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Elezioni in Israele, il nuovo centrosinistra e un Paese diviso

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l'accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

Isaac Herzog, leader laburista, con Tzipi Livni, numero uno di Hatnuah, mercoledì 10 dicembre mentre annunciano l’accordo elettorale in vista delle elezioni del 17 marzo 2015 (foto Flash 90)

«La carriera di Tzipi Livni: con 28 seggi non ha avuto nulla. Con 6 è diventata ministro. Con zero (secondo i sondaggi) premier. Impressionante». La frase – o meglio: il tweet – è di Dana Weiss, uno dei volti del telegiornale di Canale 2. E potrebbe essere pure la sintesi migliore sulle elezioni (anticipate) che si svolgeranno in Israele il 17 marzo 2015.

Ieri il partito laburista locale – ora all’opposizione – si è alleato con Hatnuah, la formazione centrista di Tzipi Livni, da poco ex ministro della Giustizia, cacciata dal premier Benjamin Netanyahu insieme con Yair Lapid, leader di Yesh Atid ed ex ministro delle Finanze. «È il momento di cambiare», ha detto Isaac Herzog, leader laburista, di fianco a Livni e davanti a uno striscione con la scritta «Insieme vinciamo». Di sicuro, almeno secondo i sondaggi, ci guadagnerebbe Livni: se corresse da sola non riuscirebbe ad avere nemmeno un seggio.

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell'Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

Le formazioni più votate secondo il sondaggio dell’Università di Tel Aviv: Labor-Hatnuah 22 seggi (su un totale di 120), Likud (Netanyahu) 20, Habayit Hayehud (Naftali Bennett) 15, Kulanu (Moshe Kahlon) 13, Yisrael Beitenu (Avigdor Lieberman) 11, Yesh Atid (Yair Lapid) 10 (fermo immagine da Canale 10)

«Quando riceverò il mandato – ha continuato Herzog – io sarò primo ministro per i primi due anni e Tzipi Livni per la seconda metà della durata del mandato». «Il centro sionista si è sollevato contro i partiti dell’estrema destra», ha aggiunto l’ex numero uno della Giustizia.

A dare speranza alle due formazioni il sondaggio dell’Università di Tel Aviv per Canale 10. Dice quella rilevazione che un blocco di centrosinistra composto laburisti e Hatnuah avrebbe la meglio sul Likud, il partito di Netanyahu, per 22 seggi (su un totale di 120) a 20. Al terzo posto ci sarebbero gli ultranazionalisti di Naftali Bennett, capo di Habayit Hayehud e sostenitore degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Un risultato che, però, mostra ancora una volta l’incertezza su una possibile coalizione di governo. E che, a dirla tutta, per ora vede favorito più il premier uscente che il blocco di centrosinistra.

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: a sinistra quelli religiosi, a destra quelli arabi (fermo immagine da Canale 10)

Le preferenze del sondaggio per gli altri partiti: i meno votati risulterebbero quelli arabo-israeliani (fermo immagine da Canale 10)

«L’accoppiata Livni-Herzog rappresentano il “dream team” di Abu Mazen (il presidente palestinese, nda)», hanno ironizzato i vertici del Likud. «Non ci sono dubbi su quello che ci si potrebbe aspettare da un governo di sinistra», a partire dalle «pericolose concessioni su Gerusalemme e in tutta la nostra madrepatria».

Ora tutti cercano di capire cosa farà Yair Lapid, il vero vincitore della tornata del 2013, arrivato secondo con un partito nato pochi mesi prima: correrà da solo o – come ritengono in molti – alla fine si unirà a laburisti e Hatnuah? In attesa di capirlo ha finalmente trovato un nome la formazione di Moshe Kahlon, ex dirigente del Likud ed ex ministro della Comunicazione molto amato per avere ridotto drasticamente le tariffe telefoniche in Israele e ora in forte ascesa. La sua nuova formazione si chiamerà «Kulanu» (Tutti noi) e secondo i sondaggi potrebbe guadagnare tra i 10 e i 13 seggi.

© Leonard Berberi

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Le incognite del voto di marzo (e del futuro premier d’Israele)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante la conferenza stampa in cui annuncia la fine della maggioranza e chiede le elezioni anticipate (foto Reuters)

L’ufficio del primo ministro d’Israele non è molto grande. A vederlo così – con una scrivania, una libreria, una tv a schermo piatto, tende chiare che coprono le finestre da cima a fondo e una lampada da tavolo – ha tutte le caratteristiche di un normale ufficio. E però è qui che vengono prese le decisioni più importanti per milioni di persone. Decisioni che, per dirla con molti analisti, «spesso sono di vita e di morte».

Per entrare nella stanza più «intima» del primo ministro d’Israele bisogna aprire due porte. La prima introduce a una stanzetta, una sorta di disimpegno. La seconda alla scrivania delle scelte storiche. Il premier Benjamin Netanyahu – nonostante le accuse di essere uno spendaccione – l’ha sempre voluto tenere così il suo studio: semplice. Perché è da lì che si fa vedere in tv alla nazione. È da lì che spiega a centinaia di migliaia di persone che cosa succederà nei giorni successivi.

Netanyahu durante la registrazione di un'intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Netanyahu durante la registrazione di un’intervista televisiva dal suo studio gli ultimi giorni di novembre scorso (foto da Facebook)

Ma queste potrebbero essere le ultime settimane di Netanyahu là dentro. Il voto del 17 marzo 2015 – voto anticipato, dopo il collasso dell’esecutivo – rischia di chiudere la sua carriera politica. Anche se i sondaggi, per ora, danno il suo partito – di destra – al comando. Anche se le altre formazioni di destra uscirebbero ancora più rafforzate di prima. Perché quella del 17 marzo non sarà un’elezione. Sarà un referendum. Su Netanyahu. Il primo ministro che – per molti – ha difeso l’esistenza d’Israele. Per tanti altri ha seppellito qualsiasi tentativo di far la pace con i palestinesi.

Le incognite non mancano. Al netto dei sondaggi – che certo nel Paese hanno dimostrato abbastanza affidabilità – il premier dovrà vedersela con un quadro geopolitico cambiato. Sempre più nazioni – anche se in via simbolica – votano per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Gli Stati Uniti non nascondono l’insofferenza per l’attuale classe dirigente. L’Unione europea si prepara a cambiare registro diplomatico e a cercare di penalizzare ancora di più l’economia degli insediamenti. Il mondo arabo ribolle. La Siria è collassata. Gli estremisti dell’Isis minacciano la sicurezza d’Israele. In generale la vita quotidiana degli ebrei – in Medio Oriente, in Europa, negli Usa – è diventata più complicata. E questo, dietro la tendina del seggio elettorale potrebbe finire per fare la differenza.

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato "licenziato" dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

Yair Lapid, ex conduttore di tg, ex ministro delle Finanze e leader di Yesh Atid a Gerusalemme lo scorso 2 dicembre subito dopo essere stato “licenziato” dal premier Netanyahu (foto di Yonatan Sindel/Flash90)

«La verità è che il prossimo primo ministro – chiunque esso sia – potrebbe trovarsi a dover ricoprire l’incarico più delicato e difficile della storia dello Stato d’Israele», commenta Eitan Haber sul quotidiano Yedioth Ahronoth. «La questione non riguarda più la tutela della vita dei cittadini israeliani contro il terrorismo. Il problema non sono più soltanto Hezbollah o Hamas. La questione più grande è l’aumento dell’onda islamica in quasi tutto il mondo, e sicuramente in Europa e Medio Oriente.

«Il premier Netanyahu ha ragione su una cosa: gl’israeliani si meritano un governo migliore», spiega Sima Kadmon, analista sempre per lo Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. Ma è l’unica cosa che lei concede al primo ministro. Perché, continua, «la conferenza stampa in cui ha dichiarato il collasso del suo esecutivo è stata patetica. La lista della spesa con gli esempi delle presunte malefatte dei suoi due ministri dissidenti (Yair Lapid, ex capo delle Finanze, e Tzipi Livni, ex guida della Giustizia) è stata così ridicola che nessuno alla fine voleva ricordargli tutte le cose che ha fatto lui quand’era ministro contro il suo stesso premier, Ariel Sharon». «Il tipo di governo che Netanyahu ci sta offrendo – chiude Kadmon – è quello della destra estrema e degli ebrei ultraortodossi. Sono loro i suoi alleati naturali. Solo con loro lui si sente a casa».

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito - che non ha ancora un nome - ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni con Netanyahu, ora leader di un partito – che non ha ancora un nome – ma che secondo i sondaggi dovrebbe andare molto bene (foto Flash90)

La stampa si è molto divisa sulla crisi di governo e sull’annuncio delle elezioni anticipate. Ma nessuno, a questo punto, può negare che a livello politico sta succedendo quello che – storicamente – succede da vent’anni a questa parte: il blocco di destra torna compatto, quello di sinistra continua ad essere minoritario, mentre il centro è alla ricerca di un’identità. E intanto dialoga con la sinistra. Nella speranza di avere almeno 61 seggi (su 120) al parlamento.

In tutto questo – e tolte le incognite esterne – ce ne sono almeno cinque «interne». Incognite importanti. Che potrebbero spostare di qua o di là migliaia di voti. Per esempio: quanti voti «ruberà» a Netanyahu il partito (che non ha ancora un nome) di Moshe Kahlon, ex ministro delle Comunicazioni proprio con Netanyahu? E Avigdor Lieberman, di destra anche lui con la sua Yisrael Beitenu e ministro degli Esteri, quanto riuscirà ad attirare l’elettorato di origine sovietica, visto che quella è anche la sua origine? E le formazioni ultrareligiose – quelle sedotte e abbandonate da Netanyahu nel 2013 – perdoneranno l’attuale primo ministro o gli diranno no a una possibile coalizione? E gli arabo-israeliani, un quinto della popolazione totale, andranno a votare in massa questa volta o diserteranno le urne come fanno da decenni? E la sicurezza – che va dal diritto d’esistere alla salvaguardia dei confini – quanto peserà al momento del voto?

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Netanyahu in bilico e lo spettro delle elezioni anticipate

Yair Lapid, leader di "Yesh Atid" e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d'Israele e leader del "Likud" (foto Flash 90)

Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” e ministro israeliano delle Finanze con (a destra) Benjamin Netanyahu, primo ministro dello Stato d’Israele e leader del “Likud” (foto Flash 90)

Domenica sera erano entrambi allo stadio di Haifa a seguire la sfida Israele – Bosnia, valida per Euro 2016. La partita l’hanno vinta i padroni di casa per tre a zero. Ma gli occhi dei giornalisti politici erano tutti verso quei due lì. Seduti a qualche metro di distanza. Il primo in una saletta vip con il figlio. Il secondo in mezzo ai tifosi, con cappello evidente e bandierina con la stella di Davide. I due – il premier Benjamin Netanyahu e il ministro delle Finanze Yair Lapid – non si sono nemmeno degnati d’uno sguardo. D’un sorriso. D’una foto di fronte ai cronisti.

Perché il primo, Netanyahu, è dato dagli analisti ormai sulla via d’uscita. Il secondo, Lapid, colui che l’accompagnerà – nemmeno tanto con le buone – verso la pensione anticipata. Per questo i rapporti nella coalizione di governo sono ormai arrivati a questi livelli. Con Lapid che – scrive Haaretz – non parla da una settimana con gli esponenti del Likud, il partito di Netanyahu. Figurarsi contattare Netanyahu stesso. E con Netanyahu che da giorni fa capire, fa trapelare, fa intuire che Lapid ha messo in moto una manovra per farlo fuori dal governo. Dalla politica.

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Netanyahu con uno dei figli allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia, valida per Euro 2016, vinta dai padroni di casa (foto Ufficio stampa governo israeliano)

Che qualcosa non andasse si era capito quando Lapid aveva dato buca a una serie di incontri con i responsabili economici del partito di Netanyahu. Incontri importanti, fissati per decidere i punti principali della nuova manovra finanziaria del Paese, ora che i conti hanno rallentato più del previsto. Ma da Yesh Atid respingono tutte le accuse e rilanciano: «Netanyahu deve smetterla di assecondare le posizioni più estreme del suo partito pur di vincere le primarie del Likud di gennaio».

Lo stallo è di difficile risoluzione. Perché secondo gli analisti Lapid non avrebbe i 61 deputati (su 120) per cacciare Netanyahu e formare un nuovo esecutivo. Ma allo stesso tempo Netanyahu non può cacciare Lapid altrimenti non avrebbe più la maggioranza alla Knesset, il parlamento.

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele - Bosnia (foto da Facebook)

Yair Lapid allo stadio di Haifa durante Israele – Bosnia (foto da Facebook)

La furia del premier si dovrebbe scagliare anche contro Tzipi Livni, ministro della Giustizia, delegata ufficiale d’Israele nei colloqui di pace (ora fermi) con i palestinesi e leader del partito Hatnuah. Ma per fare anche a meno di lei Netanyahu dovrebbe far entrare in coalizione tutti i partiti ultraortodossi ora all’opposizione. Risultato: un governo a forte, fortissima, trazione di estrema destra. Opzione praticabile. Se non fosse per il fatto – fa notare Haaretz – che uno dei «falchi» del governo, Avigdor Lieberman (ministro degli Esteri e leader di Yisrael Beitenu), odia i partiti religiosi.

Lo spettro delle elezioni anticipate – come auspica un altro partito ultrareligioso, lo Shas, se vogliono far fuori Netanyahu – sembra proprio alle porte. E diversi dirigenti del Likud le danno per scontate subito dopo le primarie di gennaio. Anche se il rischio – secondo il primo ministro – è che Yair Lapid faccia cadere il governo subito dopo l’ok alla manovra finanziaria.

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Netanyahu con Tzipi Livni, suo ministro della Giustizia, durante una seduta della Knesset, il parlamento israeliano (foto Flash 90)

Se però Netanyahu non si è ancora espresso pubblicamente sul caos nel governo, ma ha fatto parlare i suoi, Lapid si è fatto vedere di fronte alle tre tv principali – Canale 1, Canale 2 e Canale 10 – e a tutte e tre ha detto la stessa cosa: non c’è nessun piano per rovesciare l’esecutivo, non ha nessuna intenzione di prendere il posto di Netanyahu o di andare al voto anticipato.

«Non penso abbiamo bisogno di un altro governo o i nuove elezioni», ha detto Lapid. «E non penso che qualcuno voglia queste cose. Non mi piacciono gli ultimatum, le minacce o le “linee rosse”. Non credo ne abbiamo bisogno», ha replicato a un articolo di Yedioth Ahronoth che invece parlava di un Lapid deciso a far fuori Netanyahu proprio a suon di ultimatum e «linee rosse». «Però se il primo ministro vuole andare urne allora si vada alle urne», ha chiarito Meir Cohen, collega di partito di Lapid e ministro per il Welfare.

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri (foto di Abir Sultan/Epa)

A destabilizzare la coalizione è l’atteggiamento di Netanyahu nei confronti dei colloqui di pace con i palestinesi e delle sue politiche in Cisgiordania. Le formazioni di centro e di sinistra del suo governo attaccano il premier per aver fatto fallire i negoziati e per aver accentuato le tensioni con gli arabo israeliani invitandoli – pochi giorni fa – ad andare a vivere nell’Autorità palestinese se non si trovano bene nello Stato ebraico.

Una tensione che ha raggiunto ufficialmente il picco domenica quando Netanyahu ha deciso di scavalcare il ministro della Giustizia, Tzipi Livni: se Livni proponeva di mandare per la seconda volta in commissione Affari legislativi un disegno di legge molto contestato – quello che prevede l’ufficializzazione dell’ebraicità dello Stato d’Israele – Netanyahu ha stabilito che era finito il tempo della discussione: quel disegno di legge va discusso alla prossima riunione di governo così da essere votato direttamente in parlamento. Una mossa che preoccupa diverse cancellerie occidentali. A partire da quella americana.

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Israele, si allungano i tempi per il nuovo governo: stallo nei negoziati con Yair Lapid

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Yair Lapid, leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro), il secondo partito più votato alle elezioni israeliane del 22 gennaio scorso (foto Ariel Schalit / Ap)

«Ma Yair a che gioco sta giocando?». Dicono che Benjamin Netanyahu, premier uscente e prossimo alla conferma, stia perdendo la pazienza. Con una crisi – per ora contenuta – con Siria, Iran e Libano, lo Stato ebraico, a più di una settimana dal voto, non ha ancora un nuovo governo. E a bloccare la formazione del prossimo esecutivo sarebbe, secondo i fedelissimi di Netanyahu, Yair Lapid. Il leader di “Yesh Atid” (C’è un futuro, in ebraico) pare abbia fatto un bel po’ di richieste. «Alcune del tutto inaccettabili», sussurrano dall’ufficio del premier, «il belloccio della tv dovrebbe scendere dal suo cavallo bianco e sporcarsi le mani».

Ed ecco quindi la proposta, estrema: «Fare a meno di Lapid e del suo partito». Formare un governo spostato più a destra. Imbarcare non solo Naftali Bennett con il suo “Jewish Home / National Union”, ma anche gli ultrareligiosi di “Shas”, “United Torah Judaism”. E superare la maggioranza con i centristi di “Kadima” e “Hatnuah”. Totale: 69 seggi su un totale di 120. «Bibi (Netanyahu, nda) non può lasciare il controllo della coalizione a Lapid», spiega un alto rappresentante del “Likud”, il partito del premier. Che aggiunge: «L’obiettivo del leader di “Yesh Atid” è quello di trovare il momento opportuno per far cadere Bibi. L’ha sempre detto prima e confermato in campagna elettorale».

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Un poster elettorale con il volto del premier uscente (e confermato) Benjamin Netanyahu (foto Ariel Schalit / Ap)

I colloqui per il nuovo esecutivo intanto vanno avanti. Mercoledì David Shimron, alto rappresentante del “Likud” ha incontrato Uri Ariel, deputato di “Jewish Home / National Union”, per mettere a punto gli accordi di governo. Il giorno dopo – giovedì – il numero uno di “Israel Beitenu” (il partito che si è presentato insieme al “Likud”), Avigdor Lieberman, ha incontrato direttamente Naftali Bennett. Ma gli analisti avvertono: «Senza i voti di Yair Lapid il premier Netanyahu difficilmente potrà mettere in piedi un governo stabile. Non solo per i partiti che dovrebbero comporlo, ma anche perché la volontà popolare è stata chiara e ha chiesto una tregua dalle politiche di estrema destra».

Sul fronte mediorientale, il settimanale americano Time ha confermato quanto raccontato in esclusiva da Falafel Cafè: il raid notturno israeliano sulla Siria, tra martedì e mercoledì scorso, ha colpito più di un obiettivo. Non soltanto un convoglio in viaggio verso il Libano e un laboratorio chimico alla periferia di Damasco, ma anche un laboratorio chimico. Time aggiunge – citando fonti d’intelligence occidentali – che gli Usa avrebbero dato luce verde allo Stato ebraico non solo a quelle incursioni aeree, ma anche alle prossime.

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Elezioni in Israele / Da Lapid a Netanyahu, le pagelle dei protagonisti

Vincitori e vinti. Eccoli. Mentre in queste ore il premier uscente Benjamin Netanyahu cerca di attirare a sé Yair Lapid. E mentre un Paese si chiede ancora cosa sia successo, martedì 22 gennaio, in questo pezzo di terra che tutti davano drammaticamente schierato alla destra della destra. E che, invece, s’è scoperto uno Stato più moderato. Forse più razionale di quanto si sia scritto e detto, filmato e dipinto in queste settimane. I voti, allora.

Voto 10 – Al popolo israeliano. Andato a votare in massa, nonostante i sondaggi – tutti, nessuno escluso – davano per stravincente la destra e l’estrema destra. «Oggi si celebra la democrazia», ha detto il presidente Simon Peres di prima mattina, mentre inseriva nell’urna il suo voto. Un messaggio che la popolazione ha recepito. E messo in pratica

Voto 9 – A Yair Lapid (foto sotto), 49 anni, ex conduttore di tg. Perché in pochi mesi ha tirato su un partito moderato. Con le idee chiare su alcune cose (un po’ confuse su altre). E con l’obiettivo, dichiarato, di scardinare il sistema. Cosa che ha confermato nel discorso di ringraziamento martedì notte. Discorso che, va detto, si merita un 8,5 per il parallelo con la carriera (politica) del padre. E per quel continuo ripetere «Io non dimenticherò il peso sulle spalle che questo voto mi ha dato». Parole vere o semplice demagogia. Lo vedremo nei prossimi mesi

Yair Lapid

Yair Lapid

Voto 8 – Ai cronisti israeliani. Perché già alle 5 del pomeriggio, cinque ore prima della chiusura dei seggi, avevano capito e intuito che ci sarebbe stata una grande sorpresa. Aiutati, bisogna dirlo, dallo staff di Yesh Atid (voto 7,5) che per prima ha detto «Siamo il secondo partito». Non solo. Giornalisti di radio e tv, siti web e giornali hanno coperto l’evento in tutti i modi possibili: dai taccuini alle videocassette, dagli smartphone ai social network

Voto 7,5 – A Naftali Bennett (foto sotto). Il leader – religioso e milionario – di Jewish Home / National Union s’è scrollato di dosso l’aria del ricco che non ha nulla da perdere. Ha mobilitato migliaia di persone. Soprattutto, è stato chiaro si una cosa: «niente processo di Pace con i palestinesi. Comunque la si pensi – e qui, in questo blog, si preferisce la sana convivenza tra popoli – un segno di chiarezza su un argomento lasciato per troppi anni alle ambiguità e agli interessi di brevissimo termine

Naftali Bennett, leader di "Jewish Home Party" (foto Flash 90)

Naftali Bennett, leader di “Jewish Home Party” (foto Flash 90)

Voto 7 – A Shelly Yechimovich. Passata indenne tra le sabbie mobili delle primarie del partito laburista, ha portato la formazione ad aumentare i seggi alla Knesset. Più forte di tutti, la Yechimovich. Anche di quei suoi compagni di partito che negli ultimi mesi hanno passato più tempo a cercare di destabilizzarla che a darle una mano in campagna elettorale

Voto 6 – A United Torah Judaism e Shas. Le due formazioni ultraortodosse da tre appuntamenti elettorali di fatto non perdono seggi. Nonostante l’altissima concorrenza, soprattutto quest’anno, di formazioni che hanno pescato nel settore ultrareligioso. Se UTJ aveva conquistati 6 seggi nel 2006 e 5 nel 2009, il 22 gennaio ne ha guadagnati 7. Destino simile anche per Shas: 12 parlamentari nel 2006, 11 quattro anni fa e anche oggi

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Voto 5 – A Tzipi Livni. Non ha ancora ritrovato sé stessa. Quella grinta che tutti hanno visto, che l’ex premier Ariel Sharon aveva apprezzato e valorizzato, che le donne hanno sostenuto. Non solo per affinità di genere. Ma anche perché, pochi anni fa e per la seconda volta, una donna poteva davvero aspirare a (ri)fare la storia d’Israele. Esattamente come un’altra grande donna: Golda Meir. E invece, la Livni s’è persa. Prima nelle primarie di Kadima (voto 2, come i seggi che è riuscita ad agguantare per pochi centinaia di voti), sconfitta da Shaul Mofaz. Poi in queste elezioni, con i soli 6 seggi presi con il movimento Hatnuah. Messi insieme – Kadima e Hatnuah – racimolano 8 seggi. In tre anni ne hanno persi 20

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Voto 4 – Al nuovo volto della Knesset. Spaccata a metà. Sessanta seggi ai partiti religiosi e di destra. Sessanta seggi a quelli di centro, sinistra e arabi. Una situazione complicata. E delicata. Che può portare a lunghe consultazioni, a trattative al ribasso e degradanti pur di arrivare a formare un governo

Voto 3 – Alle formazioni arabo-israeliane. Incapaci di fare «sistema». Di mettersi insieme in un unico listone. Di creare reti e connessioni con le formazioni di centro e sinistra. Segno di poca lungimiranza politica e sociale. Ma anche simbolo di una fascia della popolazione israeliana – il 20% circa del totale – frammentata, dilaniata, con interessi e scopi diversi. Eppure, insieme, i tre partiti contano 11 seggi

Voto 2 – Agli istituti di sondaggio. Hanno azzeccato il primo partito. Cosa che, va detto, non era molto difficile. Hanno sbagliato – molto – sul resto. Soprattutto, hanno quasi dimezzato i seggi poi vinti da Yesh Atid. Segno che nemmeno loro, gli esperti, hanno colto il grande cambiamento nella mentalità di centinaia di migliaia di elettori

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Benjamin Netanyahu (seduto) e, dietro, Avigdor Lieberman, numero uno di Israel Beitenu

Voto 1 – A Benjamin Netanyahu e ai suoi consiglieri più stretti. Non solo per come hanno gestito la «campagna di Gaza», tanto che la popolazione continua a chiedersi a cosa sia servita. Ma anche perché non sono stati in grado di intercettare il malcontento della popolazione per l’andamento economico del Paese, per lo stallo dei negoziati, per la mancanza di entusiasmo e riforme incisive. Per non parlare del ticket con gli estremisti di Israel Beitenu di Avigdor Lieberman (voto 1 anche per loro): doveva strizzare l’occhio agli ultraortodossi. Ha finito con lo spaventare gli elettori di sinistra astenuti e a portarli alle urne

© Leonard Berberi

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