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LA STORIA / La “Rosa Parks” del 2011 che sfida la segregazione sessuale

Cinquantasei anni dopo, la storia è sempre la stessa. C’è una donna giovane. C’è un bus. C’è un tragitto da percorrere. Degli uomini accecati dal loro credo di vita. E un muro – mentale – da abbattere. Ieri l’Alabama. Oggi Israele. Ieri Rosa Parks. Oggi Tanja Rosenblit. Ieri la segregazione razziale. Oggi la segregazione sessuale. Corsi e ricorsi d’una storia – anzi: della Storia – che si ripete. Nonostante mezzo secolo di battaglie per i diritti civili. Nonostante la parità – almeno costituzionale – tra uomini e donne. Nonostante Internet.

E allora, veniamo a oggi. Anzi: a venerdì 16 dicembre 2011. Quando la 28enne israeliana Tanja Rosenblit decide di salire sul bus n. 451 della compagnia “Egged” ad Ashdod, direzione Gerusalemme. Quel pullman lei lo deve prendere perché una delle fermate dista a cinque minuti dal suo punto d’arrivo. Sul mezzo – tutto colorato di verde e con i sedili consumati dalle migliaia di persone che viaggiano ogni giorno – ecco, sul mezzo c’è un po’ di tutto: riservisti, soldati in libera uscita, pendolari di ritorno a casa prima del riposo settimanale. Eppoi ci sono anche loro, uomini ebrei ultraortodossi. Religiosi. Religiosissimi. Così tanto che quando la Rosenblit si siede là, davanti, vicino all’autista, iniziano a borbottare.

Le chiedono – anzi: le urlano – di spostarsi indietro, ché è là che deve sedersi una donna, non qui, tra gli uomini. Le dicono un po’ di tutto. La sfottono. La offendono. Ma lei, Tanja, non si schioda dal suo posto. Anche perché si era piazzata dietro all’autista solo per chiedergli il momento giusto quando scendere. E certo non nasconde un po’ di sorpresa. «Che storia è mai questa?», si chiede. «Siamo nel 2011!». Ma loro, uomini zeloti e devoti alla religione non vogliono sentire ragioni. Si spingono anche a chiederle di scendere dal bus. E così l’autista, vedendo l’ostinazione della «Rosa Parks» d’Israele, inizia a fare da mediatore. Chiede agli ultraortodossi di darsi una calmata. Ma loro niente.

Rosa Parks (1955) e Tanja Rosenblit (2011)

In pochi minuti arriva la polizia. Che, con garbo, chiede a Tanja se non sia il caso di spostarsi in un altro posto. Ma lei non arretra. Mentre nel frattempo arrivano anche altri ultraortodossi. Che circondano il mezzo. Si fanno minacciosi. E siccome non sono giorni di cortesia tra iper-religiosi israeliani e forze dell’ordine, allora si decide di fare un po’ la faccia cattiva. Di mostrare – è il caso di dirlo – il volto duro della legge. Non quella di Dio, ma quella dello Stato. Gli ebrei ultraortodossi allora si calmano. Il capo dei rivoltosi viene fatto scendere. Il bus parte con mezz’ora di ritardo. Arriva a Gerusalemme. Dove, intanto, la notizia è volata quasi in tempo reale. Tanja Rosenblit, quando il pullman si ferma alla sua piazzola, è sempre lì, seduta al suo posto. Nella prima fila, dietro all’autista.

«Fino a ieri ero convinta di vivere in un Paese libero», dice lei dopo essere scesa. «Ero sicura che la libertà e la dignità della persona fossero i valori supremi della nostra società così eterogenea. Ma dopo quello che è successo sul bus n. 451 non ne sono più così certa». Una cosa ci tiene a chiarirla Tanja: «Non sono contro la religione e nemmeno contro gli ultraortodossi». Però, ecco il succo del discorso, «non dobbiamo comportarci come se le libertà acquisite in questo Paese fossero una maledizione!».

Il dibattito, inutile dirlo, s’è fatto rovente. Soprattutto in certa parte dell’anima liberal degl’israeliani. Perché è vero che negli ultimi anni gli ebrei ultraortodossi sono riusciti a imporre la segregazione per sessi nei bus che collegano gl’insediamenti, ma è anche vero che mai era successa una cosa del genere a bordo di un normale pullman di linea. Per non parlare, poi, di certi marciapiedi del quartiere Mea Shearim di Gerusalemme. Ma questa è un’altra storia.

«Oggi ho saputo della richiesta a una donna di spostarsi, su un bus. Mi oppongo categoricamente», ha commentato duro il premier Benjamin Netanyahu. «Alle frange non deve essere permesso di distruggere le nostre posizioni comuni. Dobbiamo difendere gli spazi pubblici in modo che siano aperti e sicuri per tutti i cittadini di Israele».

Ma la sensazione, fuori dai circoli politici e intellettuali, è che nello Stato ebraico avanza un nuovo grattacapo per le istituzioni: la chiusura degli ebrei ultraortodossi. Non una minoranza. Nemmeno in politica, dove sostengono – anzi: reggono – il governo Netanyahu.

© Leonard Berberi

(ultimo aggiornamento: lunedì 19 dicembre, ore 00.23)

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attualità

Israele, “corriere” di parrucche arrestato con 10 chili di capelli

Dieci chili di capelli, due valigie e il figlio di un rabbino. Sono questi gli ingredienti di un arresto venerdì scorso all’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv. L’uomo, la cui identità non è stata resa nota, era appena atterrato da un aereo proveniente da San Paolo, in Brasile.

Dopo il controllo passaporti cercava di guadagnare l’uscita con aria sospetta. Ma gli uomini di Rafi Gabai, il direttore dell’unità doganale dello scalo, non ci hanno pensato su e l’hanno fermato subito. È qui che, dopo avergli fatto un po’ di domande di rito, gli hanno chiesto di aprire le due valigie. Scoprendo i capelli femminili. Oltre dieci chili.

A dare la notizia è stato il quotidiano economico in lingua ebraica “The Marker”. Il figlio del rabbino – scrive il giornale – avrebbe dovuto denunciare alle autorità le lunghe chiome destinate alla produzione di parrucche e dunque tassabili dall’Erario. Ma non l’ha fatto. Cercando così di evadere tasse doganali per centinaia di euro.

Un vero e proprio mercato, quello delle parrucche. La loro richiesta è molto forte nelle realtà ultraortodosse dove i rabbini impongono alle donne di radersi il capo dopo il matrimonio e di coprirlo quindi con parrucche e foulard.

Data la grande espansione della comunità ortodossa (circa il 10 per cento della popolazione totale), si è sempre alla ricerca di nuovi paesi produttori per rispondere quasi subito alle tante richieste. Ed è da qui che parte anche il traffico illegale di capelli, con tanto di “staffette”, uomini che viaggiano da un capo all’altro del mondo, si camuffano e poi tentano in tutti i modi di importare il materiale. Un po’ come per i corrieri della droga.

Il Brasile viene considerato una fonte promettente, soprattutto perché registra alti tassi di povertà. Secondo “The Marker”, le chiome «più quotate» sono quelle che vengono dalle donne europee, mentre quelle latinoamericane sono considerate di media qualità e quelle asiatiche sono viste come scadenti.

Di norma il loro prezzo sul mercato israeliano è di alcune centinaia di euro. Anni fa fece scalpore il verdetto di un rabbino secondo cui tutte le parrucche confezionate con il crine di donne indiane dovevano essere inappellabilmente bruciate perché fra di esse molte avevano peccato di «idolatria».

© Leonard Berberi

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attualità, tecnologia

I religiosi ultraortodossi: “Internet provoca il cancro”

Non solo è peccaminoso. Fa pure male. Peggio: provoca il cancro. Insomma: porta dritto alla morte. La sfida all’uso di Internet da parte della comunità di ebrei ultraortodossi scala ancora un gradino nella società israeliana. E si alimenta di una campagna pubblicitaria a colpi di poster che mettono in guardia dal web.

«Dove c’è Internet non piove», si può leggere su un grande foglio esposto lungo le vie dei quartieri ultraortodossi israeliani. E ancora: «Scacciamo l’idolatria dalla nostra comunità. Centinaia di migliaia di persone sono ammalate di cancro per colpa di Internet». Per rendere ancora più esplicito il messaggio, in alcuni stampati si è fatto ricorso persino alla Ghimatriah, lo studio numerologico delle parole scritte in lingua ebraica. Il tutto per dimostrate che fatte le dovute conversioni lettere-cifre la parola “Internet” equivale a “tumore”.

Le reazioni, per ora, arrivano tutte dai vertici religiosi. Preoccupati – più che dei palestinesi – di tenere alla larga i propri fede dal web. Il rabbino capo, Ovadia Yosef, continua a sostenere in ogni occasione che navigare su Internet significa prenotare il viaggio verso l’Inferno. Mentre il rabbino Yosef Shalom Elyashiv ha aggiunto che «connettersi alla rete è un abominio, quindi chi lo fa è come se portasse l’abominio in casa propria».

Quindi è la volta del rabbino Shmuel Halevi Wosner: «Internet provoca malattie e ogni genere di avversità. Da che esiste il mondo, il web è in assoluto lo strumento più pericoloso».

© Leonard Berberi

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attualità

Tel Aviv, inaugurata la prima scuola di web design per ebrei ultraortodossi

Di quelle accuse non se ne poteva più. “Non aiutano l’economia del nostro Paese”, hanno detto da più parti. Così il rabbino di Tel Aviv, Yisrael Lau, ha deciso che quel vociare doveva finire lì. Che loro, i religiosi, dovevano dare dimostrazione di darsi da fare per il Paese.

Ed ecco che, negli scorsi giorni, il rabbino Lau ha inaugurato un laboratorio speciale: si chiama “Prog Center” ed è il primo centro di web design tutto dedicato agli ebrei ultra-ortodossi. Nei prossimi mesi, insomma, molti siti web israeliani porteranno la firma di esperti “haredi”.

“Questo è un giorno importante, soprattutto alla luce dei commenti rivolti alla nostra comunità negli ultimi giorni”, ha polemizzato subito il rabbino Lau. Un personaggio di spicco del rabbinato israeliano, da molti considerato una sorta di ponte tra la società ultra-religiosa e la collettività israeliana. “Con questa nuova realtà noi vogliamo dimostrare che gli haredi danno il loro contributo all’economia del Paese”.

Un passo avanti. Certo, resta da risolvere una questione di non poco conto: secondo i massimi esponenti dell’ebraismo, quelli che siedono a Gerusalemme, Internet è un “abominio”, e per questo esso deve essere vietato. Non solo nei pc, ma anche negli smartphone.

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economia, politica

Insediamenti ebraici, ecco i prezzi colonia per colonia

Insediamento ebraico all'interno della West Bank. Il governo Netanyahu ha studiato come risarcire quei coloni che non possono costruire per colpa del congelamento di dieci mesi imposto proprio dall'esecutivo di Gerusalemme (e fortemente richiesto da Usa e Comunità internazionale)

La differenza di prezzo – tra insediamento di “serie A” e di “serie B” – arriva anche al 400%. E sul valore immobiliare incide molto la distanza da una città palestinese, dalla linea verde, da un’autostrada. Senza considerare il fattore “ideologia”. Per cui ci sono colonie a forte ideologizzazione e colonie a meno. Tutto questo arriva a definire un prezzo al metro quadro.

A scriverlo è un dossier governativo di cui il quotidiano Haaretz è entrato in possesso e che, nei piani dell’esecutivo Netanyahu, dovrebbe servire per capire quanto tocca risarcire agl’israeliani per il blocco di 10 mesi di nuove costruzioni negli insediamenti ebraici in Palestina. La mancata costruzione di una casa, infatti, costituisce una penalizzazione per i civili che dovranno quindi vivere in affitto per tutto il tempo del blocco.

Il prezzo medio di affitto negli insediamenti è di 22 shekel (circa 5 euro) per metro quadrato. O meglio, di 700 euro al mese per una casa di 150 metri quadrati. I prezzi più alti sono nelle città della West Bank (circa 6 euro per metro quadro, in media). Tra i consigli regionali, Binyamin ha il più alto prezzo medio (5,50 euro) mentre la Valle del Giordano ha quello più basso (2,75 euro).

Ma queste medie nascondono le ragioni più profonde. A Hermesh e Mevo Dotan, due insediamenti isolati nel nord della West Bank, per esempio, l’affitto è di soli 2 euro al metro quadrato. Ad Avnei Hefetz, vicino alla Linea Verde, il prezzo sale a 4,25 euro. Ma a Karnei Shomron, insediamento nel nord della Cisgiordania, ancora più lontano dalla Linea Verde rispetto a Hermesh e Mevo Dotan, il prezzo è di 6,36 euro al metro quadro. In questo caso è la qualità della vita a prevalere sulla posizione geografica.

Anche se, va detto, i prezzi più alti nel nord della West Bank sono negli insediamenti che si trovano a ridosso dell’autostrada Trans-Samaria, e offrono così un facile accesso al centro d’Israele: e cioè Barkan, Etz Efraim (quasi 7 euro al metro quadro) e Shaarei Tikva (7,50 euro) .

Tra le grandi città, l’appartamento più economico si trova a Immanuel, città haredi (ultra-ortodossa). Qui è possibile affitare una casa a soli  2,75 euro al metro quadro al mese. A incidere sul prezzo proprio l’immagine profondamente religiosa della vita quotidiana e ai problemi che questo crea con il “vicinato” palestinese.

All’inizio di maggio il Ministero delle Finanze ha ultimato le modalità di risarcimento danni dovuti al congelamento di dieci mesi. Il dossier stabilisce che tutti quelli con un permesso di costruzione bloccato per colpa del congelamento possono chiedere un indennizzo fino al 175% del canone di affitto pagato. Ma le persone che hanno violato il blocco non avranno diritto ad alcun indennizzo.

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attualità

Uomini contro donne al Muro del Pianto

Momenti della violenza degli ultraortodossi contro le donne in preghiera oltre la barriera artificiale (foto Ynet)

Volano sedie di fronte al Muro del Pianto. E non per un miracolo. Ma perché un gruppettino di ebrei ultraortodossi inizia a non volere più le donne – le loro donne – nelle vicinanze del luogo più sacro per gli ebrei.

La lunga scia della società haredi – uomini e donne divisi in settori diversi – partita qualche mese fa con alcune vie segregazioniste per arrivare ai bus appositi, arriva dritta al cuore dell’Ebraismo. E non è un gran spettacolo. Soprattutto dal punto di vista dell’immagine.

Due uomini, ebrei ultraortodossi, sono stati arrestati dalla polizia israeliana per aver usato violenza contro alcune donne dell’organizzazione “Women of the Wall” (ne abbiamo parlato qui) mentre si stavano preparando alla preghiera mattutina.

“Eravamo in attesa delle ultime amiche – ha riferito Anat Hoffman, la portavoce, allo Yedioth Ahronoth – quando ci siamo viste piombare tante sedie di plastica provenienti dal settore di preghiera maschile”. “Con gli uomini che ci stavano attacando c’era un rabbino che urlava ‘Fate vedere a tutti come si comporta un vero ebreo'”, ha rivelato la Hoffman.

A quel punto, una quarantina di poliziotti sono intervenuti, creando una vera e propria barriera umana, per difendere le donne. Ma i segni dell’incidente restano. E per la prima volta, la violenza tocca il Muro del Pianto.

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attualità

Autosegregazione

Un bus della compagnia "Egged". I mezzi di colore verde coprono tutta Israele e a prezzi modesti

E ora arriva la stazione. Rigorosamente haredi. Dove, cioè, uomini e donne ancora prima di partire saranno accolti in luoghi diversi. Per viaggiare poi, è ovvio, su sedili separati dentro lo stesso bus.

Il ministero dei trasporti israeliano e la compagnia di pullman più grande del Paese (la Egged) hanno deciso di fare un passo ulteriore nella soddisfazione delle richieste degli ebrei ultraortodossi. Così hanno progettato di costruire un’altra stazione centrale dei bus a Gerusalemme.

Ma a Gerusalemme tutto questo sta suscitando forti malumori. Soprattutto per il fatto che il luogo dove dovrebbe sorgere la stazione haredi è in una delle zone a più alta concentrazione di imprese hi-tech, il Monte Hozvim. Proprio la tecnologia è una delle avversarie degli ultraortodossi.

“Non credo proprio sia questo il posto migliore dove costruire la stazione”, si lamenta Ehud Edelman, Ceo di “Bech tech Jerusalem”, sulle pagine del quotidiano Ma’ariv. “C’è una concentrazione altissima di case e di persone e provate a stare qui per due, tre giorni e vi accorgerete di quanto le persone del posto siano contrari a questa iniziativa”.

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