah Tikva, poi trasferito alla prigione di Shikma, nei pressi di Ashkelon.

Per giorni non si è saputo nulla. La moglie ha chiesto ai ferrovieri ucraini se avevano visto il marito. Ma tutti hanno detto di no. Mentre le autorità ucraine prima e israeliane poi hanno sempre smentito le accuse della moglie di Abu Sisi. Fino all’ammissione ufficiale.

© Leonard Berberi

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Uno scienziato, il Mossad e un fungo mortale. S’infittisce il giallo di “Mister X”

Un inseguimento tra auto lanciate ad alta velocità per le strade di Los Angeles. Un fungo mortale. Uno scienziato esperto di armi biologiche ed ex agente del Mossad. Uno sconosciuto isolato dal mondo in un carcere israeliano. Sono gli ingredienti di un giallo internazionale che parte da una stanza super-blindata del carcere israeliano di massima sicurezza “Ayalon”, approda negli Stati Uniti e poi ritorna nello Stato ebraico.

Partiamo dall’inizio. In un pezzo pubblicato su Falafel Cafè il 1° luglio, abbiamo raccontato il caso di “Mister X”, il detenuto nel carcere di “Ayalon” senza nome, senza contatti con il mondo e così importante che la sicurezza interna israeliana ha fatto sparire tutti gli articoli usciti sui media. Nessuno riusciva a capire chi potesse essere. Fino ad oggi, forse.

Il giallo inizia il 20 agosto 2009. Le emittenti tv locali della California (sotto il video) trasmettono per oltre otto ore una diretta su un automobilista inseguito da decine di volanti della Polizia. All’interno di una Volkswagen rossa c’è un 56enne. Si chiama Joseph Moshe, è un cittadino israelo-americano e da settimane andava dicendo in giro di essere un microbiologo del Mossad, il servizio segreto israeliano. Non solo. Moshe andava anche rivelando di aver ri-creato in un laboratorio californiano un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che si trova solo nelle aree tropicali e sub-tropicali.

Il video dell’arresto del biochimico israelo-americano

L’antiterrorismo si è messo in moto e ha iniziato a inseguire l’uomo. L’inseguimento ha coinvolto l’Fbi, la Cia, l’esercito, gli Swat. Dopo ore, hanno spento l’auto del fuggiasco con un impulso elettrico che ha messo fuori uso il motore. Poi hanno infastidito l’uomo con gas lacrimogeno e infine l’hanno immobilizzato con il taser per poi arrestarlo.

Solo che invece di comparire davanti al tribunale federale americano, Joseph Moshe è stato trasferito in un ospedale psichiatrico. Da dove sarebbe scomparso poco dopo. Dov’è finito il microbiologo? Qualcuno ha scritto – sull’Huffington Post – che Moshe sarebbe stato trasferito subito in Israele. La notizia non è stata mai confermata.

Saltiamo a maggio 2010. Il nome di Joseph Moshe ricompare in un’inchiesta della rivista “Truth out”. Nel lungo articolo si parla delle morti misteriose di alcuni cittadini statunitensi. Morte dovuta a un fungo mortale, il Cryptococcus gattii, che secondo il periodico sarebbe stato sviluppato nei laboratori dell’Istituto israeliano per le ricerche biologiche di Ness-Ziona, a venti chilometri da Tel Aviv. «Il misterioso Joseph Moshe – scrive “Truth Out” – potrebbe aver condotto esperimenti segreti con il fungo proprio mentre si trovava in California». La stessa rivista, poi, riporta le dichiarazioni di due ex biochimici dei laboratori di Fort Detrick che collegano il microbiologo israelo-americano alla comparsa di una malattia in molti stati federali, California compresa. Malattia classificata come «una rara e mutata forma del morbo di Morgellons» e che avrebbe ucciso o reso invalidi tra i dieci e i venti agricoltori.

Yossi Melman, un analista esperto di sicurezza nazionale e internazionale, ha riportato (link in ebraico) sul quotidiano israeliano “Haaretz” un racconto che gira attorno al caso del microbiologo. «C’è una voce che spiega che Moshe avrebbe tentato di lanciare un allarme sui prodotti farmaceutici della “Baxter”», scrive Yossi Melman. «Probabilmente si trattava di un allarme che interessava i farmaci per combattere il virus H1N1 in Ucraina. Secondo Moshe si trattava di medicinali contaminati di proposito ed era quello che stava cercando di dire alle autorità statunitensi quando è stato arrestato».

Nel frattempo di Joseph Moshe non si hanno più notizie. Fino al 1° luglio. Fino alla notizia di “Mister X”. Perché poi il mistero s’infittisce. Perché le autorità israeliane impongono il silenzio sul detenuto senza nome e in isolamento. Perché c’è un sito – ora disattivo – che scrive che “Mister X” è Joseph Moshe. Quel sito aveva un nome inequivocabile: www.josephmoshe.org.

In attesa di risolvere il giallo, sono in molti a parlare di un altro caso Klingberg. Guarda caso, un altro biochimico. E un ex scienziato dei laboratori di Ness-Ziona.

© Leonard Berberi

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