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La “fuga” degli ebrei dalla Francia (e dall’Europa)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall'aereo all'aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Alcuni ebrei residenti in Nord America scendono dall’aereo all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv per la loro aliyah il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

Ebrei in fuga dalla Francia. Dall’Europa Occidentale. Dall’Ucraina. In quello che – a livello generale – rappresenta già di per sé un record. Dice la Jewish Agency che più di ventiseimila persone (26.500, per la precisione) hanno deciso nel 2014 di fare l’aliyah, cioè di andare a vivere, di trasferirsi – forse per sempre, sicuramente per molto tempo – in Israele. L’anno prima erano state in 20 mila. L’aumento dal 2013 è del 32 per cento. Un record, appunto.

Ma nel record c’è un altro primato. Quello di chi lascia Parigi e Bordeaux, Marsiglia e Lione, Nantes e Nizza. Per la prima volta nella storia la Francia è il Paese che dà il contributo maggiore: quasi 7.000 hanno fatto l’aliyah da Oltralpe verso il Medio Oriente. L’anno prima erano stati 3.400. Nel 2014 francese è pure il più vecchio: a 104 anni ha deciso di chiudere con l’Europa.

Al secondo posto c’è l’Ucraina. Dove si è passati da 2.020 ebrei del 2013 a 5.840. I fatti della Crimea, le tensioni con la Russia, le violenze di Donetsk hanno spinto migliaia di persone a lasciare l’Europa. L’incremento, calcolatrice alla mano, è del 190 per cento.

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l'aliyah (foto di Sasson Tiram)

Una parte dei 229 ragazzi ebrei appena sbarcati a Tel Aviv: tutti hanno fatto l’aliyah (foto di Sasson Tiram)

Natan Sharansky, presidente della Jewish Agency, va in più in profondità dei numeri. E rivela che il 2014 è una novità anche per altre ragioni. Non solo per il record della Francia. «Per la prima volta da quando esiste questo tipo di registro, l’anno passato sono arrivate più persone dal “mondo libero” che da quello “in crisi”».

Sharansky esulta. Compito della Jewish Agency è soprattutto quello di promuovere l’aliyah. Grazie anche all’aiuto del ministero per l’Assorbimento dell’immigrazione. «I dati sono eccezionali, sono molto contenta di vedere i risultati dei nostri sforzi di incoraggiare l’aliyah», commenta la ministra Sofa Landver, esponente di Israel Beitenu (“Israele la nostra casa”), il partito di Avigdor Lieberman. «Ma non abbiamo ancora raggiunto il nostro obiettivo. Prevediamo che nel 2015 dalla sola Francia verranno altri 10 mila e nello stesso periodo supereremo i 30 mila nuovi ingressi».

"Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo" c'è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo - per l'aliyah - al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

“Grazie Cleveland, Gerusalemme ci siamo” c’è scritto nel cartello che uno statunitense ebreo mostra al suo arrivo – per l’aliyah – al Ben Gurion di Tel Aviv il 12 agosto 2014 (foto di Gali Tibbon/Afp)

I dati, quindi. L’aliyah – per gli ebrei che vivevano fino a pochi mesi fa nell’Europa occidentale – è aumentata dell’88 per cento (dagli 4.600 del 2013 agli 8.640 del 2014). Oltre alla Francia, altri 620 hanno lasciato il Regno Unito, altri 340 («il doppio rispetto all’anno prima») hanno trasferito la loro residenza dall’Italia. La Germania resta stabile (120). In aumento gli arrivi anche dall’ex Unione sovietica (+50 per cento) e dagli Stati Uniti (+8 per cento). Stabili l’America Latina e il Sudafrica. In calo Europa dell’Est, Australia e Nuova Zelanda.

Ma qual è il profilo medio di chi fa l’aliyah? Giovane, con meno di 35 anni. Laureato. Con un lavoro da ingegnere o informatico (2.500). In tanti hanno specializzazioni in campo umanistico, matematico, fisico o delle scienze sociali. In mille sono medici. In 600 artisti e atleti. Buona parte finisce a Tel Aviv, la destinazione preferita (3.000 trasferimenti). Poi Netanya, altra città sul mare. Gerusalemme si piazza «solo» al terzo posto.

© Leonard Berberi

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“X Factor Israel”, il trionfo della badante filippina Rose

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con "My way" di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Rose Fostanes, badante filippina di 47 anni, mentre si esibisce con “My way” di Sinatra alla finale di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

Finisce esattamente com’era iniziata. Con Rose Fostanes che fa impazzire tutti: la giuria, il pubblico in studio, il pubblico a casa, il «popolo del web». Con questa donna, bassa, bassissima – un metro e mezzo d’altezza –, un po’ grassottella, determinata, prima impacciata, poi sempre sorridente, serena, ecco con questa donna che sbanca dalla prima all’ultima puntata X Factor Israel (in fondo al post trovate il video integrale, ndr). E che, nel farlo, si porta con sé la sua vera vita – quella di immigrata che fa la badante a Tel Aviv –, una fidanzata e una famiglia a migliaia di chilometri di distanza, laggiù, nelle Filippine. E proprio mentre là fuori, a pochi metri di distanza, centinaia di altri migranti – peraltro tutti fuggiti dalle guerre – chiedono di non finire nei centri di detenzione e che gli venga riconosciuto lo status di rifugiati. O, almeno, di non venire rimpatriati.

I "Fusion", finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

I “Fusion”, finalisti di X Factor Israel (foto Reshet/Falafel Cafè)

E allora. Ha vinto lei. Rose. La donna accolta all’inizio con un misto di supponenza e finta curiosità. Ma anche ammirata per la sua voce. Per la sua capacità di reggere gli acuti. Di emozionare. Di esibirsi senza difficoltà una volta a suon di «Bohemian Rhapsody» dei Queen, l’altra sulle note di «You and I» di Lady Gaga. E, forse, proprio per questo spesso lasciata sola dagli altri concorrenti, lì, in un angolo, mentre a un passo si formavano e disfacevano comitive dove tutti parlavano in ebraico. Lingua ufficiale del Paese, lingua che Rose non conosce. E ora tutti a dire che ormai si tratta di un «fenomeno nazionale». Anche se, a seguire le puntate, la vittoria era ormai annunciata. Soprattutto dopo che, settimana dopo settimana, gli avversari più temibili cadevano, sbattevano contro il televoto.

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

La finalista Eden Ben Zaken (foto Reshet/Falafel Cafè)

Alla finale di martedì sera, 14 gennaio, Rose – che concorreva come la migliore della categoria «over 25 anni» – ha battuto gli altri tre finalisti. Cantando «My Way» (Sinatra), «If I ain’t got yout» (Alicia Keys), «Sweet dreams» (Eurythmics). E non c’è stato davvero nulla da fare per Eden Ben Zaken (categoria «ragazze»), Uri Shakiv («ragazzi») e i Fusion («band»). Perché questa donna – una dei circa 40 mila filippini che vivono e lavorano in Israele – di rivali veri non ne aveva. E ora si gode il trionfo. L’affetto – chissà quanto vero – della gente. Il paragone – chissà quanto felice – con un’altra 47enne, Susan Boyle, quella Susan Boyle che poi ha trionfato a «Britain’s Got Talent» nel 2009.

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

Il finalista Uri Shakiv (foto Reshet/Falafel Cafè)

E pensare che se non l’avesse convinta un amico, la scorsa estate, Rose non l’avremmo mai conosciuta. Del resto di tempo ne aveva poco. Quasi tutto il giorno a fare la badante in casa di una signora di Tel Aviv, poco più grande di lei, ma malata. La sera ad animare l’associazione che si batte per i diritti della comunità Lgbt filippina. La notte a dormire in un appartamento alla periferia della città con altri sette coinquilini per risparmiare sulle spese e per mandare quanti più soldi laggiù, nelle Filippine. Stessa storia, per sei anni.

E ora eccola qui, a godersi il trionfo. A ricever applausi. A firmare autografi. A mettersi in posa con i fan per infilare decine di «selfie» con il telefonino. A festeggiare con i suoi connazionali. A chiamare casa. Ecco, a proposito di casa, Rose ci pensa sempre. «La mia famiglia mi manca davvero tanto, per non parlare della mia fidanzata», ha detto, piangendo, ai giornalisti che la assillavano con le domande. «Li vorrei qui, al mio fianco, per avere tutto il supporto che mi serve in questo momento. Ho bisogno di loro».

© Leonard Berberi

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La mano dura di Netanyahu: carcere e rimpatrio per 3.000 migranti

«Mai più», aveva detto il premier. Scuro in volto, irritato e risentito, aveva chiesto al consiglio di gabinetto una mossa senza precedenti. E così sarà. Già da questa settimana. Quando – stando all’anticipazione del quotidiano Israel haYom – centinaia di poliziotti andranno a controllare casa per casa, a sud di Tel Aviv, per scovare almeno 3.000 migranti africani entrati illegalmente nello Stato ebraico.

Un’iniziativa senza precedenti. Migliaia di persone che saranno tutte trasportate al centro di detenzione Saharonim, nel sud del Paese. Una decisione presa dopo che la Procura generale del Paese ha chiarito i profili legali: «arrestare i clandestini si può», hanno detto a Netanyahu. Di più. «È anche legale deportare nel loro Paese, il Sud Sudan, i migranti senza permesso di soggiorno».

Le proteste a sud di Tel Aviv contro i migranti africani (foto Activestills.org)

A dire il vero più di qualche giurista non è d’accordo. «Il Sud Sudan è un Paese in guerra, per nulla sicuro», dicono. «C’è più di una convenzione internazionale – alle quali aderisce pure Israele – che vieta di riportare i clandestini nei loro Paesi se questi costituiscono una minaccia all’incolumità degl’interessati».

Ma quella dei clandestini africani è diventata una questione esplosiva. Tanto che più di un partito di destra, di quelli che sostengono Netanyahu, hanno fatto intendere che il premier stava rischiando la sfiducia se non avesse risolto la questione. E del resto le manifestazioni xenofobe degli ultimi giorni a Tel Aviv erano stati un chiaro segnale.

La tolleranza zero di Netanyahu dà così ragione al ministro dell’Interno, Eli Yishai. Da mesi Yishai chiede l’arresto, la carcerazione e l’espulsione degl’illegali. E così sarà. Non solo. Da questo momento in poi chiunque venga sorpreso ad entrare in territorio israeliano da clandestino sconterà in carcere tre anni. E ancora: Yishai vuole rinforzare l’unità anti-clandestini, è intenzionato a chiedere ulteriori fondi al Tesoro, vuole istituire un sistema di sanzioni per quei sindaci che vengono trovati a dare lavoro a illegali.

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Tel Aviv, la proposta del consigliere: bus separati (e ingressi limitati) per gli stranieri

«Puzzano». «Si prendono i posti sui pullman». «Occupano i pochi appartamenti liberi». «Soprattutto: chissà quali malattie possono trasmettere». Corsi e ricorsi nella Tel Aviv d’oggi. Che, a leggere certe cose, sembra la Louisiana di ieri, quando i neri non erano persone, ma braccia e schiavi e servi e animali.

Solo che in questo 2012, quando tutti gli occhi d’Israele sono rivolti all’Iran e alle sue navi militari che si dirigono verso il Mediterraneo, Benjamin Babayoff, consigliere comunale di Tel Aviv del partito ultrareligioso “Shas”, prende carta e penna e scrive all’assessore cittadino ai Trasporti, al traffico e al parcheggio, al sindaco Ron Huldai e al ministro dei Trasporti Israel Katz poche frasi, ma destinate a scatenare le organizzazioni antirazziste.

La lettera è finita sul web, sulle pagine locali della piattaforma Ynet. Scrive Babayoff: «Vi mando questa comunicazione al massimo della disperazione per denunciare il crescente disagio che subiscono i nostri concittadini ogni volta che vanno a lavorare. Migliaia di lavoratori stranieri e clandestini riempiono i pullman, occupano i posti a sedere, lasciano in piedi i nostri abitanti. Per non parlare della puzza che emanano e del lavoro extra che gl’israeliani devono fare per togliere il cattivo odore dalle scale e dai marciapiedi. Dio non voglia, ma questi potrebbero benissimo portarci delle malattie». Non solo. Babayoff denuncia anche l’emergenza abitativa. «Quasi tutti gli appartamenti liberi a sud di Tel Aviv sono stati occupati dagli immigrati. I nostri concittadini restano così senza un tetto».

Alcuni ragazzini israeliani a sud di Tel Aviv con in mano cartelli in cui chiedono al governo di riportare a casa i migranti (foto di Oren Ziv)

Quindi le proposte. Peggiori delle lamentele. «Per risolvere il problema – continua il consigliere ultrareligioso – bisognerebbe istituire bus separati per i lavoratori stranieri e per i rifugiati. Se non si può fare questa cosa, allora bisognerebbe porre un limite al loro ingresso nei mezzi di trasporto pubblico negli orari di punta per i nostri lavoratori, ovviamente dando preferenza ai connazionali». Precisa, però, Babayoff che «la lettera non ha un intento razzista. Vuole soltanto andare incontro alle richieste esasperate dei concittadini».

L’unica risposta ufficiale per ora è arrivata dallo staff del sindaco di Tel Aviv. «Condanniamo qualsiasi intervento o atteggiamento razzista. Questo Comune continuerà a impegnarsi per garantire a tutti, anche ai migranti, l’accesso a tutti i servizi – dalla salute all’istruzione, dal welfare ai trasporti pubblici – per salvaguardare quella visione del mondo che considera una persona come tale, a prescindere da chi sia, cosa faccia, da dove sia venuto e dove stia andando».

Babayoff non è nuovo a questo genere di interventi. Nell’estate del 2010 aveva chiesto ai residenti israeliani a sud di Tel Aviv di non affittare gli appartamenti agli stranieri, chiamati in quell’occasione «infiltrati». Se qualcuno l’avesse fatto, avrebbe violato una legge religiosa. E infatti pochi giorni dopo 25 rabbini della zona avevano firmato l’«Editto che vieta l’affitto di appartamenti agli infiltrati» e una decina di agenzie immobiliari – sempre del sud della città – avevano pubblicato la petizione in cui s’impegnavano a rispettare la richiesta arrivata dai religiosi.

Nello stesso anno, poi, il consigliere dello “Shas” aveva chiesto che i figli dei migranti che frequentavano gli stessi asili di quelli degl’israeliani dovevano restare separati.

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Israele, ok alla costruzione di un centro di detenzione per i clandestini

Le autorità israeliane hanno approvato un piano per la costruzione di un centro di detenzione per immigrati clandestini al costo previsto di 250 milioni di shekel, pari a 51 milioni di euro. Il ministero della Difesa ha precisato che l’edificio sarà costruito nel sud del Paese e diventerà operativo a partire da metà anno. Inizialmente potrà accogliere 3mila persone, a pieno regime circa 11mila.

Israele sta innalzando una gigantesca barriera di sicurezza lungo i 240 chilometridi confine con la penisola egiziana del Sinai e si accinge a costruirne un’altra dello stesso genere alla frontiera giordana, altri 238 chilometri. Secondo i dati del governo israeliano, 16.816 africani sono entrati illegalmente in Israele dall’Egitto nel 2011. Negli ultimi cinque anni il bilancio parla di oltre 50 mila clandestini, arrivati soprattutto dall’Eritrea.

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Israele, i clandestini rischiano fino a 3 anni di carcere (e senza processo)

Fino a tre anni di detenzione preventiva. E senza processo. La Knesset, il parlamento israeliano, ha varato nuove norme sull’immigrazione illegale che inaspriscono le pene nei confronti dei clandestini. L’iniziativa – oggetto di critiche e polemiche – si inserisce in un più generale inasprimento della legislazione contro l’immigrazione clandestina promosso dal governo di Benjamin Netanyahu e dalla maggioranza di destra che lo sostiene.

Fra le conseguenze più controverse, è prevista l’estensione a immigrati e richiedenti asilo di norme “draconiane” introdotte nei decenni scorsi contro l’infiltrazione di potenziali terroristi e condanne fino all’ergastolo per clandestini colpevoli di reati rilevanti contro il patrimonio.

Il ministero dell’Interno ha difeso la linea dura ricordando gli ultimi dati sull’aumento del flusso di immigrati in arrivo in Israele dall’Africa attraverso il Sinai (spesso con l’obiettivo di raggiungere poi l’Occidente): dati illustrati di recente con allarme dallo stesso premier Netanyahu.

L’opposizione parlamentare di sinistra e alcuni deputati della minoranza araba hanno invece denunciato i nuovi provvedimenti come «anti-democratici», in contrasto con i principi internazionali basilari di tutela dei migranti. Diverse organizzazioni non governative israeliane impegnate sul fronte dei diritti umani hanno a loro volta accusato la destra di governo d’essere ossessionata da qualsiasi fenomeno possa intaccare – anche solo in teoria – «l’identità ebraica» del Paese. E hanno comunque bollato come sproporzionate e discriminatorie alcune delle norme approvate oggi.

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Il governo israeliano: è emergenza migranti dall’Africa

È divenuto «una piaga di Stato» il fenomeno dei «migranti illegali» provenienti dall’Africa, passando attraverso il Sinai egiziano. Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu nella seduta domenicale del Consiglio dei ministri durante la quale ha esaminato piani di contingenza. Il premier ha anticipato fra l’altro che si recherà in Africa, per studiare in maniera più approfondita le radici del fenomeno e le sue possibili soluzioni nei Paesi di origine. Fra questi figurano Sudan ed Eritrea.

Radio Gerusalemme ha riferito che nel 2011 sono entrati in Israele 30 mila «migranti illegali», il cui numero è oggi stimato in 50 mila. Secondo il ministro degli interni Ely Yishai (Shas) se Israele non prendesse contromisure, l’anno prossimo gli ingressi illegali potrebbero salire a 100 mila.

Fra le misure discusse dal governo vi sono: il completamento (entro 12 mesi) della barriera di confine fra Israele ed Egitto; l’allestimento nel Neghev di grandi campi di alloggiamento forzato; la messa a punto di programmi per il rientro consenziente dei migranti nei Paesi di origine.

In una intervista a radio Gerusalemme Yishai ha affermato che la quasi totalità dei migranti sono sospinti dal desiderio di lavorare in Israele «e solo poche decine di loro sono rifugiati politici veri e propri, ai quali viene data piena accoglienza». Questi dati sono accesamente contestati da alcune ong umanitarie. Da parte sua Netanyahu ha detto al governo che «intere popolazioni africane si sono messe in moto verso Israele». «Se non interverremo – ha avvertito – saremo spazzati via». 

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