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La nuova vita degli ex detenuti palestinesi: piscina e hotel a 4 stelle

L’ultima volta li avevamo visti perdersi tra la folla in festa. E le bandiere palestinesi. E le urla di giubilo. E la selva di microfoni, telecamere, macchine fotografiche. Ci siamo chiesti dove fossero finiti in questi giorni i 477 ex detenuti palestinesi liberati subito da Israele in cambio del rilascio del caporalmaggiore Gilad Shalit.

Alcuni sono tornati nelle loro famiglie. Altri aspettano ancora di sapere il destino che li attende. Ed eccoli qui, a Gaza City, a godersi la libertà ritrovata in questo hotel super-lussuoso, l’Al-Mashtal, quattro stelle (per gli standard internazionali), di fronte al mare e con i miliziani di Hamas a fare da guardie del corpo, amici e un po’ anche vigili. Perché non si sa mai.

Un fotografo dell’agenzia Reuters s’è intrufolato nell’albergo e li ha fotografati. Centocinque ex detenuti, assassini plurimi, bevono, mangiano e si divertono gratis. O meglio: a spese di Hamas, quindi della Striscia e dell’Autorità nazionale palestinese. A proposito di costi: Ismail Haniyeh, capo di Hamas, ha staccato un assegno da 588 mila dollari in favore dei 294 ex detenuti che si trovano a Gaza. Duemila dollari a testa.

«È come se fossi rinato», racconta Salem Thwaib, 30enne di Betlemme. Salem s’è fatto dieci anni di galera israeliana per aver dato una mano a un aspirante kamikaze. Ma l’attentato fallì perché il giubbotto imbottito di esplosivo non scoppiò mai.

È uno dei 165 ex prigionieri della Cisgiordania che però è finito nella Striscia, in base agli accordi tra Stato ebraico, Hamas ed Egitto. Accordi che prevedono la liberazione di un totale di 1.027 palestinesi (mille uomini, 27 donne). Di quelli già scarcerati, un quarto è finito nella West Bank, 41 sono stati mandati in esilio in un paese estero, il resto fatto entrare a Gaza attraverso l’Egitto. Il secondo gruppo sarà rilasciato nelle prossime settimane.

E Gilad Shalit che fa? Per ora riposa nel suo villaggio di Mitzpe Hila, a pochi chilometri dal Libano. Ogni tanto compare fuori casa – blindata da polizia, esercito e servizi segreti israeliani –, saluta la folla, oggi più che mai numerosa, sorride. Ha parlato al telefono con alcuni suoi compagni di classe. Ha festeggiato con i nonni.

Nella prima mattina della sua nuova – e seconda – vita ha fatto una passeggiata con mamma Aviva. «Ma ci vuole ancora tempo per recuperarlo del tutto», ci tiene a dire papà Noam. Rinato pure lui. Per arrivare sul viale che porta all’ingresso di casa Shalit bisogna essere autorizzati oppure famigliari stretti. La polizia del posto ha sbarrato la strada. «Staremo qui a proteggere la famiglia fino a quando ce lo chiederanno i Shalit», ha detto il capo del distretto nord Roni Atiya.

Leonard Berberi

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Razzo di Hamas colpisce scuolabus. Altro giorno di guerra tra Gaza e Israele

È stata, per fortuna, una strage sfiorata. Ma quel ch’è successo contribuisce a riportare in primo piano la paura, la tensione e il terrore. E ricorda agl’israeliani i periodi delle esplosioni nei mezzi di trasporto pubblico.

Un sofisticato razzo anti-carro sparato dalla Striscia di Gaza verso il deserto del Negev israeliano ha centrato uno scuolabus nei pressi del kibbutz Nahal Oz. Un ragazzo di 16 anni è rimasto ferito in modo grave. Ma poteva essere la miccia di un conflitto armato senza precedenti. Perché il missile ha mancato di pochi minuti un gruppo di altri 30 studenti, scesi alla fermata prima.

Un attacco senza precedenti che ha spinto l’amministrazione americana a condannare l’atto e ad alzare la voce con l’Autorità nazionale palestinese. Israele, invece, ha fatto quel che di solito fa in questi casi: rappresaglie, dalla terra e dal cielo, sul confine con la Striscia, controllata dagli islamico-radicali di Hamas.

Quel che resta dello scuolabus dopo l'attacco di Hamas (foto Reuters)

Il bus giallo-verde è stato colpito in pieno su un fianco. Un tiro al bersaglio deliberato, secondo i servizi di sicurezza israeliani, date le dimensioni e le tinte accese del veicolo. Un tiro che solo per un caso fortuito si è abbattuto su un mezzo semivuoto, crivellando di schegge (anche alla testa) il solo passeggero rimasto, un adolescente, ferendo alle gambe l’autista, frantumando i finestrini e facendo volare i pupazzi lasciati a bordo per gli scolari più piccoli.

I soccorritori del Magen David hanno raccontato d’aver trovato il ragazzo ferito privo di conoscenza, in una pozza di sangue, e di averlo rianimato prima del trasbordo in elicottero verso l’ospedale. L’allarme, nel frattempo, era scattato in tutte le località di confine, fra sirene e corse nei rifugi.

Intanto iniziava la replica israeliana. Una replica durata per ore e degno di un bollettino di guerra: prime ritorsioni dell’artiglieria e degli elicotteri israeliani, quindi una pioggia di razzi e colpi di mortaio dalla Striscia (inclusi due missili Grad intercettati per la prima volta in volo, alle porte della cittadina costiera di Ashkelon, da una batteria del neonato sistema anti-missile “Iron Dome”). Infine nuova orgia di raid aerei su Gaza City e Rafah (al confine con l’Egitto).

I pupazzi lanciati ovunque dopo la brusca frenata dell'autista del bus attaccato (foto Ynet)

Secondo i primi bilanci cinque persone sarebbero state uccise e numerose altre ferite nell’enclave palestinese. Ma c’è anche una casa danneggiata a Ein Hashelosha (sud Israele). A Gaza, fra gli obiettivi colpiti dagli F-16 dallo Stato ebraico, si segnalano installazioni delle Brigate Qassam (braccio armato di Hamas) e di altre fazioni radicali. Fazioni che avevano giurato vendetta dopo la recente “esecuzione” di due miliziani di spicco in un’incursione aerea israeliana seguita all’improvvisa recrudescenza di tiri dalla Striscia delle settimane precedenti.

Ad aggravare la percezione israeliana dell’accaduto c’è poi il fatto che l’attacco è stato eseguito con un lancia-razzi (o Rpg): uno strumento letale, a puntamento laser, che – secondo voci circolate nella stessa Gaza – potrebbe far parte di uno stock di armi nuove di zecca, di fattura o provenienza iraniana.

E’ la qualità delle armi a tormentare Israele. Il premier Benjamin Netanyahu, durante la visita ufficiale a Praga, ha detto che lo Stato ebraico non esiterà a «intraprendere ogni azione necessaria, offensiva e difensiva, per proteggere il Paese e i cittadini». Il presidente Shimon Peres ha chiesto dalla sede dell’Onu un intervento internazionale contro l’escalation. Mentre il ministro della Difesa Ehud Barak ha dato ordine  alle forze armate di «reagire rapidamente e con tutti i mezzi utili». Fra le possibili reazioni militari d’Israele, l’esercito sta pianificando di schermare la linea di demarcazione con la Striscia con elementi come collinette artificiali, filari di alberi, palizzate.

La giornata è finita con l’ennesima giravolta di Hamas. In tarda serata i miliziani hanno annunciato di avere raggiunto un accordo con altre fazioni palestinesi per una «tregua immediata per arrestare l’escalation sionista» dopo un giro di telefonate del numero uno di Gaza, Ismail Haniyeh. La Jihad Islamica lo ha confermato alla agenzia Afp. Poco prima il presidente palestinese Abu Mazen si era appellato alla comunità internazionale invitandola a intervenire per fermare i raid.

© Leonard Berberi

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Hamas dice sì a un accordo con Israele. “Ma solo se approvato dal referendum”

Hamas resta contrario al negoziato con Israele, tanto più nelle condizioni attuali, ma sarebbe disposto ad avallare un accordo che desse vita a uno Stato palestinese indipendente, laddove approvato da un referendum popolare esteso a tutti i palestinesi, profughi inclusi.

Lo ha riaffermato oggi Ismail Haniyeh, dirigente della fazione islamico radicale che controlla dal 2007 la Striscia di Gaza e capo del locale governo di fatto. Haniyeh non ha parlato di ipotesi di «pace» vera con Israele, mantenendo sul punto la tradizionale posizione di Hamas. E ha sottolineato che il referendum dovrebbe aver luogo solo a patto che l’eventuale accordo prevedesse la nascita di uno Stato palestinese «entro i confini del 1967: con Gerusalemme capitale, il rilascio dei prigionieri palestinesi e la soluzione del nodo dei profughi».

Condizioni che, a suo modo di vedere, non si possono realizzare nell’ambito della piattaforma negoziale prospettata finora dalla mediazione Usa e accettata dal presidente moderato dell’Autorità palestinese (Anp), Abu Mazen (Mahmud Abbas), non più riconosciuto da Hamas. Abu Mazen, a differenza degli integralisti, riconosce ufficialmente la prospettiva d’una pace definitiva con Israele, rivendica solo Gerusalemme est quale futura capitale dello Stato palestinese e ha accettato in passato di discutere sulla carta lo scenario d’un limitato scambio di territori, a parziale correzione dei confini antecedenti la guerra del 1967. (Ansa)

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